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Per un documentario su Charles Moulin
Intervista Ad Antonia Izzi Rufo

Enrica Orlando
e Annalisa Arcoleo

1) Ci parli della prima volta che l’ha incontrato

L’ho scritto nel mio libro, nel cap. “Primo incontro”, pag. 11: «Ero una ragazzina di sei-sette anni. Giocavo in mezzo alla strada con i bambini della mia età. All’improvviso uno di noi, che si nascondeva nell’androne della ”Sportanova” (l’entrata est di Scapoli), vide spuntare, da dietro la curva, un vecchietto che percorreva a passo svelto la salita e veniva nella nostra direzione… Scambiammo lo strano individuo per uno che andava in giro a rubare bambini (Erano state le persone anziane ad infonderci questa strana credenza, forse per metterci in guardia contro gli sconosciuti e indurci a diffidare di essi, forse per impedirci di allontanarci troppo dal nostro ambiente abituale). Ci nascondemmo dietro i portoni sempre aperti delle case e aspettammo che il “Baobao” ci passasse vicino senza notarci. Pochi minuti ed eccolo nel vano dell’ampio passaggio. Avemmo la possibilità di osservarlo attentamente. Doveva essere proprio un “acchiappabambini” con quella lunga barba, quei baffoni, quella zazzera che spuntava dal berretto, del modello di quello del grande Leonardo, e si adagiava al di sopra della cappa nera, con i calzoni da montanaro, le ciocie e un vecchio tascapane militare a tracolla. Somigliava a uno dei pastori del presepe: un personaggio fuori luogo e fuori tempo… Si diresse verso la periferia del paese…Lo seguimmo a distanza, rasentando i muri per non essere scoperti, proprio come poliziotti…Giunse presso il portone della chiesa, lo spinse ed entrò. Ci guardammo sconcertati: andava per caso ad ammazzare Don Pasquale, il nostro bravo parroco?...Ci rannicchiammo dietro gli scanni senza essere visti…Si diresse verso la statua di San Giorgio, si liberò dello zainetto, del cappello e del mantello e si mise ad osservare il Santo... Poi si mise a ridipingere la statua che era diventata vecchia e scolorita… Allora, senza accorgercene, gli fummo intorno… Egli si girò, ci scorse e ci sorrise: “Restate pure, bambini, però non disturbate”. Parlava con accento francese, ma pronunciava perfettamente la nostra lingua. Noi non ci spaventammo, ma fummo attratti dai suoi straordinari occhi azzurri (Erano proprio azzurri o così mi apparvero?) e dal suo sguardo sognante, buono, intelligente. Ai tempi della mia infanzia si aveva una mentalità piuttosto ristretta rispetto ai tempi attuali, un modo diverso di educare i bambini. Eccessiva autorità da parte della famiglia, della scuola, della società; mancanza di rispetto per la libertà d’arbitrio, comportamento non proprio improntato sulla trasparenza, la verità, la realtà. Perché i bambini ubbidissero e si comportassero secondo il volere dei genitori, degli insegnanti, degli adulti in genere e seguissero i loro insegnamenti, venivano intimoriti, indotti, quasi costretti a credere che esistevano personaggi cattivi creati dalla fantasia: fantasmi, streghe, mostri… Si diceva persino che “venivano i carabinieri ad arrestarli” se trasgredivano agli ordini dei genitori e dei superiori, di chi “capiva più di loro”. Questo il motivo per cui scambiammo Moulin per un “acchiappabambini”,”Bobalosc’ in dialetto scapolese».

2) Qual era la prima cosa che, guardandolo, colpiva?

Ciò che di primo acchito colpiva, osservandolo, erano i suoi occhi dolci e sognanti, ridenti e intelligenti; l’espressione serena del suo viso.

3) Ne ha avuto paura?

