Servizi
Contatti

Eventi


Fogliame

Indice

  • 18. Traduzione irritante
  • 17. Letteratura
  • 16. Troppo dir confonde
  • 15. Sintassi particolare e sintassi generale
  • 14. I sinonimi
  • 13. Per scrivere bene
  • 12. Scrittori si nasce o si diventa?
  • 11. Le regole grammaticali
  • 10. Perché si interpretano i discorsi?
  • 9. Pensiero e discorso
  • 8. La licenza poetica
  • 7. Latino lingua soda
  • 6. Incardinamento del dire
  • 5. Impaccamento del dire
  • 4. L’errore linguistico
  • 3. Due modi di non capire
  • 2. Coniunctio in capite
  • 1. Colloquio per iscritto

18. Traduzione irritante

[10 ago. 2010]

Fin da adolescente sono un estimatore di Guy de Maupassant, di cui ho letto soprattutto in traduzione italiana molte opere e in particolare quasi tutti i racconti; perciò mi ha fatto saltare la mosca al naso, come suol dirsi, aver visto ieri in biblioteca, nell’indice di un libro di alto spessore contenente tutti i suoi racconti di un lungo periodo della sua vita e della sua attività, tradotti in italiano, quanto segue.

1) Il titolo della famosa novella “Boule de suif”, che da che mondo è mondo è sempre stato tradotto, ovviamente e giustamente, “Palla di sego”, dove la parola sego oggi in disuso indica quel grasso animale con cui si facevano le candele nell’Ottocento ma anche prima e dopo, grasso che costava meno della cera pur svolgendo grosso modo la stessa funzione e che rendeva le candele giallastre e non bianche, il titolo di questa famosa novella, dico, tradotto “Palla di burro”, come se sego e burro fossero la stessa cosa, come se suif significasse burro, come se in francese per dire burro si usasse suif e non beurre.

2) Il titolo di un’altra novella, “Fini”, che ricordo bene di aver letto quasi 40 anni fa e che parla di un uomo che ormai deve appunto “chiudere” con i divertimenti e la bella vita, e voltare pagina per il tempo che gli resta, non tradotto come lo era fino a poco tempo fa, e anche nel testo da me letto a suo tempo, con l’italiano “Finito”, che è l’esatto corrispondente del francese fini in quanto participio passato del verbo italiano finire gemello del francese finir, ma tradotto “Tutto finito”, con l’aggiunta di un tutto che non si sa donde venga.

Mi sono arrabbiato molto per questi due titoli e così non ho avuto la forza di guardarne altri, di esaminare a lungo, limitatamente ai titoli, lo scempio perpetrato dal traduttore di quel libro. Credo che se avessi esaminato tutti i titoli tradotti, o addirittura cominciato a leggere un racconto, confrontandoli con l’originale, ne sarei morto.

A mio avviso è proprio ora di finirla con le traduzioni libere, che rovinano la comunicazione culturale tra persone di lingua diversa e alterano i valori e i significati dei messaggi e delle opere.

Dovrebbe esistere un tribunale, un comitato di controllo, un’autorità od organismo di sorveglianza, che impedisse che le traduzioni libere e infedeli avessero corso, in ogni luogo e tempo e da chiunque prodotte; che impedisse a tutti quegli sbarbatelli che si sentono chissachì perché conoscono le lingue, e che nel tradurre muoiono dalla voglia di non stare nei limiti, di far vedere che hanno capito il senso dell’espressione in lingua originale rendendola con una parafrasi e usando quindi parole diverse da quelle originali, per sottolineare che hanno capito il concetto, di fare appunto questo. I traduttori si comportano come coloro che, nell’ambito di una certa lingua, per es. in Italia e tra italiani, quando hanno appreso qualcosa e devono riferirlo hanno sempre bisogno di cambiare i termini, anche i più innocenti, per far vedere che non ripetono come pappagalli le parole ma ne conoscono anche altre per dire la stessa cosa, hanno in mente un certo bagaglio di sinonimi e forme alternative, sanno elaborare e allargare le conoscenze acquisite. E' pur vero che in parecchi ambiti e circostanze il saper dire la stessa cosa con altre parole, diverse da quelle in cui l’abbiamo appresa, può essere segno di intelligenza e di cultura. Ma in altri casi è vero il contrario: è cosa inopportuna, vanesia, infantile, e occorre “tenere” le stesse parole, non approfittarne per esibirsi, e svolgere con umiltà un semplice lavoro di trasmissione o trasferimento. Quello delle traduzioni è uno di questi casi. Tradurre non significa inventare; se uno vuole inventare, scriva lui un libro invece di tradurre quelli degli altri.

Dei due esempi citati, mentre il primo consiste nel tradurre male e forse con volgare spirito di adattamento ai tempi e all’attualità una delle tre parole dell’originale (oggi pochi sanno che cos’era il sego; ma del resto si legge per imparare), che però restano tre anche nel titolo tradotto, il secondo consiste nell’introdurre bellamente una parola e un concetto che nell’originale manca, quello di tutto, pur se ovviamente il contenuto del racconto si può anche indicare con l’espressione “tutto finito”, come del resto con “tutto è finito”, “chiuso”, “basta”, “basta così” e altre espressioni: per cui nel titolo tradotto le parole non sono più una, come nell’originale, ma due. Così viene meno nella traduzione italiana, per il lettore inesperto che non conosce il titolo originale, l’effetto della parola unica, o verbum solum, o termine solitario, o spiritosamente verbo solitario (quasi come verme solitario) che esisteva nel titolo francese, e il titolo tradotto colpirà l’attenzione in grado minore e in modo diverso rispetto a quanto avrebbe fatto se fedele all’originale anche numericamente. Che diremmo se un giorno i due titoli icastici ed emblematici Iliade e Odissea diventassero La guerra di Troia e Il viaggio di Ulisse? e forse non avrei ricordato questo titolo di Maupassant a distanza di 40 anni se allora non l’avessi letto di una sola parola. L’autore studia apposta un titolo monoverbale, incisivo, esaustivo, suggestivo per chi legge, e poi quel solo termine studiato diventa due o tre termini in traduzione!

