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Conversazione con l’artista Prisco De Vivo

L’infinito, il trascendente e l’inesauribile incanto del poeta

Quello che di più ammiro in Prisco De Vivo è la potenza visiva che evoca la sua opera e il suo pensiero. Pensiero che diventa segno e distorce ogni visione, come poteva accadere, forse, solo nel lontano Rinascimento ad artisti sapienti, profondi conoscitori della natura.

Prisco pone la sua attenzione meditando sulla natura umana e sulle cose, facendo una rilettura energica e metafisica dell'Espressionismo.

In lui c'è una volontà di rifondazione dello stesso linguaggio espressionista non solo in termini espressivi quanto teorici. Ed infine ritrovo il poeta lirico e debordante come lui stesso dichiara di essere, con la parola che si fa esperienza di un sentire filosofico.

Dopo aver dedicato lunghi mesi alla rilettura di testi poetici di nuovi e vecchi autori ho rincontrato il mio amico-artista, il suo viso è attraversato da qualche ruga d'espressione in più e il suo mento è incorniciato dal pizzetto più brizzolato, segni che il tempo passa anche per lui. La sua figura è come sempre irrequieta e i suoi mobili occhi mi riportano alla memoria alcuni quadri che mi ha regalato. Dopo aver trascorso diverse ore a parlare davanti ad un ottimo caffè al Gambrinus ci salutiamo con la promessa di trascorrere qualche altro pomeriggio insieme parlando dei nostri argomenti preferiti come l'arte, la poesia, la letteratura,la filosofia.

Rientrando nel mio appartamento, entusiasta mi lascio andare sulla poltrona del mio studio e qui la mia mente mi riporta con un flashback al 1932, a Goffried Benn poeta del nulla e della laica trascendenza. Protagonista dell'Espressionismo letterario di quegli anni diceva che tutto era vuoto e sulle acque non si librava lo spirito di Dio ma il Nichilismo. Per una intera generazione di tedeschi contava il detto di Nietche che “l'arte è l'unica attività metafisica a cui anche la vita ci obbliga”. Tempi così lontani ma nello stesso tempo ancora vicini al nostro modo di pensare.

La condizione del sacro nell'arte risulta sempre più rara, l'espressione spirituale di un'opera d'arte non può essere inscritta al proprio tempo; così è accaduto all'amico Prisco De Vivo sempre in fibrillazione.

Io e Prisco proprio in questi ultimi anni abbiamo realizzato un libro dove si incontrano arte e poesia dal titolo “Segni e parole”sottotitolato “in una notte oscura e uggiosa”, un lavoro idealmente dedicato a Pier Paolo Pasolini con una introduzione di Plinio Perilli, il testo comprende 18 mie liriche inedite ispirate ad altrettante opere di Prisco di alcuni anni fa.

L'intervista viene registrata tra un caffè e un sigaro, ne propongo la trascrizione.

D. A quali artisti realmente ti identifichi sia come uomo che come pittore?

R. Sicuramente non a Eduard Munch anche se ne riconosco la forte vicinanza e la sua influenza. Mi identifico maggiormente a due grandi solitari pittori espressionisti:Martin Disler e Giannetto Fieschi, non a caso anch'essi scrittori.

D. Cosa ti riconduce a loro? Quale capacità ti fa assimilare il loro vissuto?

R. Ritengo che gli artisti espressionisti siano dei mistici che rincorrono ad una ricerca che sia essa stessa espressione spirituale.
L'artista inteso dai veri espressionisti è una figura particolare,“un redentore laico, condannato ad una eterna sofferenza, ad una eterna ricerca per il riscatto suo e dell'intera umanità”.
A tutto ciò che si nasconde e che è inafferrabile nella natura stessa è rivolta la mia indagine, come lo è stato per tutti gli altri.

