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Intervista a Giuseppe Mario Tufarulo
Il potere tradisce la cultura

Bari Sera
25 maggio 2003

La cultura come la poesia sono in crisi. A denunciarlo è proprio chi ne ha fatto la bussola della propria vita. Il saggista, poeta e critico letterario Giuseppe Mario Tufarulo espone il suo prezioso punto di vista.

Gli intellettuali hanno delle responsabilità nella crisi della cultura?

Nella gerarchia dei valori, all'intelligenza si attribuisce la responsabilità maggiore. Detto questo, bisogna dire che, nei tempi moderni, la fiducia nell'attitudine dell'intelligenza a conoscere la realtà più profonda è venuta meno e quindi ha perso importanza la vita dello spirito. Nella società, poi, la responsabilità dell'intellettuale è quasi sconosciuta, perciò ne consegue una liquefazione della cultura, in genere. Molti intellettuali quando tentano d'impegnarsi si danno alla politica, pensando che la creazione di un'opera non impegni e che la presa dell'impegno incominci solo a livello dell'azione. Nel cercare visibilità, appoggi e possibilità, l'intellettuale, spesso, rimane invischiato nelle sabbie mobili della politica e non produce più cultura. Egli, allora, si affanna alla ricerca di un'altra passione che surroghi la prima: il potere, che il miraggio politico gli fa balenare. In sintesi, gli intellettuali sono i primi responsabili della crisi della cultura e, nello stadio del perseguimento della nuova "passione", tradiscono la cultura e costituiscono "un potere.

Come sono i rapporti tra cultura e società?

Oggi è in atto una tendenza a considerare tutti i sistemi di valori come specchio delle condizioni della società. I valori permanenti, i giudizi morali, politici, sociali ecc. sono, quindi, le "visibilità" della nostra vita reale. Reale è soltanto lo stadio di sviluppo raggiunto da una civiltà sul piano scientifico, tecnologico, sociologico. Tutto questo è molto massificato e marxistico e porta, tra l'altro, alla visione dell'arte e del linguaggio, in funzione delle divisioni che la contraddistinguono nel realismo sociale. Una parte della decadenza della cultura ha come protagonista la nostra società, con la corruzione del mondo degli affari, il commercio dell'arte e della letteratura, la pubblicità che mira a lusingare le passioni ed a fare delle vittime: la cultura e gli intellettuali. La cultura retta, onesta, artigianale, sganciata dalla produttività, dov'è? Le mode, lo snobismo, le angosce, quale cultura ed intellettuali ci portano? Altri prodotti nefasti della società, per la cultura, sono: lo "scientismo", che spiega la cultura determinando l'insieme dei suoi condizionamenti, lo studio dei quali ignora il "genio" che nasce, non dal caos, ma dal definito, dal chiaro, dall'esatto; il "modernismo", figlio dell'influsso della scienza sulla cultura, che studia le opere, l'arte, la letteratura con un metodo storicistico, vale a dire come espressione della società. La cultura, però, ha come contenuto un rapporto connaturato con il "genio" del passato, una peculiarità non legata alla storia.

Qual è il dovere della cultura?

E' quello di agire, poiché la mente è più malata del cuore. Oggi il dramma del nostro tempo non è il tradimento dei giovani ma quello dei maestri. La civiltà occidentale è arrivata ad un alto grado di decomposizione ed è, quindi, incapace di proporre "intelligenza". La cultura ed i suoi profeti devono surclassare le contraddizioni tra l'arbitrarietà della libertà individuale e l'imperativo morale, tra i desideri, le visioni ed i progetti del singolo ed un ordine obiettivo, tra la contingenza della natura ed il fatto esistenziale privato. Queste sono delle resistenze che si oppongono ma, lungi dall'alienare la cultura e gli intellettuali, realizzano, in armonia con il reale, quello che noi osiamo definire il "bene'".

Chi e cosa ostacolano la cultura?

La cultura e gli intellettuali sono ostacolati dai poteri! Le autonomie locali investono poco in cultura, erogandolo, solamente, all'intelligencija della loro parte politica. Alcuni "media" ghettizzano intelligenze e culture di fedi religiose e credi politici diversi. Una parte della carta stampata del Sud, un potere forte in una società debole, distrugge il sogno d'accesso alla collaborazione di molti intellettuali, disperdendo cultura di valore. Molte casse rurali, artigiane e popolari che, pur avendo nel loro statuto una norma che sancisce l'investimento in cultura di una percentuale degli utili, conseguiti nei vari esercizi, investono, al contrario, in materiale pubblicitario, gadget, sagre, fiere, feste patronali ed in altre cose che niente hanno a che fare con la cultura Altro potere è quello di varie associazioni culturali, che nascono con i fondi regionali ed intraprendono un autentico lavoro di 'business". E' un paludoso sottobosco di mediatori e parassiti che vive, con una funzione "irregolare", nel cosmo culturale: produttori letterari di professione, attività abusive di prefazione, recensione dei testi e d'attività editoriali, con il "conio" associativo, ecc. Infine, ci sono pletore di case editrici che non investono in talenti, espressi dalla cultura. La poesia non si legge e quindi è meglio non stamparla. La prosa, quella di successo, è meglio importarla dalla fiera del libro di Francoforte. Il successo editoriale iniziale è il "volano", di un trend positivo, che porterà lettori e ricavi certi all'editore. Gli utili sono vitali mentre i rischi degli investimenti, sugli intellettuali da scoprire, sono deleteri.

La prestigiosa rivista letteraria Sìlarus, recentemente, l'ha collocata tra le firme 'irripetibili" della civiltà letteraria italiana del secondo Novecento, cosa ne pensa?

Sono contento come uomo, non posso ammetterlo, invece, come addetto ai lavori. I critici, come gli scienziati, affermano che il "fatto" letterario debba essere irripetibile e registrato solo quando le sintesi, storiche e critiche, abbiano completato definitivamente il cammino della civiltà letteraria italiana dell'ultimo Novecento. Questo non è ancora accaduto e quindi il "movimento" di lepre, oggi, è errato, inopportuno e dannoso.

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