Si dice spesso, con tono di rammarico o di semplice presa d’atto, o quasi con favore e approvazione, come se si trattasse di una bella cosa, che tradurre è sempre un po’ tradire. Non solo tradere, cioè tramandare, è tradire, ma anche tradurre, vertere, lo è. Gli “ermeneutici” sono tutti contenti perché in questo modo aumentano e si moltiplicano i sensi e le sfumature di un certo testo, visto che ai significati o sensi dell’autore si aggiungono quelli della tradizione e interpretazione e quelli delle traduzioni nelle varie lingue ed epoche, fino al formarsi di una grande, anonima e collettiva nube semantica che lascia credere a ognuno quel che vuole e annulla l’efficacia del messaggio originale.

In verità tradurre potrebbe essere tradire assai meno di quanto è oggi, e di quanto sarà viepiù in futuro procedendo di questo passo, se i traduttori facessero bene, con umiltà, disciplina e vera saggezza il loro mestiere. Tradurre Boule de suif con Palla di sego e Fini con Finito sarebbe stato, ed è stato fino a pochi anni fa, fino all’avvento dell’allegria traduttiva degli ultimi lustri, un tradimento ben minore di quello costituito dal tradurre quei titoli con Palla di burro e con Tutto finito.

Impegniamoci a non tradire il testo originale! a renderlo con fedeltà, a rispettare il pensiero e il discorso dell’autore! Poi magari lo tradiremo ugualmente, ma assai meno che se non cercassimo in tutti i modi di non tradirlo.

17. Letteratura

[ago. 2002]

La letteratura non è come la Primavera del Botticelli, fanciulla agghindata di fiori e circondata da ancelle e ammiratrici, che sembra poter avviarsi e procedere col loro séguito. Non è la Filosofia che apparve a Severino Boezio per consolarlo nella desolazione del carcere cui l’aveva relegato la sospettosità di Teodorico. Non è neppure come la Filologia che nella famosa opera di Marziano Capella convola a nozze con Mercurio.

[...]

La letteratura non è un ente, un’entità, una persona, un grande essere, provvisto di esistenza autonoma, e non merita (almeno in questo senso) l’iniziale maiuscola; non è un’entità storica o sovrastorica, non ha un’identità che si estenda dai primi tempi dell’epoca storica, dall’invenzione dell’alfabeto e della scrittura, fino ai giorni nostri e futuri attraverso secoli e secoli. Lo stesso vale per molte altre entità, diverse dalla letteratura. Il termine che le designa non indica una sostanza, ma è semplicemente un termine generico, un singolare collettivo, un termine-classe, che serve a indicare subito, in modo semplice e al numero singolare, una serie o insieme di fatti e persone.

Perciò, espressioni come “Dove va il Romanzo?”, “Quale sarà la prossima evoluzione del Romanzo moderno?” (o recente, contemporaneo ecc.), o come “gli odierni canoni letterari”, sono improprie, o assurde.

La letteratura è una cosa piccola piccola, che comincia ogni volta che qualcuno, in qualsiasi tempo e regione della vita umana sulla Terra, piglia la penna e scrive bene qualcosa, e finisce ogni volta che qualcuno, che fin lì ha scritto bene, depone la penna, e finisce in modo più drastico quando chi ha scritto bene muore, e quindi non potrà più scrivere, produrre ancora letteratura.

Il Romanzo non va da nessuna parte, anzitutto perché non esiste, almeno con la erre maiuscola, e poi perché non ha gambe o altri mezzi con cui andare. Oppure: andrà dove lo faranno andare coloro che scrivono o scriveranno romanzi, ognuno dei quali, impugnata la penna, potrà naturalmente agire come vuole. Il romanzo di Tizio andrà in una certa direzione, quello di Caio in un’altra, quello di Sempronio forse in un’altra ancora, e il Romanzo con iniziale maiuscola continuerà a non andare da nessuna parte oppure andrà, se si vuole, nella direzione media tra le singole direzioni seguite dai vari romanzieri. Attenzione però: questa direzione media e complessiva non la si vede prima, come se esistesse il signor Romanzo che prende motu proprio una direzione, indipendentemente da quelle che prenderanno i vari romanzieri nel proprio romanzo o addirittura indicando loro la sua direzione come necessaria o opportuna ai loro romanzi, quasi modello da imitare, ma bensì dopo, alla fine dei conti, quando è passato del tempo e si possono tirare le somme su come hanno agito i romanzieri nella propria totale libertà di moto. Prima, e nella realtà, esistono solo i romanzieri, e il romanzo di ognuno di essi, che scrivono come vogliono; il Romanzo con iniziale maiuscola non è a priori, non ha valore normativo, ma è a posteriori e vale da riassunto o resoconto fattuale su come sono andate le cose.

Anche gli odierni canoni letterari non esistono. La letteratura non è una fonte di diritto, ovvero non esiste un’autorità che possa stabilire canoni e pretendere che letterati e scrittori vi si attengano. C’è il canone universale ed eterno dello scrivere bene, con tutti gli aspetti in cui tale capacità globale può essere specificata; ma altri canoni non ci sono, o ci sono solo per chi dà loro importanza, per chi crede a coloro che li hanno proposti, e comunque non sono obbligatori. Un individuo umano, in ogni epoca e regione della Terra, può sempre scrivere in qualsiasi modo o forma a lui gradita, purché realizzi, se vuole aver parte in ciò che si chiama letteratura, il modo o forma essenziale, l’unico modo o forma essenziale (tutti gli altri non sono essenziali), che consiste nello scrivere bene. A parte questo canone, uno può sempre scrivere in modo difforme dai canoni inessenziali eventualmente stabiliti e correnti nelle varie epoche e comunità culturali, a cominciare da quelle in cui egli si trova, senza che la cosa abbia importanza ai fini della valutazione e del pregio letterario del suo dire. A chi scrive bene ma in questo modo difforme, inattuale, potrà ovviamente non arridere il successo mondano, magari condizionato a quei canoni estrinseci da cui egli ha prescisso; ma idealmente parlando, di fronte a Dio, di fronte ai pochi uomini che capiscono qualcosa, gli arriderà pienamente il riconoscimento del valore umano e logico del suo scritto, del valore psichico naturale che va al di là delle epoche, delle mode e della storia.

