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Angelo Lippo e Alda Merini

La poetessa Alda Merini, è morta il 1° novembre 2009. nel pomeriggio intorno alle 17,30, all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverata nel reparto di oncologia. Aveva 78 anni e viveva in Ticinese, sui Navigli, dopo una vita passata tra Milano e Taranto – dove aveva vissuto negli anni ottanta, innamoratasi di un poeta, Michele Pierri, che aveva voluto seguire in Puglia.

Alda Merini con Giovanni Raboni e Patrizia Valduga.

Internata per vari anni al Paolo Pini, con alcuni intervalli e ritorni a casa, dal 1961 al 1972, Alda Merini era un pezzo di Milano, che oggi non esiste più.

Mi sono rivolto all’amico-poeta Angelo Lippo, di Taranto, per ottenere delle risposte significative su Alda Merini e sulla sua permanenza nella città tarantina con Michele Pierri, che ha amato e seguito.

Da segnalare che, in allegato, si presenta, per la prima volta in assoluto, una poesia inedita di Alda Merini, intitolata Chinerei la mia fronte. E’ dattiloscritta su foglio intestato Alda Merini e datata 9 settembre 1982; è firmata di proprio pugno da Alda Merini. Il poeta Angelo Lippo, mi ha inviato, via e-mail, e gentilmente concesso di pubblicare, offrendomi una grande esclusiva, questa testimonianza poetica inedita di Alda Merini.

Lo ringrazio di questa alta cortesia, anche a nome della direzione di Positanonews.it

Ecco la trascrizione della pagina in questione:

“Chinerei la mia fronte se sapessi / che la vecchiezza in te fatto ha confine / ma io ti sento sommo di pazienza / io ti so fresco dentro il tuo respiro / e la tua carità così seduce / il mio cuore che piano mi inginocchio / di non togliermi infine questa luce. /A me ben venga poi l'alato cocchio / che d'amor pian piano mi conduce / dentro nell'orto della tua carezza, / che io ti sento esente da vecchiezza.”

Alda Merini
9 settembre 1982

Hai conosciuto Alda Merini, recentemente scomparsa?

Sì, ma con qualcosa in più di altri, perché ero molto amico del grande poeta tarantino Michele Pierri, che aveva sposato con rito religioso, per cui spesso mi recavo a casa loro, in via Pupino. I ricordi sono tanti e di natura diversa, da quelli legati strettamente alla persona a quelli della poetessa. Una donna estroversa, eccentrica, sicuramente, ma dal cuore immenso. La vita l’aveva sottoposta a duri sacrifici, ma non l’aveva piegata, in lei predominava sempre quel quid che le consentiva di affermarsi nella sua integrità. Come poetessa possedeva il guizzo meraviglioso di sapere racchiudere in un verso tutto il mistero della vita, della solitudine, della sofferenza, ma anche della gioia.

Hai mai pubblicato sulle tue riviste e nelle tue antologie?

Ti confesso che ogni volta che mi recavo a casa Pierri, Alda non mi lasciava andare mai a mani vuote. Spesso ho dovuto dire di no, e probabilmente ho fatto male, perché nel tempo ho visto come tanti “cannibali” vi si sono gettati a capofitto sfruttando la sua popolarità. Personalmente mi intrigava il fatto di poterla conoscere da vicino, ascoltarla, per meglio afferrare il significato della sua parola poetica. Ho pubblicato poesie e prose di Alda Merini più volte su “portofranco”, inediti e rarità con dediche personali non solo al sottoscritto, ma anche a mia figlia Antonella, che aveva conosciuto e alla quale aveva indirizzato delle lettere davvero appassionate e di rara sensibilità umana e poetica.

L’Italia poetica chi perde?

Un pezzo importante della sua storia. Al di là di tutte le dissertazioni sulla qualità della sua poesia, su cui spesso i critici hanno ingaggiato un vero e proprio battage, devo dire che la parola meriniana appartiene all’Universo intero, perché essa è stata sempre illuminata da una creatività fervida ed intelligente, ma soprattutto lontana dalle ipocrisie salottiere così frequenti nei testi di tanti poeti, più celebrati di lei.

Ti ricorda di lei cosa? O quale verso?

Di Alda, come dicevo all’inizio, ho diversi ricordi perché avevo una frequentazione abbastanza assidua con lei e Michele Pierri. Qualche ricordo? Quando mi fu affidato l’incarico di dirigere una collana editoriale di poesia, il primo titolo lo dedicai alla poesia di Michele Pierri, e naturalmente la prefazione fu a firma di Alda Merini. Ancora. Col sindacato nazionale scrittori, sviluppammo una serie di incontri con gli studenti delle Scuole superiori, e invitai anche Alda ad uno di questi incontri. Lei parlò “Della follia” ed io conservo quel dattiloscritto, con correzioni a mano della stessa Merini, come una reliquia insieme a tutto il malloppo di altre poesie, che non so quante ancora inedite e quante Alda nel frattempo aveva pubblicato, considerata la mole di pubblicazioni apparse negli ultimi tempi. Ma c’è un episodio singolare a tal proposito. Quando mi recai a casa Pierri e consegnai ad Alda un assegno quale contributo per il suo lavoro di scrittrice, lei era a letto, fumava come suo costume, prese l’assegno e lo buttò via, incurante del suo valore economico. Versi potrei citarne tantissimi, ma farei un torto alla sua memoria scegliendo quello e non un altro.

Alda Merini, ora cosa meriterebbe?

Ti vorrei rispondere con una frase ad effetto “essere lasciata in pace”, ma conoscendo la sua natura di combattente ti dico che da oggi in poi la critica potrà e dovrà fare i conti con la sua opera, sia in prosa che in poesia, mettendo da parte tutti i sofismi con i quali spesso ha annacquato la sua forza dirompente. Nella luce della Verità e della conoscenza.

Positanonews.it
12 novembre 2009


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