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Intervista a Michele Manfredi-Gigliotti su Tini «picciul partisan»

“La storia di Tini «picciul partisan» raccontata nella prima parte attraverso le memorie dell’autore bambino, è la storia dolorosa di un sedicenne che, vissuto sempre in Val de Stali, un borghetto sulle montagne friulane, a contatto con la natura e la sua terra, vede improvvisamente crollare gli ingenui sogni dell’adolescenza per diventare involontario protagonista di eccidi e piccolo protagonista di avvenimenti più grandi di lui, sullo sfondo di una guerra spietata che non lo risparmia. Autore del romanzo è Michele Manfredi-Gigliotti che, nato a Nocera Terinese in Calabria, vive oggi a Sant’Agata Militello dove esercita la professione di avvocato.

Gli orrori della guerra, l’amore per la sua terra, la miseria in cui è costretta a vivere la gente e il loro desiderio di riscatto sociale rappresentano alcuni dei temi più ricorrenti nelle sue liriche e nei romanzi tra cui ricordiamo Croce del Sud, Pane nero, Memorie storiche sull’antica città di Terina.

A proposito del suo ultimo libro, Tini, abbiamo voluto incontrarlo ed intervistarlo.

«A che cosa si deve l’ispirazione del libro?»

«L’ispirazione è dovuta ad una reminiscenza degli anni trascorsi in Friuli da Bambino, a dei ricordi, cioè, d’infanzia che io ho collegato con una storia realmente accaduta in Friuli al tempo della guerra partigiana»

«Si è ispirato a dei modelli narrativi particolari?»

«No, certamente no. Nel libro la costruzione architettonica è particolare. Vi si adottano, infatti, due tipi di linguaggio del tutto differenti. Nella prima parte il linguaggio è affabulato, direi quasi infantile, proprio perché è come se a parlare fosse il bambino di allora e la realtà descritta è quella che apparve ai suoi occhi di bambino. Nella seconda parte, invece, il linguaggio cambia, diventa adulto, perché a quel punto la scrittura entra nel racconto vero e proprio»

«Che cosa può rendere vicino al lettore siciliano un libro così lontano nella collocazione e nella parlata?»

«Intanto, non è un libro in dialetto. Le poche frasi in friulano usate sono state più che altro un vezzo letterario per mostrare che il romanzo è stato vissuto e rivissuto da me nel ricordo. Ciò che poi può rendere vicino il romanzo non solo al siciliano ma al lettore in generale non è la collocazione geografica della storia narrata che poteva essere ambientata ovunque, anche in Sicilia, quanto il messaggio contro la guerra che nel romanzo finisce con l’assumere, direi, quasi una funzione catartica»

«Che cosa rappresentano le liriche nella sua vita di scrittore?»

«Quello delle liriche è stato un momento di ispirazione particolare, una parentesi della mia vita letteraria dedicata alla narrativa. Le liriche, rispetto ai romanzi, nella loro incisiva brevità, riescono a cogliere in maniera più cruda e per certi versi più violenta, alcune immagini e aspetti della vita quotidiana e delle condizioni subumane in cui per tanto tempo la gente del Meridione, la mia gente, è stata costretta a vivere».

Filone conduttore di quasi tutte le sue liriche, quindi, resta l’amore per il Sud, questo Sud, egli scrive…dove il tempo passa // con morte stagioni // oltre le zolle riarse // oltre i fiumi stagnanti // a scoprire sui volti degli uomini // attonite solennità // pietrificate di Sfinge “.

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