A proposito di attuale o inattuale, ricordo che nel ’90, essendo io giunto in finale al Premio Calvino per inediti ed essendomi recato a Torino per la cerimonia di premiazione e il pasto festoso, nei momenti che passai con altri finalisti o concorrenti udii affermare, visto che era da poco caduto il muro di Berlino: “Adesso chissà quanti romanzi e racconti fioriranno riguardo al muro, alla vita berlinese di quando il muro c’era e a quella nuova che si fa senza di esso”, e frasi simili. La cosa mi fece una certa impressione. Pensai tra me: “Che c’entra la letteratura, lo scrivere bene o male, con l’attualità dell’argomento? Non vedo perché si dovrebbero scrivere più testi sul muro di Berlino che su qualunque altra cosa, sia essa un fatto storico o un’esperienza personale, esterna o interiore… Certo: poiché l’evento è notevole, di fatto, de facto, potranno esserci molte persone che ne parlano, forse perché la loro esistenza è cambiata con esso. Ma in linea teorica, de iure, all’indomani della caduta del muro di Berlino uno potrebbe cominciare un romanzo sulla vita di tremila anni fa in qualche angolo sperduto della Terra, o su quella fra tremila anni, o su ogni altro tema o ambiente lontanissimo da quello. Un conto è vendere un libro, produrre una merce che possa incontrare i gusti e la curiosità del pubblico; un altro è il valore letterario”.

Lo stesso tipo di reazione ho quando sento parlare di “che cosa ha da dire la letteratura all’uomo di oggi”, o “che cosa ha da dire all’uomo, oggi, la letteratura” o “all’uomo la letteratura di oggi”, o simili: come se ci fosse l’uomo di oggi, quello di ieri, quello di domani, e parimenti la letteratura di questo o quel tempo, ogni volta con una fisionomia precisa, un volto, una personalità inalterabile.

Lo stesso tipo di reazione ho avuto quando, nei confronti del romanzo di mio zio, da me sistemato verso l’87 dopo la sua morte ma il cui contenuto riguarda la realtà italiana degli anni ’30 e fu steso nei tardi anni ’60, e che descrive molte situazioni e stati psicologici e culturali oggi scomparsi, storicamente superati, nel ’99 una persona che lo lesse lo definì un significativo “documento storico”: e ponendo l’accento sulla sua storicità aveva l’aria di non apprezzarlo in senso letterario, pur riconoscendo che era “scritto benissimo”. Anche se il romanzo parlasse solo di cose che non sono più, e secondo una mentalità scomparsa (sia nei personaggi sia nell’autore, nella voce narrante), e ammesso e non concesso che cose che non esistono più non interessino, o che oggi sia improbabile che uno scriva un romanzo così, questo non condiziona affatto la possibilità che esso abbia un gran valore letterario, o che sia esaminabile in senso letterario, e non lo rélega in partenza al ruolo di documento storico. Oltretutto, come potrebbe un testo che si riconosce scritto benissimo non scendere in lizza per valore letterario e anzi non valere senz’altro letterariamente molto? In che altro potrebbe consistere il valore letterario, che non sia la buona scrittura? In letteratura non esistono le epoche, la storia, il giorno e l’ora, il vecchio e il nuovo, il datato e l’aggiornato, il tempestivo e l’anacronistico, ma solo la capacità di scrivere, l’arte della penna, lo scritto bene e lo scritto male. Inoltre, il vero contenuto di un testo letterario non è il genere e lo sviluppo della storia, l’ambientazione, il modo di agire e pensare e sentire di tutti quelli che entrano nella faccenda, dai singoli personaggi al narratore; il vero contenuto è, sempre, il cervello dell’autore (non il suo modo di pensare, la sua mentalità, il suo orizzonte culturale), è l’intelligenza di chi ha scritto, l’animo di chi ha organizzato e prodotto il tutto. Fermarsi o soffermarsi su quelle cose, e farsene influenzare, significa non avere facoltà di giudizio letterario, non conoscere la dimensione che sola può permetterlo o ospitarlo, non varcare la linea oltre cui l’esame letterario comincia. A quelle cose bisogna essere in realtà sovranamente indifferenti, non vederle neanche, badando solo allo stile, allo scrivere, e all’ampiezza umana e mentale che da esso traluce. Il valore letterario non è altro che il valore psichico e umano dell’autore quale espresso scrivendo.

Un’altra cosa che non esiste sono le cosiddette “lezioni”. Come un tempo si pensava che la storia fosse magistra vitae, così molti pensano che la storia della letteratura impartisca, di continuo o talvolta, con l’avvento di questo o quel movimento letterario, delle lezioni, di cui i nuovi autori terranno conto sicché in futuro (costoro sembrano sostenere, pur non apertamente) si scriva meglio che in passato. Si parla allora della “lezione” del romanticismo, della “lezione” del realismo ecc. Così si applica all’ordine letterario, oltre all’idea della letteratura come grande essere unico che procede nei secoli, anche l’idea di progresso, perfezionamento, incremento delle conoscenze, acquisto di nozioni e quindi annullamento dell’ignoranza residua, evitamento di errori, accoglimento e pratica delle idee giuste. Secondo costoro, evidentemente, la letteratura non differisce dalla scienza e dalla tecnica. Ma così non è. Omero scriveva assai meglio di come si scrive oggi, e tutte le lezioni del magistero storico-letterario non sono servite e non serviranno mai a nulla. In effetti la scienza può non a torto essere vista come la Primavera del Botticelli e un Essere ideale e reale che attraversa i secoli; ma in letteratura si ricomincia ogni volta da capo, appena qualcuno impugni la penna: oggi come ai primordi si riparte da zero, di fronte al foglio bianco, e si spera che la propria mente, la propria energia naturale, basti a produrre un discorso libero e bello anziché fragile e ottenebrato.

La letteratura non è progressiva, non dipende dalla storia, dall’evoluzione storica, e non dipende dalle informazioni che uno può avere, in particolare dalle sue informazioni sulla storia della letteratura, su gli stili e le mentalità stilistico-letterarie che si sono avuti in passato, nei vari ambienti sociali o vari microcosmi individuali.