Paura? No, assolutamente. La sua apparizione nell’androne della “Sportanova” suscitò in noi bambini sorpresa, curiosità e, perché no, una certa diffidenza dovuta alla vista di un personaggio insolito che corrispondeva, nell’aspetto e nell’abbigliamento (più o meno), alla descrizione dell’ “acchiappabambini” che ci avevano sempre fatto i grandi. Se si fosse trattato di paura vera e propria, ci saremmo rifugiati nelle nostre case, avremmo chiesto protezione ai genitori, non l’avremmo seguito fin dentro la chiesa.

4) Ci racconti della vita del pittore

E’ tutto scritto nel libro. Sarebbe pertanto troppo lungo esporre ogni particolare. Dirò qualcosa in breve; devo, però, prima risalire a fatti precedenti la venuta di lui a Castelnuovo. Mentre ancora risiedeva a Lille, sua città di nascita, Moulin ebbe come modello un castelnovese girovago, uno zampognaro (è ritratto proprio nell’opera “Lo zampognaro” ) (A quei tempi c’era miseria nei paesi, disoccupazione –pure allora come oggi- e, per guadagnare qualche soldo, gli uomini, zampognari in maggioranza, andavano in giro per il mondo, a piedi e con mezzi di fortuna). Tra i modelli, tutti perfetti ed erculei, si ricordano Vincenzo Tomassone e Nicandro Coia. Mentre dipingeva, il pittore poneva domande perché – ciò è importante – egli non ritraeva quanto appariva, non faceva fotografie: egli voleva imprimere sulla tela il mondo interiore del modello, farlo conoscere così com’era dentro, nell’animo, nello spirito. E questo lo otteneva col dialogo. I modelli parlavano di sé, della famiglia, del paese. Fu proprio durante queste sedute che Moulin ebbe notizie di Castelnuovo e circondario,delle Mainarde, della vita degli abitanti. Fu preso da curiosità e si propose di venire a conoscere le nostre zone appena possibile.
Venne per la prima volta in Italia nel 1896 per aver vinto “Le Prix de Rome”, una borsa di studio dell’Accademia di Francia. La nostra penisola, splendente di sole e d’azzurro, dovette affascinarlo già da quel primo viaggio. All’amico Matisse, infatti, che in una lettera gli chiedeva come avrebbe fatto a riconoscere l’Italia, rispose. «Appena vedrai una terra illuminata dal sole».
A Castelnuovo arrivò nel 1911. Era venuto con l’intenzione di trattenersi solo qualche settimana, invece…vi restò fino alla morte. Perché aveva trovato il posto ideale per esprimersi e realizzarsi nella sua arte: natura primitiva, selvaggia, incontaminata, stupenda nei suoi monti, nei suoi boschi, nel suo verde, nei suoi silenzi, nella sua pace.
Andò a vivere su monte Marrone, nella capanna che costruì tra gli enormi sassi, sul bordo del belvedere che spazia su un ampio panorama e da dove si scopre anche il mare Adriatico, lontanissimo. Viveva come un orso, in una solitudine assoluta, e gli sembrava di toccare il cielo con le mani. Dipingeva alla luce del sole di giorno, al chiarore della luna e delle stelle di notte. Dopo qualche tempo dovette scendere giù di nuovo, per motivi di salute, e si stabilì in un posto alla periferia del paese, non lontano,al “Collerosso”, un poggio- belvedere a trecentosessanta gradi dove s’era creato un ambiente primitivo, un eden stupendo nel suo verde, nei suoi fiori,(tante ginestre), nei suoi piccoli sassi-sculture naturali nei quali egli vedeva Pan e le ninfe dei monti e dei boschi.
Negli ultimi anni fu ospitato dallo spazzino del paese; poi ricoverato nell’ospedale d’Isernia e nella clinica Pansini dove si spense all’età di novantuno anni, il 21 marzo 1960. La cerimonia funebre fu semplice, presenti alcune autorità e alcuni amici fedeli. Non c’erano parenti. Ettore Rufo, per impedire che lo seppellissero in una fossa sulla nuda terra,caricò la bara sulla sua “Seicento” e la portò al cimitero di Castelnuovo, nella cappella del padre, Pasquale Rufo. E’ lì tuttora.

