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E l’editing dov’è?
Quando si parla di lui è ormai normale ricordarlo con una sfumatura di
rimpianto, come si fa con i trapassati. Era giusto, buono e pio… ma – ahinoi –
non c’è più. Parliamo dell’editing, antica usanza delle case editrici d’antan,
oggi dimenticata.
Quando un autore consegnava uno scritto all’editore, tale prodotto passava al
personale di cui sopra che rivedeva il testo, correggeva gli errori
grammaticali, sintattici e ortografici, suggeriva sostituzioni di termini per
rendere più armonica la prosa, controllava semantica ed etimologia nei
dizionari. Questi personaggi all’interno delle case editrici erano sempre
rispettati, talvolta temuti. Arcaici già vent’anni or sono, operavano su uno
sfondo di scaffali pieni di vocabolari generici e specialistici, linguistici e
tecnici, senza dimenticare la venerata Enciclopedia Treccani. Non c’era
stupratore della lingua patria che ne uscisse indenne, anche se raccomandato. I
revisori colpivano senza pietà e l’autore era contestato punto su punto e doveva
discutere ogni solecismo rinvenuto.
Ma tempus fugit, si sa. Ora questi antichi relitti di un’editoria seria e
puntigliosa sono andati in pensione e i loro successori… semplicemente non ci
sono. Sì, perché gli editori comprano a scatola chiusa: libri di divi dello
schermo, acriticamente acquistati dai loro fans, libri già collaudati all’estero
e maldestramente tradotti, libri autofinanziati dagli stessi autori.
A che serve revisionare? Tutto è già stato venduto o pagato. Perché mai si
dovrebbero stipendiare dei pedanti accademici della Crusca muniti di penna rossa
come la mitica maestrina di De Amicis? Allora risparmiamo sui costi. Fuori i
conoscitori della madre lingua, quegli insopportabili scocciatori, fuori i
vocabolari e fuori anche la Treccani! L’importante è il floppy disk e che
l’autore se ne prenda la responsabilità; così si vede che razza di asino è,
quando lo è. A comporre ci pensano i grafici, a stampare i tipografi, a
distribuire (sempre che tale servizio ci sia) i distributori. Tutta gente
rispettabile, sia chiaro, ma che il testo neanche lo guarda.
Così i libri sono pieni zeppi di errori definiti, con fine eufemismo, “di
stampa”, altrimenti detti “refusi”. Ma – e questa è l’onda letèa, per non dire
letale – con l’andar del tempo gli errori non li vede più nessuno, né i lettori
che spesso comprano e basta, né gli ammiratori (già… quelli), né gli autori che
li hanno commessi i quali, se nessuno li corregge, continueranno a commetterli.
Anzi, a forza di vedere errori stampati, sta già subentrando, a poco a poco,
un’assuefazione da tossici e sempre meno gente si ricorda di come si scrive in
italiano corretto. È questo che abbiamo voluto per la nostra cultura?
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