D. Vorrei approfondire meglio il concetto di inafferrabilità nella natura.

R. Alcuni artisti che ti ho citato hanno speso buona parte della loro vita su questo concetto,cioè hanno dipinto ciò che la propria anima ha veduto. Una essenza che si percepisce ma che non si comprenderà mai totalmente, ed è proprio per questo che mi piace il quadro di Odilon Redon intitolato Giacobbe e l’Angelo: esso raffigura l’episodio dell’Antico Testamento biblico della lotta tra due potenze buone, quelle di Giacobbe e dell’Angelo, Angelo che è un’espressione di Dio: il mio rapporto con l’arte, con la materia (tela, carta, oli, pastelli, cera, matite, tempere, etc), nell’atto della creazione artistica, è simile alla lotta con l’Angelo; del resto anche la traduzione di un testo poetico può essere simile a questa “lotta”. Inoltre credo che l’arte venga da profondità che il giorno non conosce, come è detto dai teorici di un’estetica zen: con ciò non voglio assolutamente affermare che l’arte provenga dall’inconscio tout-court , anche se molti sogni sono generatori di opere artistiche.

D. C'è una poesia di Mario Luzi che risulta un vero manifesto sulla purezza e sulla redenzione della nostra anima, la poesia si intitola “Alla vita”sono evidenti il cielo che si unisce al mare, i bagliori serali, il ritorno ad un trasparente e sacro amore materno.
Come vivi tu da cristiano la condizione del sacro?

R. Mi riconosco in un Dio che è motore ed origine dell'universo, tutto questo mi è dato di concepirlo attraverso l'intuizione.
La poesia come l'arte si confronta ogni giorno con il sacro diventando sensazione del mondo, una guida dell'uomo verso la verità. L'artista, non solo come indagatore della vita, si erge al di sopra di essa con la creazione di alti valori spirituali.

D.(P.D.) Adesso tocca a me farti una domanda. Prima hai citato Mario Luzi ti riconosci nella poesia di questo grande poeta cattolico?

R (R.P) Si, mi riconosco, nella poesia di Mario Luzi e in un saggio sulla mia poesia il poeta e critico letterario Vincenzo Frungillo ha individuato i miei ispiratori in Luzi e Celan. Indubbiamente ammiro Luzi come artista e uomo, un poeta che ha vissuto tutta la sua vita a 360 gradi; la poesia di Luzi è immensa ed è tutta giocata a livello ontologico, pensiamo al Luzi di “Frasi e incisi da un canto salutare”, a “Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini” o a “Sotto specie umana”; tuttavia credo di essere più vicino al Luzi giovane di “Dal fondo delle campagne”. Però non mi riconosco solo in Luzi, ma anche in altri poeti come Montale, Pennati e Petrarca.

D. Ma tu le hai lette le poesie di Luzi?

R. Sì, alla lettura di esse resto estasiato. Luzi è una delle voci più spirituali del nostro tempo in tutta la sua opera ha sostenuto di essere continuamente il segno di una forza di luce, nella continua chiamata del Signore.

D. Vorrei, per quanto mi risulta possibile, approfondire su una particolare questione che riguarda il tuo mondo espressivo:
Che cos’è per te la trascendenza?

R. La trascendenza” è il movimento dell’andar oltre, al di sopra di un riferimento. […..]

S. Agostino diceva: “Per trovare la verità l’uomo deve non soltanto rivolgersi entro di sé ma anche trascendere se stesso in quanto essere mutevole”.
Proprio per questo ogni giorno sento le mie materie pittoriche scorporarsi sulle tele (le vedo annientarsi); ogni materia, ogni elemento o simbolo diventano leggeri e scambievoli davanti ai miei occhi. Ogni cosa che mi accomuna alle altre è per me “trascendenza”.
Questo vi si pone non solo nell’arte. Ecco la percezione dell’attimo, la natura dell’inconoscibile che diventa sentimento.