5) Cosa l’ha colpita di più nel suo percorso?

Tutto, nella vita dell’ “Orso delle Mainarde” era originale, tutto destava meraviglia. A me personalmente colpiva la sua “scelta di condurre l’esistenza nella solitudine assoluta”, lontano dal progresso e dalla civiltà, nella semplicità e ingenuità dei primi abitanti della terra, in seno alla natura per ascoltarne il respiro, ad essa ispirarsi, ritrarla, infondere nelle tele il suo incanto. A chi non piacerebbe meditare nella pace del creato, dialogare con le piante, interpretarne linguaggio bellezza vita, inebriarsi del profumo dei fiori, della musica dei rivi, dell’azzurro del cielo, delle romantiche notti di stelle e di luna?

6) Che ricordo conserva di lui?

Di solito, le persone che incontriamo nella vita, se non hanno lasciato un segno dentro di noi, finiamo per dimenticarle o, tutt’al più, col conservarne un ricordo vago. Moulin non era una di queste, non era una persona qualunque per cui non si poteva, non si può dimenticare. Ho vivo nella memoria il ricordo di lui: un personaggio singolare, fuori tempo e fuori luogo, che attirava l’attenzione, che destava ammirazione. Di media statura,le ciocie ai piedi, una cappa nera che lo avvolgeva tutto, un berretto alla Leonardo da Vinci da cui spuntavano lunghi capelli bianco dorato, un po’ ricci, e dello stesso colore la lunga barba che si spandeva sul petto e i baffi che lasciavano intravedere appena labbra rosse, sottili, atteggiate ad un sorriso un po’ melanconico; gli occhi, d’una espressione lungimirante, intelligenti e meditabondi, erano bellissimi. Celesti? Nocciola? Forse l’uno e l’altro colore. E quando parlava, pronunciava la nostra lingua in italiano perfetto, col simpatico accento francese che aggiungeva fascino al suo discorrere limpido e pacato.

7) Perché ha pensato di scrivere un libro su di lui?

Moulin, al contrario di quasi tutti gli artisti di ogni tempo, era nemico della pubblicità. Non solo non chiedeva compenso per le opere che eseguiva (“L’arte non si paga”, soleva affermare), ma non sponsorizzava le sue creazioni artistiche, non cercava di farsi conoscere; lavorava solo per il piacere di dipingere, a contatto con la natura,”en plein air” come gli impressionisti suoi contemporanei, solo per l’arte in cui si realizzava. Questo il motivo per cui il suo nome non figura nelle letterature,, nei testi di storia dell’arte, nei dizionari scientifici. Se ho scritto un libro per lui, su di lui (ed è il mio – pare – il primo libro, completo e veritiero), è perché non venisse dimenticato, «Scripta manent, verba volant». Devo dire, per inciso, che «Ho conosciuto Charles Moulin», ha contribuito molto a far conoscere il pittore, sia in Italia che all’estero: ne sono state vendute molte copie e probabilmente si dovrà procedere ad una seconda edizione.. Mi è stato richiesto anche per internet.

8) Che cosa ha provato a conoscere la sua storia francese dopo averlo conosciuto di persona?

