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Rifondare il linguaggio per interpretare le istanze del tempo

Intervista a Franco Manescalchi

 

I nomi delle riviste nascondono spesso in sintesi il progetto o il programma. Nella scelta del nome “Quartiere” c’è, che tu sappia, qualche nesso col romanzo di Vasco Pratolini, Il Quartiere appunto, pubblicato la prima volta a Milano nel 1944 come primo volume della collana “Nuova Biblioteca del Popolo” dalla Casa Editrice “Nuova Biblioteca?

Vorrei rispondere con le parole dell’amico Gino Geròla, recentemente scomparso, che nel presentare all’inizio degli anni Ottanta il primo numero di “Stazione di Posta” fece riferimento, appunto, a “Quartiere”. “I nomi sono l’anima delle cose, proclamavano in antico. E allora, scrutiamo un po’ più a fondo".

"Quartiere": apri il vocabolario e ti viene incontro una tale selva di significati, da lasciarti di brutto, tu che usi la parola magari ogni giorno e credi di averla penetrata anche troppo.. si arriva fino a “parte superiore di dietro, delle scarpe”, a “quarto di uno stemma”,giù giù fino a “dare” o “non dare quartiere”, quartiere d’inverno, caserma e via ancora, una fila da renderla un termine ricchissimo. E pensare che tu la usi per: appartamento o rione di una città.

Proprio in questi modi, soprattutto nell’ultimo, la intendevano anche i quattro (Geròla, Pignotti, Salvi e Zagarrio) che presero l’indicazione come stemma della loro rivista:”Quartiere”, “quaderno trimestrale di poesia”, in vita dal 1958 al ’68, per un decennio folto di avvenimenti e maturazioni, anche se non diventò mai una stella del firmamento letterario, oscurato com’ era, tra l’altro, dalla pubblicità fermentante intorno a “Officina”.

Perché “quartiere”? Beh, a prenderlo nel senso di rione, vuole significare tante cose. Prima di tutto, una comunità che vive in un determinato spazio, pieno di case, strade, piazze, gente che si incontra, scambia messaggi di ogni genere, si aiuta a vivere, anche prendendosi per il collo, delle volte. Una vita fatta di un passato vivo e in ogni sasso, ogni tegolo, ogni porta, di un presente folto di fervori, cadute, riprese e di un futuro che si prepara giorno per giorno, in un rinnovamento, magari modesto, ma imperterrito.

Ecco, il quartiere di quella quadriglia doveva essere, nel campo della letteratura, quello che nella realtà è il rione per la gente, nessuna rottura drastica col passato, quindi, e semmai, studio, analisi, utilizzazione, fin dove è possibile. E attenzione, al tempo stesso, a qualsiasi novità, per captare anche quanto gli può essere utile.”

Altrove egli traccia un preciso parallelo fra la rivista e l’opera di Pratolini, ma credo che da questa sua bella pagina emerga, più che una definizione, lo spirito aperto, “fiorentino”, che mosse i fondatori del periodico.

Come racconti ne La città scritta tu incontrasti Zagarrio nel 1959 tramite Oreste Macrì. Quanto ha inciso sulla tua formazione Zagarrio e successivamente Geròla nell’avventura di “Quartiere”, in particolar modo la seconda stagione (1960-1968) che ti vide personalmente coinvolto?

Alla fine degli anni Cinquanta “Quartiere” è stato l’unico movimento che ha posto la questione del fare poesia secondo le istanze del tempo e operando un rinnovamento all’interno dei linguaggi letterari medesimi. In sostanza, si passò dal culto della parola con la P maiuscola allo sviluppo di un discorso nuovo metabolizzando il valore letterario di fondo. Dunque, un procedimento non per contrasto con la Tradizione, ma di riproposizione ex novo, come sempre accade quando non si vuole scadere nella genericità di maniera, quando si parte dall'ingenua supposizione che poesia sia ciò che sgorga direttamente dall'animo o ciò che pensiamo di dire sia di per sé nuovo e originale.