D. E adesso dimmi cosa significa per te l’infinito?

R. Ti rispondo con le parole di Emiliy Dickinson, quando, in “Geometrie dell’estasi” scrive : “ Le sole notizie che apprendo sono ogni giorno Bollettini dall’Immortalità”. Per la grande poetessa americana c’è una ricerca circolare verso ciò che è eterno e che non muore mai, dalle piccole alle grandi cose nel mondo. Microcosmi dentro un macrocosmo dove si riconoscono tutti i segni di Dio.

D. Quindi infinita ed eterna è per te la poesia?

R. Da sempre mi sono interrogato sull’origine della poesia è proprio su questa questione mi viene in mente lo scritto di Pietro Citati “Gli Dei inventori della poesia” quando descrive un Ermes eroico che impugna la cetra e canta l’origine e la storia degli Dei. Orfeo che ovunque si trovava incantava con il suo canto, addirittura piante, animali e persino le pietre.
È da millenni che la poesia non solo non invecchia ma è racchiusa sempre nel suo “grembo eternizzante”,gode di un’inalterabile condizione d’infinito. Riconosco anche, che quella forza “potente ed incantatrice” non è mai diminuita nemmeno nei contemporanei.

D. Per questo negli ultimi anni ti sei avvicinato ai versi? A proposito da quanto hai fatto tua questa nobile e preziosa “arte” come tu stesso definisci? E quali sono stati gli autori che te l’hanno fatta amare?

R. Dire tutti è troppo, per fare qualche nome citerei sicuramente Baudelaire “Il poeta dello spleen” ha significato molto per me. È stato un cantore estremamente compenetrante. Ci sono dei versi della lirica “Elevazione” dei “fleurs du mal” che agli inizi degli anni ’90 la ripetevo tutti i giorni a mio padre, ai miei amici, a tutti coloro che incontravo. Questa e tutte le sue liriche mi avevano totalmente rapito. Oltre a poeti tanto vicini al nostro modo di vedere il mondo mi vengono in mente anche figure molto lontane nel tempo come quelle di santi-poeti, quali San Francesco d’Assisi e San Giovanni della Croce.

D. Quindi i simbolisti francesi rappresentano il tuo pane quotidiano?

R. Non solo i simbolisti francesi ma quasi tutta la letteratura ottocentesca. Ritornando alla poesia o poiein, il verbo da cui deriva ,significa fare. De Angelis ritorna più volte nel sottolineare che la poesia deriva da drama, dal dramma greco e su questo sono d'accordo. Colui che mi ha iniziato a questa nobile arte è stato l’amico/scrittore Nino Velotti uno dei più bravi poeti della sua generazione (fragile, livido, eterno poeta) che accoglieva la mia ingenua sensibilità di pittore alla sua già saggia esperienza nel verso, ricordo in tenerissima età scrisse:“A mia madre / volto gioioso / sguardo intimo / pensiero di vivere”aveva appena 8 anni.

D. (P.D.) La poesia è cosa esclusiva penso spesso che è davvero per pochi eletti, e tu di questo mi puoi capire dato che sei un valido poeta: “Dove passa la poesia c’è un po’ meno dolore, un po’ più coraggio a morire” è così che diceva Ceronetti?

R. (R.P.). Credo di sì, la poesia può essere salvifica, pensa al famoso varco montaliano.

D. Mi risulta quasi difficile chiederti che cosa nel nostro tempo fatto di vuoti e demistificazioni ti spinge a fare ancora “arte”?

R. Posso risponderti che due sono e saranno i motivi che mi proiettano ad essa“emotività e passione”, quelle che romanticamente ti bruciano come una carta nel fuoco e ti rendono un pulviscolo al vento.

D. Quindi bruciarsi intensamente nel fuoco dell’arte è a quello che aspiri?

R. Forse è quello che ti rende invulnerabile ed eterno, e forse proprio per questo che Hermann Broch scrisse nella“Morte di Virgilio” “…fuggendo ma cercando la Morte, cercando ma fuggendo l’opera”? ...

Napoli, 18-5-2017

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