Ho conosciuto Moulin, ed ho scoperto la sua personalità e la sua arte, qui, nel territorio di Scapoli all’inizio, di Castelnuovo dopo, nel cielo azzurro delle dolomitiche, stupende Mainarde; è stato qui, nel mio ambiente e nel suo, di adozione; l’ho seguito giorno dopo giorno (Il paese è piccolo, si sa tutto di tutti, è come se gli abitanti vivessero in una famiglia patriarcale, tutti insieme), sono riuscita ad entrare con lui in sintonia, a leggere nel suo mondo interiore, a capirlo, a stimarlo. La storia della sua vita precedente, in Francia? Interessante, significativa, ma non – per me – importante al pari della vita che egli condusse qui, a Castelnuovo. Perché proprio qui egli trovò il suo eden, quello che cercava, che sognava, in nessun altro posto, qui, nella natura selvaggia, incontaminata, meravigliosa, viva, eterna sorgente d’ispirazione. Era tanto affascinato dalla bellezza dei nostri monti che ne sentiva la nostalgia ogni volta che se ne allontanava. Così nella lettera all’amico Giovanni Coia, quando dovette andare a New York per una mostra: «Le nuvole non fanno che piangere…Rimpiango il sole delle Mainarde e spero di vederlo sorridere ancora, di mattina presto, sopra il Marrone, quando s’alza maestoso dietro il Matese».

9) Ci racconti l’esperienza di quando ha posato per Moulin e un aneddoto

Era in casa dello spazzino (Francesco Di Silvestro) a quei tempi perché non stava bene e aveva dovuto lasciare il “Collerosso”, il suo piccolo paradiso alla periferia del paese. Mi recavo da lui ogni giorno alle quindici e posavo per un’ora. Sedevamo di fronte. Il cavalletto da una parte. dall’altra un tavolinetto con la bottiglia di tisana che di tanto in tanto sorseggiava, mi osservava, mentre dipingeva, e mi poneva domande, con discrezione e naturalezza, m’induceva a rispondere. Parlare era importante perché, attraverso il dialogo, egli riusciva a scoprire il mio mondo interiore, le mie tendenze, i miei ideali e li imprimeva sulla tela. Ricordo il primo giorno: prima che egli iniziasse a ritrarmi, gli chiesi se il mio abbigliamento era adatto: «Ha importanza» rispose fissandomi negli occhi «ciò che appare? ». Arrossii e risposi imbarazzata: «Mi scusi, ho parlato senza riflettere». Un altro giorno vidi una cimice che attraversava i suoi calzoni al di sopra del ginocchio e «Professore » dissi «c’è un insetto, guardi». «Lo lasci stare» ribatté tranquillo «Deve vivere anche lui». Strano: sebbene un po’ sconcertata, misi da parte il disgusto e osservai l’insetto comprensiva, divertita e, quasi quasi, finii per condividere il parere del pittore, il suo rispetto per ogni creatura, anche se ripugnante. La curiosità però m’indusse a seguire con lo sguardo l’animaletto il quale continuò la sua passeggiata fino alla cinghia dei calzoni e poi scomparve sotto la maglia intima. La tisana, che Moulin beveva assiduamente, era fatta con erbe medicinali che abbondano nel nostro territorio: borragine, malva, paritaria, camomilla e tante altre. La consigliava a tutti e diceva di preferirla ai medicinali che si acquistavano in farmacia.

10) Conserva ancora quel ritratto o altri di lui?