Se uno, oggi, proclama di aver fatto una grande scoperta tecnica, e poi, all’atto di rivelarla, dice di aver scoperto i caratteri mobili, tutti lo compatiscono o pensano che abbia scherzato, e gli fanno notare che i caratteri mobili, la stampa nel senso moderno del termine, fu già inventata nientemeno che nel Quattrocento da Giovanni Gutenberg o chi per lui. In questo genere di cose, in effetti, esiste un progresso storico, un’efficacia della storia, una produttività univoca da parte del succedersi degli individui e delle generazioni sulla scena della storia, e quindi è importante che ogni individuo successivo e postero s’informi su quanto è stato fatto e inventato prima di lui, si accerti di tutti i passi compiuti finora dall’evoluzione storica, per partire da lì e muovere un altro passo in avanti, senza rifare nessuno dei passi precedenti, e quindi cercare di lasciare il segno come inventore o scopritore premurandosi di scoprire o inventare o fabbricare qualcosa di nuovo, che finora non esisteva. Qui le cose dipendono dalla storia, sono storiche, e sono progressive; quindi dipende dall’informazione sulla storia ogni proposta nuova che voglia essere apprezzata.

In letteratura, e in altri campi, non è così. Il valore o disvalore letterario non dipende dalla storia, non è cosa progressiva come la scienza e la tecnica, e non dipende dall’informazione o dall’aggiornamento storico che il soggetto ha o non ha: sia storico in generale, sia storico-letterario in particolare.

Uno, anche senza sapere nulla di storia letteraria, può benissimo produrre un discorso, un’opera linguistica, che per la sua fattura intrinseca, per il suo volto naturale, per come le idee e le parole sono espresse e composte tra loro, per il significato e l’esattezza e l’ordine dei contenuti, sia un capolavoro letterario, anche se per altre qualità e caratteristiche, invero inessenziali, esso somigliasse a discorsi e scritti di epoche e società trascorse e quindi fosse superato, anacronistico, vecchio ecc. In verità questi aggettivi o participi hanno senso quando si parla di cose progressive, come la scienza, ma non in letteratura e in altre arti e attività.

In questo terzo millennio, o nel quarto, o nel futuro più futuribile che si possa immaginare, uno può scrivere un tipo di opera linguistica che somigli a un tipo antichissimo e tradizionalissimo, risalente agli albori della storia letteraria, ad es. un poema epico e guerresco, come l’Iliade, e può scriverlo in una maniera anch’essa vecchia di secoli, con mentalità d’altri tempi, con coordinate di fondo del tutto non moderne e non contemporanee, senza espressione di alcun contenuto o informazione che possa risultare nuovo e interessante al pubblico e ai critici: senza che ciò abbia significato o presenti pregiudizio per la saggia valutazione letteraria dell’opera.

In qualche angolo della Terra può esserci ancora qualcuno che ignori i cambiamenti intervenuti nella storia del mondo negli ultimi secoli, e viva come si viveva due o più millenni fa, tra qualche animale pascolante nel silenzio immortale e perenne di luoghi montani e deserti; o qualcuno che, pur vivendo come noi, viva altrove e in un cosmo primitivo e irreale nella sua mente, e comunque ami esprimersi come se ci vivesse, e quindi produca i discorsi che ne derivano. Ciò non ha alcuna importanza, non depone contro il valore letterario dell’eventuale sua opera, così come non depone a favore di un’altra opera il fatto che sia scritta da chi è aggiornatissimo di quanto sta avvenendo al mondo ed esperto di ogni poetica e stilistica e genere letterario e modulo espositivo avvicendatisi nella storia.

Un giorno una persona, letto nel ’96 o ’97 un mio racconto di viaggio scritto nell’80, disse con tono di sufficienza, alla persona attraverso cui gliel’avevo dato da leggere, che era scritto in stile anni ’60, come si usava scrivere negli anni ’60… e aggiunse qualche nome di scrittore e di opera di quegli anni che io non conoscevo, di cui molti non hanno mai sentito parlare e che ovviamente non ha influito su di me. Lo disse quasi come se fossi uno scrittore superato, uno che non si era tenuto al corrente dell’evoluzione letteraria, degli ultimi ritrovati di questo campo, delle ultime vie prese e battute dagli ineffabili protagonisti del mondo della penna.

Ciò è ridicolo. Anche se fosse vero che io avessi scritto more anni ’60, questo non è vietato dalla legge, può farlo chiunque e non significa nulla per il valore o non valore del mio scritto. Uno può sempre scrivere nel modus che vuole, o seguendo le moda letteraria che vuole: modi, modalità, mode e maniere non contano nulla, non sono essenziali; sola cosa essenziale è quel modus, se si vuol chiamarlo così, che coincide con la natura intima e autentica del discorso o pensiero espresso, con i suoi veri contenuti, con la forza e pienezza interiore del soggetto e del suo dire.

In verità, il valore letterario dipende solo dalla forza naturale del pensiero e della sensibilità dell’autore, e dalla sua cultura grammaticale e linguistica.

Queste due cose, pensiero e grammatica, non soggiacciono ad evoluzione storica, non hanno né progresso né regresso. In qualsiasi luogo e tempo, oggi e sempre, in passato e in futuro, qualunque essere umano, rampollo dell’umanità, figlio di donna, se ha molta energia interiore potrà scrivere capolavori, se poca scriverà sciocchezze, e oltre a questa capacità naturale, per essere un grande scrittore dovrà solo conoscere bene la propria lingua, non necessariamente per aver svolto un lungo corso regolare di studi. Non dipendono dalla storia né la forza d’animo naturale né la grammatica, lo studio linguistico, che, al di là delle differenze di lingua e di metodi e artifici di insegnamento, è sempre lo stesso in tutte le epoche, almeno da alcuni millenni, da quando esiste quella che chiamiamo civiltà. Tralasciando la dote naturale e limitando il discorso alla preparazione “tecnica”, alla cultura linguistica, naturalmente intesa come capacità di usare la lingua, non tanto come classificazione e denominazione delle sue parti, non c’è proprio nessun motivo per cui un greco antico dovesse conosce la sua lingua, il greco di allora, meno di quanto un italiano o un francese o un tedesco di oggi conosce la propria. Armato di cervello e della propria lingua, ogni essere umano può produrre in qualsiasi luogo e tempo della storia del mondo un’opera letterariamente valida o scadente, per ragioni esclusivamente individuali e personali.

