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Intervista a Bruno Bartoletti

Liliana Porro Andriuoli

1 Qual è la sua poetica? O meglio come inserisce la sua poesia nel contesto della letteratura contemporanea?

È un problema che non mi sono mai posto. Ero studente universitario quando il professore di letteratura italiana mi pose sotto gli occhi un libro e mi chiese: «Conosce questo autore?». No, non lo conoscevo, e mi giustificai dicendo che era molto difficile giudicare il valore dei contemporanei. Così i miei studi di poesia arrivavano a Ungaretti e Montale o giù di lì. Poi mi sono accorto che non era possibile scrivere senza conoscere gli autori contemporanei, senza sapere o partecipare al dibattito culturale. Allora mi sono gettato in una forzata acquisizione di opere, di testi e di autori italiani e stranieri. In fondo si scrive perché qualcuno ha già scritto. Silvio Ramat così si esprime sul tema: «A tutti, sì, io raccomando di non cominciare a scrivere prima di aver letto il più possibile. Solo saccheggiando senza risparmio i beni altrui, ci è dato di trovarci, di diventare noi stessi». Alcuni mesi fa sono stato con un collega a coordinare un gruppo di insegnanti per un lavoro sulla poesia. Il collega, saggista e poeta, fece sua l’osservazione che scrivere oggi non è possibile se non in sintonia con il linguaggio dei poeti contemporanei. Io risposi, e ne sono convinto, citando da Questa libertà l’invito che Pierluigi Cappello faceva di «allontanarsi dai luoghi comuni per cercare le parole appropriate che altro non sono, in poesia, se non le tue». Ecco, trovare le proprie parole: credo che questo sia il compito di chi scrive.

2 Quali sono i suoi poeti preferiti o quelli ai quali si sente più affine, sia italiani che stranieri?

Ho sempre avuto una particolare predilezione per Giovanni Pascoli, sia per le poesie studiate a memoria fin dalla scuola elementare (all’esame di terza elementare recitai le due strofe del X Agosto, quelle in cui il poeta descrive la rondine uccisa), sia per una certa corrispondenza con la morte del padre (io persi il padre all’età di 9 anni in un incidente in miniera in Francia). E poi soprattutto Leopardi per passare al decadentismo: Rimbaud, Verlaine, Mallarmé e il padre di tutti Baudelaire. Infine il novecento e i contemporanei. Ma in cima stanno alcuni autori fondamentali per la mia formazione: Dante, Petrarca, Leopardi, Baudelaire e Pascoli. A chi mi sento più vicino? Ecco, ai cinque già citati aggiungerei Mario Luzi, soprattutto il Mario Luzi di Nel Magma, Attilio Bertolucci, Carlo Betocchi e Sandro Penna che Cesare Garboli definiva “il più grande”.

3 Qual è secondo lei la funzione dei classici nel mondo moderno?

È la domanda che si pone, citando Eliot, all’inizio del suo Lo stadio di Nemea Giancarlo Pontiggia. Lo studio dei classici e la loro funzione erano e lo sono stati per molto tempo maestri di stile e di vita, di miti ed archetipi che colgono l’essenza e la storia dell’uomo; ma poi, in tempi non troppo lontani, si è cercato di retrocedere lo studio dell’antico a favore del moderno, per un falso concetto di contemporaneità. Così con un tratto di penna è stato azzerato lo studio della storia greca e romana, lo studio della geografia, in particolare dell’Italia. Ed è stato un errore. Quanto profonde sono Le metamorfosi di Apuleio, già anticipazioni di Dante e di Boccaccio, l’Iliade e l’Odissea, così fortemente studiate e interpretate, il De rerum natura di Lucrezio e quanto insegnano le tragedie greche! Un bel libro di Luciano Canfora ha un titolo assai significativo, Gli antichi ci riguardano, nel senso che «ci insegnano a scartare le risposte facili e le facili consolazioni e autoassoluzioni». Lo studio dei classici ha dunque, a mio avviso, un compito educativo. Il significato lo possiamo trovare in questa riflessione del giovane Marco in Il mercante di luce di Roberto Vecchioni: «Leggo e guardo, papà, forse siamo nati per gli addii. Anche gli addii sono luce, me l’hai insegnato, no? E si affrontano la spavalderia di Aiace e la convinzione invincibile di Antigone. Questa è la vera storia, non i ponti, le città, il nemico battuto: si va al di là dell’intelligenza, del coraggio e perfino della bellezza perché: Chi è bello, è bello solo da vedere, chi è bello dentro è bello ovunque e sempre». In questo, forse, la grande lezione degli antichi.