Il ritratto che mi fece Moulin non l’ho più: un giorno, mentre spolveravo, si staccò dal muro il chiodo al quale era sospeso e andò a finire sullo spigolo d’una sedia. Fu impossibile rimediare al danno. Ho comunque in casa due ritratti di mio marito. Ettore Rufo, e l’autoritratto che Moulin gli regalò, il più espressivo, il più vivo. Fu realizzato negli ultimi anni. Mio marito era molto amico di Moulin e per un certo periodo seguì anche alcune lezioni di pittura, al Collorosso.
Il Collerosso era un colle circondato da ginestre, boschetti di querce, uliveti e campi coltivati, distate un chilometro circa dal paese e con un panorama incantevole tutt’intorno: la catena delle Mainarde, il Matese, le montagne di Roccaraso e tutti i paesi le borgate le valli i viadotti le strade che questi monti racchiudono, tra macchie verdi e trasparenti ruscelletti saltellanti tra i sassi. Aveva trasformato la parte pianeggiante dell’altura in una piccola oasi di pace. Abitava in una minuscola costruzione in lastre di tufo, addossata a un sasso, nella quale c’erano un giaciglio di paglia, un tavolinetto, una sedia, poche stoviglie, le sue tele, i suoi pastelli, la tavolozza. A un angolo una bambola di pezza, alta quanto una persona di media statura, che egli, alquanto divertito, presentava ai visitatori come “la sua signora”. All’esterno una meridiana, dei sedili di tronchi d’albero, un tavolinetto di legno di quercia, sculture naturali in pietra; nel terreno un pozzo, alberi da frutta potati bassi, ortaggi e fiori…
Il Maestro dipinse le ginestre in più quadri, ma questi furono rubati durante la deportazione. Ora il Collorosso non è più quello d’una volta. Dopo la morte del pittore fu venduto a una famiglia di Castelnuovo che vi ha costruito una casa d’abitazione, un’officina e delle stalle per animali domestici.

11) Pensa che in un altro posto la vita di Moulin sarebbe stata diversa?

Non solo inconsciamente, anche coscientemente, Moulin cercava il suo eden, il posto in cui stabilirsi, realizzarsi, vivere e continuare a vivere anche dopo la morte. Ognuno di noi lo cerca, ma non sempre lo trova, ci vuole fortuna. La luce s’accese in lui dopo l’incontro con lo zampognaro di Castelnuovo, che egli ritrasse.«Forse ho trovato il luogo dei miei desideri» disse dentro di sé «Un giorno vi andrò». Venne a Castelnuovo, ne fu affascinato, vi restò per sempre. Se non l’avesse fatto, se si fosse stabilito in altro luogo, sarebbe stato l’eterno insoddisfatto, un infelice.

12) Quanto c’è di vero nei racconti della gente?

Le persone ora anziane che l’hanno conosciuto, ne parlano spesso e lo ricordano nella sua originalità. Dicono il vero, però qualche volta esagerano un po’, anche se lo considerano un mito. Per i giovani, che sono nati dopo la sua scomparsa, Moulin è un personaggio del passato, d’altri tempi, e quando sentono raccontare di lui, quando vedono le foto che lo ritraggono in quello strano abbigliamento, quando apprendono della vita che conduceva, si stupiscono e quasi dubitano della sua esistenza: «Possibile! Veramente! Incredibile!», concludono un po’ scettici. Ma di fronte alle opere, non possono che esprimere tutta la loro ammirazione.

13) Come ha accolto il paese Moulin?

I castelnovesi si distinguono dagli abitanti dei paesi limitrofi per il loro carattere: sono allegri, buontemponi, inclini alle libagioni, molto ospitali. Non si preoccupano eccessivamente del futuro, sono per il “carpe diem”. Il loro motto è: «Pensa all’oggi, domani Dio provvede». Moulin fu accolto “a braccia aperte” e ospitato con tutti i riguardi possibili. Egli, però, non ne approfittava: cercava di disobbligarsi meglio che poteva, rendendosi utile. Lo accolse in casa Giovanni Coia, preavvisato dal fratello Nicandro che a Lille aveva conosciuto il pittore.Moulin curava l’orto, potava le piante, aggiustava porte e finestre, faceva ripetizione ai figli di Giovanni. Gli abitanti di Castelnuovo erano gentili e, sebbene non avessero una cultura e molti di essi fossero analfabeti, si rendevano conto che “M’ssiù Mulà” era una persona perbene, intelligente e colta, e lo rispettavano. Quando il pittore cominciò ad eseguire ritratti ai privati, si recava, a turno, nelle loro case e veniva ripagato con un piatto caldo di minestra. E quando egli abitava nella capanna di monte Marrone, i contadini che andavano a raccogliere la legna, gli portavano sempre qualcosa da mangiare (pane, formaggio, salsicce, legumi cotti, vino ed altro).