Non mancano coloro che pensano la poesia “in grande”, fissa e eterna nelle forme e nella sostanza. Sono coloro i quali ritengono la poesia contemporanea un evento pernicioso e si presumono i continuatori della grande tradizione da Dante a Carducci. Non ne sono rimasti molti ma sono duri a morire. All’opposto, esiste poi l’Arcadia del moderno e del post-moderno. È la più agguerrita, muove in spazi analogici usando calchi “à la page” con strategie mentali da cui peraltro sarebbe possibile partire per un viaggio più libero ed insieme interiore.

“Quartiere” fece tabula rasa della prima Arcadia e prese le distanze dalla seconda che in quegli anni stava nascendo. È ovvio che poi, alla lettura critica…le eccezioni ci sono anche se…confermano la regola.

Come si è configurato sin dall’inizio il tuo rapporto con gli altri scrittori fiorentini già affermati come Luzi, Parronchi, Betocchi ecc.?

Il mio rapporto con i poeti della triade ermetica fiorentina si è sviluppato particolarmente nelle attività del Sindacato Nazionale Scrittori da noi gestito e del quale anche Luzi e Bigongiari facevano parte. Dunque, un rapporto prevalentemente pertinente la difesa della figura dello scrittore, quando ancora esisteva una civiltà letteraria.

Per quanto riguarda la scrittura in sé, c’è nella lezione di Luzi un risvolto di discorso civile tenuto saldo nella struttura paratattica che si collega a distendersi dell’operazione di “Quartiere”.

E questo, al di qua del movimento alare profetico in cui sono converse alcune voci negli gli anni 80-90, questo è stato notato da uno studioso come Lucio Vetri in un suo saggio sulla poesia del secondo 900 Letteratura e caos, Mursia, Milano, 1992: “Pure significativa (…) è l'influenza esercitata nel dopoguerra – specie tramite Luzi – dalla già detta ripresa del discorso ermetico di cui si fa promotrice la rivista «La Chimera» (1954-55). Proprio gli interventi critici che Luzi vi pubblica e i modi del suo lavoro poetico – quali risultano dalle pagine dell' Onore del vero (1957), nonché in seguito da quelle della raccolta complessiva Il giusto della vita (1960) – vengono a costituire un interessante punto di riferimento per taluni giovani poeti. Tant'è che "deve registrarsi, come ricorda Silvio Ramat, la formazione intorno al '60 di «una "piccola scuola" luziana» che ha «centro in Firenze» e «il cui perno è costituito dai poeti della rivista “Quartiere” (eccetto Pignotti) almeno nel suo biennio iniziale di attività (1958-60): i nomi da farsi sono quelli di Eugenio Miccini, Sergio Salvi, io, Gino Geròla, Giuseppe Zagarrio. (…) Sulla presenza luziana negli anni Cinquanta e Sessanta si sofferma Bárberi Squarotti, interpretando la detta adesione a Luzi come «un modo di resistenza a ciò che di falsamente nuovo o che pretende alla novità il dopoguerra presenta», come «la ricerca di altre vie oltre quelle correnti e di moda»: oltre, dapprima, gli «entusiasmi», e «populismi realistici» e, in seguito, le «avventure della neo-avanguardia»”, per gli altri, compreso Betocchi, l’influenza si può dire che sia stata nulla.

“Quartiere” si scontrò molto duramente con Pasolini. Come è nata la “querelle?

Noi non volevamo dialogare con Pasolini, anche perché era impossibile farlo. Pasolini si muoveva in un suo cerchio chiuso sempre più dilatato con una circonferenza nazionale e internazionale. Già Geròla, su “Quartiere”, aveva aperto il confronto con un saggio molto “critico” sull’autore delle Ceneri di Gramsci ed era stato stigmatizzato (unico fra gli… epigrammati) con due durissimi epigrammi.