° ° °

Su un libro di letteratura per le scuole superiori ho letto ieri criticare il Carducci perché “si attardò” entro una mentalità e una stilistica classicistiche e “magniloquenti” e non condivise la sensibilità e mentalità d’avanguardia del suo tempo, cioè quella nichilistica, di Baudelaire e altri. Questo è assurdo. Se uno vuol parlar male del Carducci, può farlo quanto vuole, ma semplicemente in base ai suoi concreti e particolari discorsi, cioè le sue poesie (e prose), esaminate e comprese singolarmente e poi nel loro insieme; lo stesso, in senso opposto, dovrà fare con Baudelaire e chiunque altro. Bisogna entrare nel merito del singolo discorso o componimento poetico, e cogliere il grado di umanità di chi ci parla: solo questo bisogna fare. Non esistono meriti, onori, referenze “storici” dei vari poeti, né demeriti o disonori o difetti analoghi; non è demerito del Carducci non essere stato nichilista, essere stato classicista post litteram, né merito di Baudelaire il contrario. Ognuno ha la mentalità, il quadro d’idee, il tipo di sensibilità e di linguaggio che può o vuole, secondo l’ambiente dove è nato e ha studiato, le esperienze che ha fatto ecc. Questo non ha alcun rilievo rispetto al valore dei suoi discorsi. In letteratura non esistono cose e modi di vedere d’avanguardia e cose e modi superati, di retroguardia o retrogradi; oppure esistono, sì, ma senza annettere ai termini avanguardia, retroguardia ecc. connotazione positiva o negativa, usandoli semplicemente come banali indici di maggiore o minore conformità rispetto a come poi doveva essere il mondo, alla mentalità che doveva storicamente prevalere come si può osservare vivendo in epoca successiva. Baudelaire può benissimo aver scritto poesie, o discorsi in genere, di sapore, atmosfera, riferimenti, sensibilità nichilistici, inferiori a poesie o discorsi carducciani, di aspetto classicistico. L’unica vera realtà è ogni singolo discorso o testo di Baudelaire, Carducci e chi altri: la fattura del testo, il suo senso, la sua pregnanza espressiva, la sua ricchezza psichica. Il resto sono storielle, fole, nugae, bolle e balle. La letteratura è semplicemente la serie dei testi composti dagli scrittori, in momenti diversi, con maggiore o minore ispirazione, in questa o quella forma.

Detto altrimenti, in letteratura gli -ismi non servono a niente e non significano niente. Stilnovismo, classicismo, realismo, surrealismo, onirismo, crepuscolarismo, psicologismo, nichilismo, positivismo, storicismo… qualcuno li ha inventati e ormai ci sono, e sarà dura eliminarli; ma non dicono nulla di essenziale, sono soltanto caselle e denominazioni in cui si collocano gli autori a titolo orientativo, per ragioni di vario genere nessuna delle quali coincide col vero contenuto e valore delle loro singole opere e personalità.

S’immagini uno studente, o una persona qualunque, che legge ad es. Pianto antico e poi deve giudicare male il Carducci perché non era al passo con l’evoluzione della cultura europea. Non fa ridere?

16. Troppo dir confonde

[’86]

In generale, come dice il proverbio, il troppo stroppia, e quando si supera un certo limite non si fa di più o meglio, ma credendo, e dando ad intendere, di far di più o meglio, si fa di meno o peggio. Questo accade nella comunicazione, allorché, parlando troppo, troppo svelto, in troppi, più di uno per volta e senza pause di silenziosa meditazione, ci si capisce assai meno che parlando con calma e con ordine. E accade anche nell’apprendimento, nell’informazione, cioè nella comunicazione unilaterale, o soprattutto unilaterale, delle scuole e dei corsi: se il maestro spiega troppo, per troppo tempo, andando troppo avanti, l’alunno non impara di più, ma di meno, perché non ha agio di sistemare nella testa ciò che apprende, e presto sarà tanto confuso che il maestro dovrà, in teoria, spiegare tutto daccapo. Infatti, la comunicazione non è solo questione di parole, di quel che serve a esprimere un’idea, ma è anche silenzio, mancanza di parole, presenza di ciò che serve per... pensare alle parole che si sono percepite o si stanno per percepire; se manca il riposo, il vuoto, il respiro della mente, la pausa riflessiva, il richiamo delle cose apprese o l’attesa delle nuove da apprendere, non si apprende di più ma di meno, si apprende senza logica un coacervo di nozioni abbozzate.

Esistono discorsi e colloqui degni e indegni, gravi o leggeri, ponderati o fatui, di tema importante o trascurabile, lineari o contorti, logici o illogici, precisi o vaghi, chiari od oscuri, concisi o verbosi, essenziali o ridondanti, profondi o superficiali. Ma un discorso o un colloquio, per quanto valido, serio, intelligente, cólto, luminoso, non deve mai superare un certo numero di parole o una certa frequenza di parole, cioè rapidità d’eloquio; altrimenti, se li supera, diviene ipso facto, a dispetto di tutti i suoi pregi, un discorso o colloquio scadente. Ovvero: chi parla o sta a sentir parlare troppo a lungo, cioè per un numero di parole superiore a un tot, è stolto; chi parla o sta a sentir parlare troppo in fretta, cioè per un numero di parole che in un certo tempo sia superiore a un tot, è stolto; la persona saggia non parla mai per ore di fila, e non parla mai con la disinvoltura linguale con cui oggi purtroppo parlano molti, ad es. donne, bambini, uomini politici. Ovvero: se in un discorso o in un dialogo manca il silenzio, la pausa, la distanza tra un momento e l’altro, ciò che permette ai vari ordini di frasi di restare distinti tra loro, per collegarsi secondo ragione anziché ammucchiarsi e mischiarsi, quel discorso o dialogo, quantitativamente grande, è senz’altro di bassa lega. Ovvero: nessun discorso resiste all’effetto devastatore di un numero di parole o di una frequenza di parole eccessivi; nessun ordine logico-linguistico resiste all’incertezza, alla variabilità, all’approssimazione, alla precarietà inevitabilmente prodotte da un apporto di parole e di idee esagerato; anzi: se sono troppe o troppo vicine tra loro, le idee non sono più tali, e diventano nebbia, paglia, selva, fastidioso riverbero e scintillio.