Castelnuovo

Dubito che ci sia
– consulti l’enciclopedia –
un paese stravagante,
allegro, entusiasmante,
che fonde il vecchio e il nuovo,
come Castelnuovo.
Paese da nulla,
di gente fanciulla,
che s’adagia beato,
presepe del creato,
alle pendici d’un monte,
superbo all’orizzonte.
Gli abitanti…
Son quattro gatti,
briosi, un poco matti;
spensierati e buontemponi
e pur ligi alle libagioni.
Si canta, si ride, si suona;
si vive alla buona.
Centro di vita è la piazza,
dove la gente si diverte e impazza.
Ecco organizzata una scenetta,
ecco…s’ode una musichetta…
Uno suona la chitarra,
l’altro il piffero mentre balla,
chi il tamburo, chi il fischietto,
chi il clarino, chi l’organetto.
Si schiamazza fino a notte;
per chi protesta sono botte…
Qui non vige il coprifuoco;
via le guardie, i vigili del fuoco.
Qui c’è grande libertà.
gioia di vivere, ilarità.

14) Per come è oggi il paese, Moulin sarebbe accolto allo stesso modo?

Moulin è morto nel 1960, cinquant’anni fa. Quante cose sono cambiate in questo lungo periodo! Tra l’altro, la mentalità della gente di paese che è uscita dall’ambito ristretto in cui viveva, s’è emancipata, ha preso coscienza del cambiamento, s’è adeguata al nuovo modo di vivere. Moulin sarebbe accolto,pertanto, meglio che nel passato; si farebbe, oggi, per lui, qualcosa in più che non è stato fatto,per valorizzarlo, farlo conoscere, diffondere le sue opere, collocarlo nel posto che gli spetta accanto agli artisti suoi contemporanei.

15) Pensa che potrebbe esistere un altro Moulin oggi?

Lo escludo. Credo che Moulin sia stato l’unico pittore a rinunciare agli agi, alla famiglia, alla grande città, alla fama, all’amore d’una donna per vivere nella solitudine dei monti e dei boschi di faggio, tra lupi ed orsi ed un serpente che gli faceva compagnia nella capanna di pietra da lui stesso costruita, tra i sassi del belvedere della”Croce”.

16) Si sente ancora l’influenza dell’artista nel paese?

Non credo si possa parlare di “influenza”, non ne sussiste il motivo, ma di continuazione della tradizione, per quanto riguarda certe abitudini, sì. Ancora, infatti, si fa uso delle tisane che il Professore consigliava di prendere al posto delle compresse acquistate in farmacia: non costano nulla e sono più efficaci. Le tisane si fanno con erbe medicinali essiccate, bollite e lasciate in acqua per un po’ di tempo. Non hanno effetti collaterali.

17) Le sembra giusto che Moulin sia conosciuto solo nel suo paese?

Moulin non è noto come dovrebbe, come lo sono i suoi contemporanei, però il suo nome non è ignorato del tutto. Sue opere, infatti, si trovano a New York, a Parigi, a Roma, a Napoli e in altre città, non solo nella provincia d’Isernia e in alcuni suoi comuni. A Castelnuovo ci sono molti ritratti: se ne trova almeno uno quasi in ogni famiglia. Diverse opere sue si possono ammirare anche in internet. La maggior parte delle opere di Moulin si trova nelle case di privati, ritratti soprattutto; anche questo il motivo per cui poco si sa di lui.

18) Perché nessuno ha mai provato a far conoscere Moulin fuori da Castelnuovo?