In uno degli ultimi numeri di “Quartiere”, dopo l’uscita della Poesia in forma di rosa, gli dedicai a mia volta un miniepigramma (“P.P.P. Il vate perde il metro e non il vizio”). Naturalmente, era una risposta al suo narcisismo. Ma questo deve averlo particolarmente ferito. Subito dopo, con «Collettivo R», «Collettivo R», dovevamo pubblicare l’opera di una poetessa che, tramite Zigaina, aveva ottenuto la presentazione di Pasolini.

Rifiutammo, e questa deve essere stata la goccia che fece traboccare il vaso, tanto da dedicarmi – per un mio libro giuntogli alle mani (Il paese reale) – un editoriale di «Nuovi Argomenti», (gennaio marzo 1971) sul tema del Vuoto letterario. Un articolo contorto, ora inserito, a futura memoria, nel “meridiano” Mondadori Saggi sulla letteratura e sull’arte, la cui struttura sofistica è stata messa in evidenza, fra gli altri, da Giancarlo Ferretti.

Nella sostanza, Pasolini afferma che un pieno di vita può determinare un vuoto (la poesia, la verità) chiudendosi su se stesso. Ma non sempre. Ci sono pieni di vita votati all’errore che non possono produrre il proprio vuoto né dialogare con gli altri vuoti. In questo caso si ha un vuoto come Assenza di poesia. Pasolini svolge così il suo sofisma.

“Chi è in grado di comprendere riferimenti a pieni culturali appena tramontati? Purtroppo soltanto coloro che li hanno vissuti, e che hanno trovato la loro soluzione di continuità nell’immobilità ( non dialettica) dell’esistenza. Coi giovani (che non hanno vissuto né l’ermetismo, né il neorealismo, né la letteratura impegnata, né la neoavanguardia) si instaura un dialogo ogni giorno più difficile. Essi, divenuti bizantini di sé stessi, sembrano sempre più lontani dalla verità: perché la loro inesperienza coesiste con una curiosa, precoce e un po’ mostruosa esperienza. Non si rendono conto di cadere in un periodo di restaurazione, (includente anche le loro novità) e che essi - pur possessori di un sapere assolutamente precluso esistenzialmente ai loro padri -sono tagliati fuori dal discorso culturale del vuoto ( che si fonda sugli schemi dei pieni precedenti). I ricordi della loro lotta recente e, mettiamo, l'immagine di Che Guevara, si son fatti... crepuscolari! Cito da “Il paese reale”... di un ragazzo, Franco Manescalchi (edito secondo l’esigenza vigente da certo … «Collettivo R»; con i suoi bravi teppismi linguistici della neo-avanguardia ludica mescolate, col massimo candore, alle più serie professioni di fede di impegno marxista):

mostra le pagine scritte
la penna morta
e il manifesto di lotta
appeso dietro la porta
accanto al tuo ritratto di ragazza...

Ma essere lontani dalla verità sembra essere la sola condizione per vivere: per possedere cioè il "sapere esistenziale" precluso a chi ha già vissuto. Del resto l'amore per la verità finisce col distruggere tutto, perché non c' è niente di vero.” Si avverte, in questa conclusione, l’impasse idealistica espressa nel contrasto “vita o verità”, dando alla poesia una funzione quasi “postuma” mentre il “sapere esistenziale” sarebbe lontano dalla verità e dalla poesia. Ma la poesia, tanto più si estende nelle latitudini dell’immaginario iati intellettuali, tanto più appartiene alla vita, dandole un senso, e proprio perciò è più vera.

La poesia per te è uno strumento o un fine?

Non c’è dubbio, la poesia è un fine, è il raggiungimento di uno stato di coscienza alto ed altro, un contributo ultimo e definitivo all’umanità e, solo in questo senso, diviene strumentale. Tuttavia, per raggiungere il fine della poesia occorrono gli strumenti giusti senza i quali si approda direttamente, con una eccessiva facilità, al locus amenus di una sintesi di maniera già definita nella prima risposta. La poesia è un fine che va perseguito perché, come ha scritto Montale, “è un oggetto fatto di parole”. L’equivoco, egli dice, nasce dal fatto che basta avere un foglio e una penna per dare forma alla propria creazione. E ciò è certamente più diretto che usare il pennello, i colori e la tela. Ma, anche per questo, il fine della poesia è conseguito dai pochi che sanno trasformare il linguaggio letterario rifondandolo per interpretare le istanze del tempo.

