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Tra narrativa senescente
e banalità quotidiane
Tranne D’Annunzio e Moravia, autori a vent’anni di Le novelle della
Pescara e Gli indifferenti, tutti i grandi scrittori italiani hanno
esordito in età matura, talvolta anche senile. Bastino gli esempi di Italo
Svevo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Gesualdo Bufalino, Andrea Camilleri, tutti
signori che per scelta o per necessità hanno meditato a lungo sulle loro opere
prima di pubblicarle.
Tuttavia il mondo letterario italiano soffre di un giovanilismo demagogico.
Anelando al genio precoce, editori e premi tendono a un’indulgenza a dir poco
assistenziale nei confronti di qualsiasi prodotto confezionato da chi è in età
verde. Da un lato ciò è comprensibile. Gli scrittori senescenti infatti
abbondano di storie arcaiche e di biliosi ricordi che scaraventano in pagine
torrenziali talvolta scritte a macchina ostinandosi, come già il grande Indro
Montanelli (classe 1909) a non voler usare il computer.
Dall’altro lato ciò non può essere motivo sufficiente per prediligere
tematiche vuote e banali, narrate con approssimazione, sintassi balbettante e
involuta, vistosi errori di ortografia. Se poco importa ormai dei ricordi di
guerra, non entusiasmano nemmeno i resoconti di un piatto vivere ai margini di
aree urbane degradate. La cronaca del vuoto, anche se attuale, non può essere
letteratura – tutt’al più saggistica o reportage – come non lo è il ricordo
autobiografico di tempi trapassati con la nonna che faceva la pasta. Mediocrità
dei tempi, si dirà.
Eppure esiste una confraternita giovanile dalle passioni forti. Si radunano a
San Daniele del Friuli in settembre, nel nome di un autore ormai tra i più,
J.R.R. Tolkien, celebrando (organizzati dalla Società Tolkieniana Italiana
di Franco Tauceri) un festival neomedievale chiamato Hobbiton. Sono
aitanti giovanotti armati di spada e leggiadre fanciulle coronate di fiori, una
bella gioventù che da anni non si vedeva. Organizzano anche un premio
letterario, il “Silmaril”, nel quale sono stata giudice. Ebbene i testi sono
avvincenti, con qualche ovvia ingenuità se scritti da quattordicenni, la
sintassi corretta, le tematiche ispirate alla lotta etica e all’ascesa
spirituale; insomma una ventata di ossigeno. Tutti i racconti hanno la loro
dignità e tra i migliori è arduo scegliere chi premiare. Siamo agli antipodi di
quelle orde di barboni tatuati e borchiati di piercing che si esprimono a
ululati o grugniti e bivaccano nelle strade fino all’alba molestando chi ha
diritto di dormire e che poi anche scrivono per raccontarci cosa (non) fanno e
dirci che è tutta colpa nostra. Loro, i ragazzi di Tolkien, credono invece che –
malgrado noi – la vita abbia ancora un senso.
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