Non è esatto. Ci sono state diverse iniziative per farlo conoscere un po’ dovunque: articoli sui giornali, mostre (modeste) nell’ambito della zona, sponsorizzazioni. Le iniziative, però, non hanno avuto seguito, si sono arenate. Si è sempre pensato di organizzare una mostra a livello nazionale, a Roma, ad esempio, ma sono mancati i fondi per agire, gli enti non hanno offerto il loro appoggio, non hanno dato contributi. Un professore francese che insegna disegno e storia dell’arte a Parigi, Patrick Cunial, sta facendo ricerche sul pittore a Lille, a Parigi, anche in Italia; è stato a Villa Medici, ad Anticoli Corrado; è venuto anche a Castelnuovo più volte. E’ riuscito a mettere insieme molte notizie inedite, sia in Francia che in Italia. Ora sta premendo presso il sindaco di Lille per organizzare, a spese del Comune francese, una mostra internazionale, proprio nella città di nascita di Moulin.

19) Secondo lei è giusto fare una mostra su Moulin?

Una mostra internazionale farebbe conoscere “ufficialmente” Moulin, lo collocherebbe nel posto che gli spetta, accanto ad artisti suoi contemporanei affermati, darebbe la possibilità alla critica di esprimere pareri giusti, obiettivi sulle sue opere, lo inserirebbe in un filone artistico specifico, anche se non è facile classificarlo, dire quali sono le sue vere tendenze perché in lui c’è originalità e profondo senso dell’arte, è se stesso in ogni espressione, sebbene i temi universali che accomunano gli artisti di ogni epoca e ogni luogo.Non seguì, infatti, nessuna corrente in particolare, tradusse in pittura quanto vedeva e sentiva, in piena libertà.

20) Luce: ispirazione, tema centrale delle sue opere. Silenzio: fondamentale per il suo lavoro. Mito: come è visto Moulin a Castenuovo. Cosa ne pensa di questi tre concetti relativi al Nostro?

Rispondo a queste domande con quanto ho scritto a pag. 10 del libro: «A quale artista del suo tempo si potrebbe accostare Moulin? Ai toni d’ispirazione melanconica di Auguste Ravier? Alle sfumature vaporose ed evanescenti di Corot? Alla rappresentazione del vero di Courber, Manet, Monet e dell’amico Matisse? Alla dolcezza dei ritmi e alla vibrazione dei colori delle figure di Renoir? Moulin si può definire romantico, realista, impressionista, purista, pittore classico o pittore di tendenze moderne? A tutti e a nessuno, perché egli fu sempre se stesso». Evidente, comunque, è la sua adesione all’Impressionismo. Anch’egli, come gli impressionisti, rifiutava gli schemi accademici e preferiva alla pittura in studio quella “en plein air”. La natura era identificata nella luce all’aria aperta, lo spazio era sentito come aria luminosa. Come gli impressionisti, anch’egli era pittore di paesaggi. Le vibrazioni del paesaggio, dell’oggetto, della figura umana nell’atmosfera erano fissate con istantaneità nei loro aspetti mutevoli, ricreate attraverso la giustapposizione di rapidi tocchi di colori. Non solo la natura, erano ritratte anche scene pastorali e mitologiche, realizzate con vivo realismo. Ne sono testimonianza, tra le altre, le tele stupende di Orfeo ed Euridice.
La sua ispirazione e la sua arte esplodevano nella luce del sole, nel terso d’azzurro d’un cielo trasparente, nel silenzio e nella solitudine dei monti e dei boschi delle Mainarde, nella loro atmosfera d’incanto. Come è visto Moulin a Castelnuovo? Come una stella scesa dal cielo a cancellare l’opacità d’un paese immerso in una natura incantevole ma non ancora noto, allora, così come lo è ora, lo è diventato, grazie ad un uomo semplice ma grande per la sua umiltà, la sua umanità, la sua arte, la sua poesia.

Antonia Izzi Rufo, Ho conosciuto Charles Moulin, Associazione Culturale “Il Cervo”, Castelnuovo al Volturvo, frazione di Rocchetta (Isernia), è stato pubblicato nel 1998. E’ stato il primo testo scritto sul Pittore di Lille.

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