Esiste dunque, all’interno del fare poesia, al livello di visione del mondo, anche una strumentalità che non contraddice ma rafforza la sua ontologia perché, come ha affermato un poeta inglese del passato, la poesia è confermata ed ampliata dal maggiore quantum di prosa che potrà introitare.

La neve di maggio uscito nel 2000, a conclusione di un secolo e del millennio, è una antologia delle tue opere o, molto più sottilmente, un modo di rileggere la realtà di quegli anni attraverso lo sguardo poetico, cioè fortemente colluso con la vita sociale, politica, economica, religiosa dell’uomo di quegli anni? E’ l’inizio di un progetto?Se si, potresti illustrarlo?

Alla fine della risposta precedente c’è già un anticipo a questa. In effetti, La neve di maggio è, molto semplicemente, il tentativo di ricomposizione in un corpo unico di un viaggio nella storia segnata da varie stagioni dove più che la collusione diveniva feconda la collisione fra società, storia e cultura. Ha scritto Montale “occorrono troppe vite per farne una”, e questo può essere considerato il motto araldico di un progetto prometeico che pone l’uomo al centro di una transizione verso se stesso.

Già Pasolini, al termine dell’articolo su di me esemplificato, aveva intuito le basi di questa condizione/condivisione: “Ma essere lontani dalla verità sembra essere la sola condizione per vivere: per possedere cioè il "sapere esistenziale" precluso a chi ha già vissuto. Del resto l'amore per la verità finisce col distruggere tutto, perché non c' è niente di vero.” Implicitamente, nel denunciare il suo idealismo metteva in evidenza l’aspetto più profondo del nostro/mio operare allo scopo di conseguire “il sapere esistenziale”.

Insomma, vivere quegli anni ha significato lasciare inciso nel solco della storia il tratto di speranza del “secolo breve” in mezzo ai cataclismi planetari che ci hanno subissato e ci subissano…

E tuttavia, o proprio per questo, non è l’inizio di un progetto perché la storia non procede in modo progressivo, ma per movimenti carsici e dunque i progetti hanno valore in quanto tali, certamente non ripetibili, ma nello stesso tempo considerabili… come riferimento a un viaggio che continuamente si rinnova contro la damnatio memoriae, che il potere, come ricorda Giuseppe Zagarrio, commina non alla poesia, ma subdolamente, al suo farsi e, perciò, decerebralizzandola. Il progetto consiste, come ci ricorda Montale nei Limoni, nel lavorare, qualunque sia la poetica, ripartendo dall’humus e non dall’Accademia.

La città scritta, uscita lo scorso anno, è un modo di portare avanti quel progetto attraverso una sorta di biografia intellettuale della città di Firenze dagli anni ’50 ad oggi? Storicizzando quel periodo, con un lavoro gravoso che ha richiesto indubbiamente molto tempo, quale ruolo ha giocato la passione e il tuo sentirti parte, fin dall’inizio, del tessuto culturale cittadino?

Uno di noi doveva farsi carico di questo compito. Uno vinto dalla passione e spinto da sentirsi parte di un’esperienza destinata a scomparire nelle cronache del tempo. Non è detto che l’operazione sia riuscita o possa riuscire, ma intanto è stata messa in opera, è stata lasciata traccia complessiva di una passione che ha unito vita e letteratura in una città vocata al passato e nella quale l’attuale ha poca cittadinanza.