4 Come vede il rapporto tra poesia e filosofia?

A mio avviso la poesia non può solo essere un atto di forma, musicalità, ritmo, parola, ma parola che ha un significato. In maniera chiara e sintetica Giancarlo Pontiggia così si esprime: «la poesia è una prodigiosa sintesi di immaginazione, pensiero e suono» (Lo studio di Nemea). Scrive Alessandro Carrera in I poeti sono impossibili, che «si fa poesia, propriamente, per inviare un messaggio che ci possa raggiungere là dove non siamo ancora e dove forse, grazie a quella missiva, un giorno saremo». Ma Platone scacciava i poeti e in questo suo scacciare nascondeva una ben diversa realtà perché li considerava pericolosi per quello che dicono, per la loro immaginazione, per le loro metafore ed invenzioni. Il poeta è pericoloso perché non ha paura di dire la Verità e di dirla sotto forma di finzione. Né si può giustificare diversamente la messa all’indice degli libri e dei poeti in quanto, scrive George Steiner in I libri hanno bisogno di noi, «quelli che bruciano i libri, che mettono al bando e uccidono i poeti, sono ben consapevoli di ciò che fanno». Proprio questo sembra volerci insegnare Pessoa con il suo «Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente». E poi la poesia apre una porta alla domanda sul significato della vita e sulla morte e sul senso di questo viaggio: «Dare un senso alla vita può condurre a follia / ma una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vano desiderio - / è una barca che anela al mare eppure lo teme.» (Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River nella bella traduzione di Fernanda Pivano).

5 E tra poesia e religione?

La risposta è strettamente conseguente a quanto abbiamo detto. Non vedo molta differenza tra la filosofia e la religione, in quanto la religione, come la filosofia, cerca di dare una risposta al senso della vita, con la differenza sostanziale che la filosofia è ricerca di una verità relativa in continuo divenire, la religione invece è verità, punto di arrivo dopo una laboriosa fase di ricerca. Come ricerca di Verità credo che ogni poesia abbia una venatura religiosa, sono le Vetrate d’alabastro, per citare il titolo di un’opera di Agostino Venanzio Reali, che fa intravedere ed immaginare: ombre e realtà che sfuggono, che domandano, che cercano una risposta. In questi giorni, in occasione della mostra di alcune opere di Agostino Venanzio Reali (1931 – 1994, frate cappuccino, poeta e artista) è in calendario presso l’Abbazia del Monte a Cesena, una serie di interventi sul senso religioso nella poesia. Ora non credo che esista poesia senza il tentativo di dare risposte alla domanda che il poeta si pone: è forse il significato del Messaggio dell’imperatore che ciascuno cerca di decifrare.

6 Qual è secondo lei il rapporto tra la poesia e i suoi fruitori? O meglio tra poeta e pubblico?

Sono tanti quelli che scrivono, pochi quelli che leggono, ancora meno quelli che leggono opere di poesia. Scriveva Jarrel Randall in quella bella favola Il pipistrello poeta: «Il problema non è comporre poesie, il problema è trovare qualcuno che le ascolti». Ne dà una bella immagine il poeta Ennio Cavalli, nel suo Il poeta è un camionista, e Alessandro Carrera in I poeti sono impossibili. Poeti che parlano ai poeti. A quale scopo? La poesia deve smettere di essere autoreferenziale, elitaria, destinata soltanto ai suoi reali o seducenti “sacerdoti”. Deve uscire dal chiuso delle sterili e spesso bugiarde torri d’avorio abitate da coloro che a torto si ritengono depositari del sacro fuoco. Deve, invece, farsi ascoltare da quanti ancora non ne conoscono la funzione, i codici, il potenziale. Deve andare tra la gente, misurarsi con la realtà, entrare nella vita come vita essa stessa. Deve stimolare, coinvolgere, svegliare, denunziare, annunziare. Ma credo – si vedano gli studi di Berardinelli, Corbelli e Galaverni – che, anche in conseguenza della frantumazione di scuole e poetiche a partire dagli anni settanta, il rapporto tra poesia e i suoi fruitori sia da una parte un rapporto di ascolto, ma soprattutto per molti questo rapporto sia dettato da stanchezza, confusione, a volte incomprensione. Il poeta, come spesso accade, si trova a volare da solo.