Naturalmente lo stesso concetto vale anche per il discorso scritto, o per la comunicazione in genere, anche non verbale. Se uno legge un libro... in due ore, “divorandolo”; se legge 10 libri in un mese, se è sempre aggiornato su tutto, se percorre con lo sguardo più di un tot di parole, o più di un tot di parole in un certo tempo, ciò significa che legge superficialmente, che non ragiona su quel che legge, non lo fa proprio, non se ne lascia pervadere. Così, se uno sta troppo spesso, o troppo a lungo, in situazioni comunicative, piene di gesti, suoni, movimenti, cenni, sguardi, immagini, contatti, messaggi e segnali d’ogni sorta, ciò significa che ama distrarsi, svagarsi, vivere alla giornata, dedicarsi alla mutevolezza esteriore delle cose anziché al loro senso profondo.

Due o più persone cominciano a parlare tra loro alle otto del mattino, a velocità normale, e alle due del pomeriggio sono ancora lì che discorrono e s’arrovellano; domanda: il loro colloquio è serio e alto, ha spessore culturale, serve a comunicare idee e a comprendere l’esperienza?; risposta: no, è senz’altro scialbo, sovrabbondante, sparlato, fatto di idee confuse, nebulose, intrecciantisi; non è un dialogo “socratico” ma una chiacchierata. Due o più persone parlano tra loro, per un’ora, alla velocità media di tre parole il secondo: senza un attimo di respiro, a raffica, a mitraglia, a macchinetta; domanda: il loro colloquio è autentico, riflessivo, lucido e sereno?; risposta: no, è senz’altro uno sbrodo verbale, una prestazione fonetica, biologica, che con le idee, con la mente, col cuore, e con l’espressione di idee e sentimenti, non c’entra. Così, la frase “Hanno discusso brillantemente sei ore di seguito” è sbagliata; la frase “È una questione seria, importante, che richiederà una riunione il giorno, della durata di tre ore, per un mese di seguito” è sbagliata; la frase “È un grand’uomo, è un professore geniale e preparatissimo, ma spiega così rapido che non riesco a stenografarne le parole” è sbagliata.

Se si ascolta o si legge un numero di parole discreto, allora si può ricordarle quasi tutte, e ricordarle a lungo, per mesi o addirittura anni; se si ascolta o si legge un numero di parole enorme, allora se ne ricordano solo alcune, o nessuna, e si ricordano per poco tempo: una settimana, un giorno, un’ora, un minuto o anche meno. Lo stesso avviene per la frequenza con cui le parole giungono al nostro udito o sguardo: sulle parole fitte, celeri, nervose, l’attenzione non può fermarsi, ed esse non possono echeggiare in noi, stamparsi nella nostra anima.

15. Sintassi particolare e sintassi generale

[2a metà anni ’80]

La sintassi particolare è l’ordine delle idee nel pensiero, quindi l’ordine delle parole nella proposizione e l’ordine delle proposizioni nel periodo. La sintassi generale è l’ordine dei pensieri nella concezione, nella considerazione, nel pensiero più vasto, quindi l’ordine dei periodi nel comma, nel capoverso, nel paragrafo, e l’ordine dei paragrafi nel capitolo, e l’ordine dei capitoli nella parte, nella sezione, e l’ordine delle parti o sezioni nell’opera completa. Sembra opportuno stabilire il periodo, cioè il tratto discorsivo tra due punti fermi, come il discrimine tra sintassi particolare e sintassi generale: entro il periodo sarà sintassi più o meno particolare, oltre il periodo sarà sintassi più o meno generale.

Tra i due tipi di sintassi c’è piena corrispondenza: come si ragiona e si procede nella sintassi particolare, così si deve ragionare e procedere in quella generale. Unica differenza, l’entità, la consistenza, la lunghezza delle unità discorsive in esame: parole singole, idee semplici, complementi, proposizioni nella sintassi particolare, e costellazioni di parole, idee complesse, periodi, brani, capiversi, capitoli nella sintassi generale. Non vi sono differenze logiche, qualitative, di merito, ma solo una differenza di peso, di mole, di quantità. Perciò, i pregi o difetti di una proposizione, di un periodo, sono i pregi o difetti di un paragrafo, di un capitolo; e i criteri che misurano il valore, la chiarezza, la logica di un periodo o di una sua parte, sono gli stessi che misurano il valore e la chiarezza di un insieme di alcuni periodi o di un complesso discorsivo ancora maggiore.

Tale piena corrispondenza significa, ad esempio, quanto segue.

1) Se è vero, come è vero, che un pregio del periodo è avere un argomento, un soggetto (o oggetto, che dir si voglia), un concetto, ben preciso, di cui si parla, così è un pregio del paragrafo vertere integralmente su un solo argomento, soggetto, concetto. Nel caso del periodo come in quello del paragrafo bisogna poter rispondere, alla domanda “Di che si tratta?”, con una sola parola, o con pochissime parole che nel loro insieme dicano una sola idea; se non si può rispondere così, significa che il periodo, come il paragrafo, è ibrido, eteroclito, improvvisato, caotico, estemporaneo, non ha unità concettuale, contiene idee particolari tra loro estranee (inerenti a idee generali disparate), e quindi ha un valore umano e culturale ridotto. “Di che si tratta?”; il paragrafo ben fatto risponderà, poniamo: “di Tizio”, e i suoi singoli periodi risponderanno, poniamo: “dell’infanzia”, “della giovinezza”, “della maturità”..., oppure “della persona”, “del carattere”, “delle abitudini”... sempre di Tizio; e così via.

