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Intervista a Francesca D’Errico

Le interviste di Raffaele Piazza

Francesca d’Errico è stata docente di Storia e Filosofia nei licei e vive a Caserta dedicandosi completamente ed intensamente alla scrittura e alla poesia tramite la cui pratica a riportato numerosi successi in concorsi letterari.

È d’accordo sul fatto che la sua raccolta Bianco antico, per la sua unitarietà stilistica e contenutistica potrebbe essere considerata un poemetto?

Mi esprimo riprendendo parte della Sua recensione su “Bianco antico”, recensione pubblicata nel bimestrale Le Muse, anno XX, giugno 2020. “Si tratta di un volume non scandito che, per la sua unitarietà formale e contenutistica, potrebbe essere considerato un poemetto”.

Il Suo giudizio, a mio parere, illumina la “concordia” dell’unitarietà del processo creativo che è sede ed anima del tono dell’ispirazione. Quest’ultima non perde di vista gli angoli silenziosi ed evanescenti della superstite e “sopravvissuta” autenticità della parola poetica.

Stile e contenuto, in tal senso, sono la sede dell’unitarietà della raccolta poetica che attraverso i versi e il ritmo manifesta la liberazione dell’essere e dell’esistere da sentieri circoscritti.
La brevità, inoltre, è tratto caratteristico di un patrimonio letterario che risale alla generosità delle testimonianze che la parola poetica ha depositato nella storia della civiltà.
Il Maestro Quasimodo, tra l’altro, nella conclusione della sua densa introduzione, così si esprime.
“Condotti dal ritmo, scandito con equilibrio, entriamo in un universo magico, rarefatto, a volte metafisico” (Alessandro Quasimodo, introduzione a pag. 9 della raccolta poetica).

Crede che la poesia possa far giungere alla salvezza tramite il varco salvifico di montaliana memoria?

Questa Sua domanda racchiude a mio parere il titolo del rituale discorso che Montale tenne nel 1975 presso l’Accademia di Svezia “È ancora possibile la poesia?”.
La voce poetica di Montale, una delle più alte del ‘900, esprime, in tutto l’itinerario poetico e nello stesso scritto sopra citato, la sconfitta di un “universo”.
Il poeta stesso è metafora di chi “sopravvissuto” alle rovine, attraverso l’occasione poetica, e con una vena di religiosità non confessionale, spera di vedere il significato della vita che sfugge e bussa alla porta dell’“oltre” cercando il presupposto simbolo dell’impossibile e dell’eterno.
Nella parabola della vita, il poeta, pur sfiorato dallo scetticismo, non è separato dalla luce dell’impegno morale e dell’intelletto.
Nello stesso presente il poeta “il sopravvissuto”, ascolta e ricerca in una sorta d’incantamento la vita stessa ed il suo significato.

Il sogno nutre la lanterna della speranza come retroguardia della supposta armonia del mondo.
Tra tante poetiche fondate sul dolore dell’eterno ritorno nella condizione umana, sul pessimismo cosmico di stampo leopardiano, la sua scrittura pare aprirsi all’ottimismo che fa in modo che l’essere umano creatura divenga persona. Condivide questa opinione?

Condivido senza nascondere che la grande, antica e vasta “scuola del pessimismo” è sede di pensieri e culture che ho incontrato nei miei studi. Ne ho percorso la densità avvertita e sentita, senza rinnovarmi, fino in fondo, nei suoi gravidi eccessi assolutistici.
Il “destino” del genere umano ritengo possa essere varcato con fiducia sia dagli uomini che dalle donne in specie quando uomini e donne non perdono di vista la naturale ed espansiva politicità della persona nell’esserci del mondo.
La stessa condizione umana non ritengo sia la colpa e il gravame, il fardello ed il peso di una sistematica infelicità ed il perenne tormento per intelletto senso e ragione.
L’espressività umana è un paradosso immenso. Nelle arti, nelle conoscenze, nelle scienze, nel lavoro, nelle forme contemplative, nelle scoperte in tutte le lecite attività che appartengono all’ingegno alla operatività umana, la “creatura” si fa persona.
Virtù e dignità umana si legano dunque alla testimonianza di buone e belle pratiche, non ultima l” ars poetica” a conferma dell’idea di equilibrio che è base e fondamento di autentica democrazia nel mondo.
Il dolore delle creature, l’eterno ritorno, il pessimismo cosmico, l’irrazionale mistica dell volontà, che attraversa cieca e assoluta ogni forma di vita sono importanti figurazioni del pensamento umano vela e manifesta il suo tendere all’assoluto.

Pensa che sia vero quello che ha scritto Alessandro Quasimodo e cioè che il titolo della raccolta associ il ruolo della luce alla tradizione, al passato e che il termine antico ci ricorda i classici sempre attuali?

Penso sia vero. Il Maestro Alessandro Quasimodo sottolinea infatti, a proposito del titolo della silloge, il termine antico. e Bianco antico diviene allora l’attualità di una cifra stilistica in armonia ed in ricordo dei classici sempre attuali coevi a noi per l’universalità di un messaggio e di una ricerca culturale che è auspicabile in una società omologata e povera di valori.
Il Maestro Alessandro Quasimodo nella sua prefazione puntualizza anche: “Certe parole di matrice letteraria sono alternate ad altre appartenenti a un linguaggio tecnico e specifico. Si crea una cifra stilistica originale che viene valorizzata dalla sintassi fluida del verso che utilizza l’enjambement, l’allitterazione, l’anafora e l’anastrofe.

Come vive il suo rapporto con la natura idilliaca nei suoi versi e protagonista di essi?

Apprezzo il tratto rigoroso ed ineluttabile della pulsione della vita che attraverso immagini e parola poetica fa trasparire la fonte dell’ispirazione. Percorro così i sentieri e i richiami sospesi, le tonalità avvertite e osservate, i candori che traspaiono in una rinascita dello sguardo appuntato alle solide radici dell’esistenza. Credo di poter concludere dicendo che vivere e poetare nella mia vita sono “coltivazioni” intrise di armoniche ispirazioni.

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