Ma io ho pensato che il tempo nel suo divenire e nel suo hic et nunc sia la vera città abitata dall’uomo e che dunque lo sguardo più vero e più ampio sia quello dell’artista che non rinuncia a essere parte della storia al di qua e al di là di ogni statuto condizionante e, nella sua imperatività, effimero. “L’amore aiuta a vivere e a durare.| l’amore annulla e da principio. | La mia pena è durare oltre quest’attimo”, ha scritto un Maestro. Dunque, non so bene se la mia sia stata un’opera preparatoria per una storicizzazione o se sia stato un gesto liberatorio verso un certo tipo e modo di fare storia. Sicuramente, come per la Neve di maggio, la volontà è stata quella di ricomporre le membra desiectae di una stagione in cui si tende a cancellare “la poesia nel suo farsi” con un colpo di spugna dalla lavagna della memoria storica.

Quel progetto prevede anche altri volumi, dove Firenze e il suo territorio verranno analizzati dal punto di vista dei testi con una antologia, e del lavoro di ricerca con un excursus sulle riviste di ricerca letteraria a Firenze e in Toscana nel secondo Novecento. Intendi trarre un bilancio complessivo dell’attività culturale fiorentina di mezzo secolo, il secondo Novecento?

Proprio questo è lo scopo che mi muove, l’antologia è in effetti un Archivio di quasi tutte le voci che si sono espresse nel tempo e nello spazio intrecciando secondo varie visioni del mondo un’ipotesi umanistica viva e scandita in una scrittura umile ed alta, personale e corale, affidata a caldo a una sorprendente colloquialità. Si è passati da una civiltà “amanuense” a un incipit virtuale che ancora non ha i crismi della civiltà.

In una società dove il virtuale ormai impera, a maggior ragione pare importante salvare e salvaguardare una stagione dove ancora il cartaceo ( le riviste), inteso come medium artigianale, assumeva un valore capitale nella elaborazione e nella comunicazione delle idee con modalità progettuali e interlocutorie che sono andate perdute in una velocizzazione solipsistica dove l’uomo è sempre più un accidente secondario.

Trarre un bilancio complessivo dell’attività culturale fiorentina di mezzo secolo, il secondo Novecento significa dunque documentare un passaggio di civiltà. Probabilmente, la chiusura di un millennio e l’apertura di un nuovo.

Quali sono le differenze sostanziali che riscontri fra i poeti di ieri e quelli di oggi? Differenze, intendo, non di valore ma di metodo.

La realtà del Secondo Novecento era caratterizzata da un fermento globale non privo di poesia. Anzi, si può affermare che la poesia risentisse alla radice del rinnovamento storico emergente dalle rovine del tempo nel denominatore comune della speranza, o, comunque, di una dialettica fra poesia e società. In questa fase storica il gesto e la parola finivano col coincidere o, almeno, la parola si faceva propositiva di una catarsi.

E tuttavia, nelle pieghe del discorso poetico rimaneva ben salda una visione critica del mondo, uno sguardo al montaliano “male di vivere”, ora individuato in una società da riscattare in una dimensione anche etica, con rinnovati moduli comunicativi.

Le generazioni post-millennium non affrontano più il tema della polis e della storia in sincrono col farsi degli eventi, ma presentano un mondo nel quale, deperita la sintesi fra ricostruzione e speranza, è necessario ripartire da una situazione dicotomica e la cui ricomposizione è affidata o al recupero della pietas o dell'utopia più visionaria.

Intanto si pongono come neoteroi postsperimentali rivolti alla ricerca e alla individuazione di una possibile presenza umana e letteraria.

Secondo te il dilagare delle più avanzate e sofisticate tecnologie della comunicazione con l’affermarsi di una sorta di neolingua o metalingua, di cui la nostra generazione fra li anni ’70 e ’80 aveva previsto il rischio, può determinare il collasso della poesia, così come oggi la conosciamo, o può alla fine rivelarsi uno strumento utile per recidere i reticolati in cui finora la poesia stessa si è trovata prigioniera, sprigionando energie nuove e allargando il sentimento poetico in orizzontale, attuando così una sorta di “democratizzazione” del fare poetico?