2) Così come, entro il periodo, si usa la virgola per distinguere due idee, due predicazioni, due nomi, di cui il secondo si aggiunga al primo, e tra parti del periodo più grandi, ognuna di senso relativamente compiuto, si usa analogamente il puntevirgola; allo stesso modo, per distinguere, per aggiungere, per accostare, si usa nel paragrafo il puntosegue. E come nel periodo si usano le congiunzioni, di vario tipo, per esprimere qualche rapporto tra complementi, predicati, nomi, idee; così le si usa nel paragrafo per esprimere qualche rapporto tra un periodo e l’altro. In quest’ultimo caso, naturalmente, ogni periodo, pur contenendo articolazioni e congiunzioni, dovrà essere relativamente omogeneo, così da svolgere una funzione precisa, da rappresentare con certezza un punto, un elemento, un momento del gioco logico generale. Se cioè, poniamo, un periodo può constare di: una proposizione enunciativa, un’altra che contrasta con essa, e una terza indicante l’esito, la conseguenza del rapporto tra la tesi dell’una e l’antitesi dell’altra, un paragrafo potrà constare di: un periodo che con le sue proposizioni dica una serie di cose, un altro che dica una serie di cose opposte o diverse, un terzo che dica la conseguenza, o la serie delle conseguenze, del rapporto tra la prima serie e la seconda.

14. I sinonimi

[2a metà anni ’80]

Si dice che veri sinonimi non esistano. Tuttavia:

L’uso dei sinonimi può essere positivo o negativo, cioè segno d’intelligenza o segno di stupidità.

Da una parte, non continuare a dire casa, ma dire anche abitazione, dimora, domicilio, edificio, palazzina, villa, villetta e altro, significa che si conoscono più vocaboli anziché uno, che si possiede un buon bagaglio lessicale, che si è istruiti e informati. Quindi è un fatto positivo.

Da un’altra parte, non continuare a dire casa ma dire anche abitazione, dimora e tutto il resto, significa che si ricorre ai sinonimi come a un trucco per mascherare una profonda debolezza del discorso con una sua superficiale mobilità. Ad esempio, la frase “Uscì di casa, passeggiò, tornò a casa dopo un’ora” è scadente, ma quella “Uscì di casa, passeggiò, tornò alla sua abitazione dopo un’ora” non è certo superiore, pur se evita la ripetizione dello stesso termine; anzi: proprio per questo, proprio per la malizia dell’autore nel fingere un pensiero che non ha, oltre che per il peso di “alla sua abitazione”, è frase peggiore e più sgradevole dell’ingenua frase precedente. Se il pensiero fosse stato più forte, la frase sarebbe mutata ben più a fondo di quanto può mutare grazie a un sinonimo; sarebbe divenuta “Uscì di casa, passeggiò, rientrò dopo un’ora” o “Uscì di casa, passeggiò un’ora, tornò”, o simili. Quindi è un fatto negativo.

Da un’altra parte, non continuare a dire casa, ma dire anche abitazione, dimora e tutto il resto, significa rendere il discorso più vario, più vivace, meno ripetitivo, meno monotono, meno grigio, meno cacofonico. Quindi è un fatto positivo.

Da un’altra parte, non continuare a dire casa, ma dire anche abitazione, dimora e tutto il resto, significa farsi belli con variazioni ingiustificate. Questo avviene se, nella logica del discorso e nell’evidente intenzione dell’autore, l’idea di casa che via via si esprime è sempre la stessa, e perciò non richiede il cambiamento, ma lo ammette soltanto o lo rifiuta. Ad esempio: parlando sempre di un animale selvatico pericoloso, o timido, o subdolo, l’autore, anziché usare sempre tana, usa anche covo, covile, dimora, casa, domicilio; ecco: covo, covile, e anche dimora, sono varianti innocue, ammissibili, che pur non dicendo nulla di nuovo e non aumentando le idee del testo, ma solo il repertorio delle parole, si possono benevolmente accettare per ragioni di suono o di entusiasmo linguistico; ma casa e domicilio sono varianti contraddittorie, che indicano un’idea nuova mentre nel discorso ricorre la stessa idea: non sono veri sinonimi di tana, perciò danneggiano, oscurano, disturbano, rendono incerta l’espressione dell’idea di tana, la quale si capirà ugualmente (grazie al contesto), ma non si “vedrà” così bene come la si sarebbe vista con un termine giusto, seppur diverso da quello già usato. In generale, non è corretto esprimere più parole che idee, e fingere che la propria merce sia migliore di quella che è; non bisogna ricorrere a parole sempre diverse per far pensare che le idee aumentino e si approfondiscano, quando non fanno che ripetersi. Quindi, in tal senso, l’uso dei sinonimi è un fatto negativo, perché significa restare logicamente fermi ma credere e far credere, procedendo con le parole, che si proceda anche col pensiero.

Da un’altra parte, non continuare a dire casa, ma dire anche abitazione, dimora e tutto il resto, significa che si adegua il termine all’idea e si ha proprietà di linguaggio. Questo avviene se, naturalmente, l’idea di casa che s’intende è davvero via via diversa, e perciò merita, o esige, il cambiamento del termine. Ad esempio, in un discorso in cui si parla di casa come edificio abitativo, poi di casa nel senso generico di ricovero abituale o luogo chiuso dove si sta, poi di casa di animali selvatici, poi di casa come costruzione muraria d’un certo tipo, poi di casa fatta di fango o paglia o rami, ecco che sarà giusto usare rispettivamente casa, dimora, tana, villa, capanna; questi termini, che all’apparenza sono, in parte, tra loro sinonimi, nel discorso ben congegnato, composto da parole scelte, non lo sono, perché ciascuno di essi indica l’idea di un oggetto che nessuno degli altri indicherebbe così bene. Quindi l’uso dei sinonimi è un fatto positivo, perché significa far aderire, a idee via via leggermente diverse, parole leggermente diverse nello stesso senso e nella stessa misura delle idee.