7 Il poeta ha una missione da adempiere nel mondo in cui vive?

Quello di dire la Verità e di amare la Bellezza. È molto chiaro il messaggio di Emily Dickinson:

Morii per la Bellezza – e ero appena
Sistemata nella Tomba
Quando uno per la Verità, fu deposto
Nella stanza accanto. –

In questo senso, più che di missione, parlerei di compito: quello di testimoniare, di farsi autore di parole per lasciare una testimonianza del proprio vissuto e del proprio tempo che è fatto soprattutto di persone e di cose. Allora diventa anche un grande archivio di ricordi e di pensieri. La poesia non è mai evasione, come non lo è ogni forma artistica, ma si colloca nel suo tempo, a volte inseguendolo ma più spesso precorrendolo e anticipando forme nuove che troveranno una propria luce quando i tempi saranno maturi. Ma in questa operazione non si possono dimenticare i propri maestri, quelli studiati ed assimilati, anche quando sembrano dimenticati. Quando il poeta scrive, anche una sola parola, in quella parola c’è tutto un universo.

8 Qual è secondo lei il rapporto tra il poeta e la natura, intesa come correlativo oggettivo?

La poesia nasce dalle cose e dalle cose supera l’elemento puramente oggettivo: Eliot e Montale sono stati buoni maestri. Non può fermarsi al semplice aspetto descrittivo e anche là dove sembra che l’elemento descrittivo voglia prevalere, c’è sempre qualcosa che si nasconde e che sta al lettore cercare di esplorare. Mario Luzi metteva come senso stesso del poetare quello di «ristabilire un rapporto autentico tra la parola e la cosa»; come fine quello di «denominare le cose, dare il nome alle cose, trovare una connessione fra la cosa e il suo nome», perché «dare il nome vuol dire anche appropriarsi veramente delle cose e degli eventi, degli avvenimenti…»

9 Qual è la funzione del poeta come creatore della lingua?

Compito del poeta, abbiamo detto, è quello di “inventare il rapporto tra la parola e la cosa”. Il poeta pone con questa affermazione un problema di lingua e di linguaggio, perché nominare le cose, significa ricrearle, dare ad esse un ruolo, una funzione. Credo che nessuno come il poeta possa veramente dirsi “creatore di parole”. Yves Bonnefois, alla assurda domanda su che cos’è la poesia, rispose con l’affermazione più semplice e apparentemente più banale: «La poesia è un lavoro sulle parole». E apriva un campo sterminato di ipotesi. Ma se questo è il fine, esso non può raggiungersi se non attraverso un intenso studio, lavoro e tormento, tenendo tuttavia presente che la parola è soprattutto comunicazione e anche interpretazione, come dice Milo De Angelis: «È così. La memoria / di un uomo era solamente questa / manciata di sillabe / … Adesso tu / devi tradurre». In qualche modo deve aprirsi al lettore, perché leggere una poesia significa riscriverla, leggere un testo significa mettersi silenziosamente in rapporto e dialogare con esso. Su tutti emerge quanto scrisse Margherita Guidacci: «Quando mi volto indietro a considerare la mia esperienza poetica, mi pare che essa sia caratterizzata da tre costanti. La prima è un impulso di conoscenza. La poesia è sempre stata per me uno strumento conoscitivo. La seconda costante è la volontà di comunicazione. Fin dagli esordi ero pronta a scrivere nel deserto e per il deserto. Ma se le mie poesie fossero capitate nelle mani di qualche lettore, non doveva essere per colpa mia che questi non potesse riceverle. Conseguenza delle due prime costanti è la terza: un linguaggio estremamente semplice e concreto, da cui ho tenuto lontano non solo ogni mistificazione volontaria, ma anche ogni possibile ambiguità».