In un mio saggio degli anni Ottanta ho scritto: “A un “lettore di poesia” risulta anche evidente che la poesia delle più recenti generazioni si riproduce spesso automaticamente, come avviene attraverso l’uso innocuo, inoffensivo, del computer: gli stessi meccanismi ripetitivi, propri della poesia, similitudini e analogie usate in modo automatistico appaiono esaustivamente negli stessi poeti dell’avanguardia degli ultimi sessanta anni.” Non voleva essere un giudizio negativo. Intendevo ed intendo dire che il linguaggio poetico ha assorbito nel Novecento profonde trasformazioni, tali da mettere in sottordine l’antitesi poesia o tecnologia.

Detto questo rimane chiaro che la questione è di tipo filologico e filosofico. Il nostro timore di un dissolvimento della parola e dunque, nella sostanza, dell’uomo aveva più di un motivo per essere manifestato, e tuttavia – come tu dici nella domanda – già la scrittura aerea prigioniera di se stessa, di una sua metalingua. E dunque la questione sta a monte. Non è che le tecnologie della comunicazione possano democratizzare il linguaggio poetico, diciamo piuttosto che il rapporto fra parola e immagine (etcetera, etcetera) deve essere ricondotto, nei limiti del possibile, ad una koinè nata dall’uomo ed alla cui base, analogicamente, il discorso sia “in forma di parola”, con tutte le variazioni linguistiche e connotative che il termine “parola” comporta. Non è questa una risposta facile, ma neppure è facile seguire le modalità di comunicazione che l’uomo elabora nel continuo divenire dei propri linguaggi.

Io credo che la poesia esista comunque e dovunque l’espressione configuri il dramma dell’uomo nel tempo e nello spazio. L’evoluzione del DNA della comunicazione conserva al fondo il patrimonio segreto della parola.

A conclusione, dopo i bilanci per l’attività passata, puoi fare una previsione per il futuro? In modo particolare tu ti senti un uomo del Novecento o partecipi con rinnovata tensione alle sfide del nuovo secolo? Hai in cantiere altri volumi di poesia?

Come uomo, esistenzialmente, appartengo certamente al 900, ma questo ha pochissima importanza perché come poeta ho partecipato a sfide per tempi lunghi che proiettano la loro incisività nel tessuto del tempo. Quanto più il nostro umanesimo, corroborato da prove tremende e radicali, è riuscito e riesce ancora a configurare la centralità dell’uomo in una transizione verso se stesso, tanto più la sfida è attuale. Diciamo che la poesia, quando riesce a radicarsi nel tempo, sia pure in mappe per minime a macchia di leopardo, dilata lo spazio dell’uomo che ha vissuto nel 900 ma non è, in senso meramente anagrafico, del 900.

Questo tipo di poesia è un sasso nel cerchio del tempo ed ha virtù di dilatare in modo sempre più ampio gli anelli determinati dal proprio ac/cadere. Una sorta di galassia creata dall’uomo nel suo divenire che comprende e, mi auguro, conterrà i secoli e i millenni.

Io spero di avere mosso e rimosso, come ho scritto in un testo giovanile, il mio grammo d’ombra perché “chi in questi anni sposta un grammo d’ombra | avrà posto nel cuore dei figli”.

In questi anni di riflessione mi sono affidato ad appunti minimi e non ho in cantiere altri volumi di poesia. Ho solo un grosso quaderno di testi sparsi in rivista o inediti, rimasti fuori da La neve di maggio, trucioli o silvae variamente stilati con gusto “artigianale” in cui è espressa la difficile composizione del mosaico fra una realtà spesso subita ed un’utopia – privata e pubblica – rimasta quasi per intero nell’incanto larico dei versi.

 

Franco Manescalchi tra Mariella Bettarini, Maria Pia Moschini, Liliana Ugolini e Gabriella Maleti, alcune dei componenti del gruppo Novecento Poesia di Firenze.

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