10 Servono ancora i premi letterari?

Per creare un consenso e una cassa di risonanza. Lo diceva con molta amarezza Montale, fino a chiedersi se aveva ancora un senso scrivere poesie: «La fortuna di uno scrittore non dipende che in parte dall’opera sua. Prima che egli venga sentito nella sua giusta voce, occorre che si formi una idonea cassa di risonanza». Personalmente credo poco ai premi letterari, ci sono troppo interessi e troppe concause che a volte, non sempre, determinano la selezione degli autori Ma in certa misura i premi servono, se non altro ad aprire le porte di un riconoscimento e a far entrare l’autore nelle letteratura. È di alcuni mesi fa il dibattito sul fatto che diverse case editrici non pubblicano più opere di poesia, dibattito a cui fecero eco, da punti di vista diversi, Maurizio Cucchi e Davide Rondoni che concluse: «Non mancano le case editrici, quello che manca sono i poeti». Ma forse, più dei premi letterari, che seguono e vedono solo gli addetti ai lavori, oggi serve molto di più l’apparizione in TV e su altri mezzi. Internet spalanca un mondo ancora tutto da scoprire.

11 Qual è il rapporto tra memoria e poesia?

“Le parole hanno un senso / soltanto se le nutre la memoria” affermava Margherita Guidacci, a cui Mario Luzi aggiungeva: “la poesia senza memoria non ci sarebbe”. E non è un caso che le Muse siano figlie di Mnemosine, come ci racconta Esiodo nella sua Teogonia. Ma la memoria non è soltanto il passato, è molto di più: è radice, conoscenza, speranza su cui il tempo getta la sua ombra. La poesia che nasce dalle cose, nasce da quella memoria che quelle cose rappresenta: il tempo, la vita e la morte sono i grandi interrogativi. «Prima di essere (o di non essere) ricordato insieme alla propria opera, il poeta ricorda: è da questo ricordare che si genera la poesia», così scrive Umberto Fiori in Lettera a un poeta su memoria e poesia, in La poesia è un fischio. Nel ricordare, infatti, il poeta ha tutto un universo da esprimere, anche quando parla di cose recenti; così la parola aleggia e si riempie di altri significati, più piena, si fa storia.

12 Ha ancora una funzione la metrica tradizionale?

Per il ritmo certamente, come rispetto delle regole, studio e lavoro. Non può esistere una metrica senza ritmo, mentre può esistere un ritmo senza metrica. Diversi poeti si sono cimentati nella metrica tradizionale, in particolare con l’endecasillabo e il sonetto. Servono come esercizio, come studio, come regole da rispettare, utili ma non necessarie, almeno per la poesia. Ha una pura funzione per esercitare l’orecchio alla musicalità (assonanze e rime), ma soprattutto come studio; non è necessaria la metrica per la poesia; il ritmo sì, non c’è poesia senza ritmo. Il ritmo deve restare, come la battuta del piede, o il ballo.

13 Ritiene che il poeta sia ancora un creatore di miti?

No, non credo. Oggi il poeta parla nella sua quotidianità di cose, fatti concreti, esperienze. Non ha voli né pretese. Parla di sé, parla di noi. Dubita, cresce, perde. E forse esce sempre sconfitto. Ne fa una bella analisi Umberto Fiori in Giuseppina la cantante ovvero Il popolo dei topi, in La poesia è un fischio.

Non credo che il poeta oggi possa essere considerato ancora un creatore di miti, a meno che non sia considerato un mito il tema del viaggio, l’eterno viaggiare, il mito del ritorno alle radici o alla sorgente, il tema di Odisseo, l’eterno marinaio, il viandante, il cercatore perduto, l’eterno pellegrino, per richiamare un tema molto pascoliano. Allora sì. Il viaggio e le acque, l’oceano liquido su cui ogni poeta si imbarca. La poesia in fondo ci dice sempre qualcosa di nuovo e ci trasporta in questo viaggio. Così non posso che ritrovarmi nelle parole di Fabio Pusterla, che concludeva le sue riflessioni con una affermazione che da sola dice molto di più sui segreti di ogni poesia: Prova a leggere la poesia. Vedrai che parla di te.

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