Da un’altra parte, non continuare a dire casa, ma dire anche abitazione, dimora e tutto il resto, significa creare un’eterogeneità, una diversità, un abbaglio che rende più faticoso seguire il filo logico del discorso. Ciò accade naturalmente con i discorsi d’interesse concettuale, argomentativo, dimostrativo, o anche narrativo, che non si propongano di descrivere le cose ma di andare a parare in un punto dopo aver mosso da un altro punto e aver fatto una certa strada. Cambiare termine, e non continuare a dire casa, serve allora soltanto a distrarre l’attenzione, che dovrebbe restare affissa al ragionamento che si svolge; esso (per ipotesi) non dipende dal termine che si usa per dire casa, e non verte sui vari tipi di casa e sui particolari che li contraddistinguono; perciò conviene usare un unico termine dall’inizio alla fine del discorso, affinché, restando fermo, uniforme, scontato questo elemento linguistico col suo concetto, il pensiero possa badare più intensamente e liberamente agli altri aspetti della questione. Quindi, in tal senso, l’incostanza terminologica e l’uso dei sinonimi è un fatto negativo.

Da un’altra parte, non continuare a dire casa, ma dire anche abitazione, dimora e tutto il resto, significa comunicare al nostro interlocutore che sappiamo quel che diciamo, che abbiamo della casa un’esperienza completa, che intendiamo riferirci a ogni genere di casa e vogliamo che anch’egli pensi, nell’udire o nel leggere, a tanto. La citazione empirica di varie case serve allora ad assicurare l’altro che abbiamo vasta cognizione del concetto di casa, e ad assicurare noi stessi che egli, quasi costretto dai nostri termini sempre nuovi, consolidi, o si procuri, una cognizione analoga. In un senso leggermente diverso, si può anche dire che presentare lo stesso concetto con termini diversi, quasi facendo indossare abiti diversi allo stesso corpo, serve alla sua comprensione vera e analitica, e non superficiale e sommaria. Se si fa tutto questo scientemente, apposta, per scopo didattico ed esemplificativo; se cioè, mentre si allunga il brodo e si ripete con altre parole lo stesso concetto, si sa di far così e non ci si illude d’introdurre nuovi concetti e di aumentare il valore logico del proprio dire, l’uso dei sinonimi è un fatto positivo, perché, presentando il concetto generale in idee particolari diverse, lo fa capire più profondamente e intimamente che se fosse stato presentato in un’unica idea: allorché si sarebbe rischiato che l’altro, credendo erroneamente di capire il senso logico del concetto, ne recepisse una sola forma esteriore.

Da un’altra parte, non continuare a dire casa, ma dire anche abitazione, dimora e tutto il resto, significa soltanto, specie se ci si esprime per iscritto, che si possiede un buon dizionario. Questo di per sé non è un male, perché il dizionario può tornare utile in molti casi dell’esistenza, ma lo diventa quando si vuol spacciare per capacità, cultura, valore della nostra persona ciò che è frutto di una condizione materiale o mezzo tecnico di cui disponiamo: un dizionario, un repertorio di moduli espressivi, una macchina per trovare e combinare le parole, l’aiuto di qualcuno che cura la parte non strettamente qualitativa del nostro discorso, una fornita libreria, il libero accesso ad archivi e istituti, la conoscenza di esperti facilmente interpellabili, ecc. Se l’uso dei sinonimi avviene in circostanze tali da assicurare che l’autore li ha in mente, ciò depone a favore della sua cultura o almeno della sua istruzione; ma se avviene in circostanze tali da non far capire se li ha in mente o li ha fuori di sé, in cose e persone pronte all’uso, allora, nel dubbio, l’uso dei sinonimi è indifferente, e andrà valutato con riguardi diversi da quello di poter stabilire se l’autore è istruito o no. In quest’ultimo caso, egli potrebbe davvero aver spulciato il dizionario, conferendo al proprio discorso un carattere d’artificio e ricercatezza che qualificherebbe l’autore come uomo sciocco, falso e ignorante; allora, se fosse proprio così, l’uso dei sinonimi sarebbe un fatto negativo, perché indicherebbe la mala intenzione di qualcuno di fingersi più sapiente di quanto è.

13. Per scrivere bene

[2a metà anni ’80]

Che significa scrivere bene? quali caratteri deve avere un discorso (scritto od orale) che si presuma culturalmente valido? quali sono i pregi e i difetti letterari? come devono essere, i vari aspetti di un discorso, perché lo si giudichi più o meno buono o cattivo? Quindi, in rapporto a ciò: come si fa per scrivere bene? di quali caratteri dovremo arricchire (se ne siamo capaci) il nostro dire? che cosa cercheremo di fare, e che cosa di evitare? in quale atteggiamento dovremo porci, per riuscire (se abbiamo forza di pensiero) a discorrere mirabilmente?

A queste domande, oggi si risponde spesso male, sbagliando: si ignora, o si è scordato, quali siano realmente e naturalmente vizi e virtù del discorso, quali aspetti linguistici segnalino pensiero, intendimento profondo, comprensione autentica, sentimento sincero, e quali invece vitalità ottusa, ignoranza, confusione mentale, falsità e inaffidabilità di pensare e sentire.

° ° °

Per scrivere bene, una regola essenziale è: bisogna farsi capire. Se si scrive o si parla con fissa in mente quest’idea, con piantato in mente questo chiodo: la necessità di farsi capire, allora si scriverà bene, o almeno assai meglio di come si sarebbe scritto altrimenti. Il discorso buono, profondo, intelligente, di pregio culturale, è quello che si capisce; il discorso sciocco, scadente, volgare, rozzo e stupido è quello che non si capisce, che non si fa capire bene, del tutto, facilmente. Se si scrive con questo scopo, e lo si attua, si produrrà senz’altro, nei limiti del tema scelto e della ricchezza d’idee con cui lo si è svolto, un discorso di valore; se questo scopo non domina la mente dell’autore, il suo dire sarà scialbo e opaco. Molte regole e accorgimenti di stile e bello scrivere, spesso creduti a sé stanti, quasi sacertà da non violare, sono relativi alla necessità e al concetto della totale comprensibilità del discorso. Non è che questo valga se rispetta tali regole e accorgimenti; ma rispettandoli si fa capire, e quindi, per ciò, vale; se potesse essere chiaro e preciso senza il rispetto di tali regole di grammatica e stile, queste sarebbero facoltative. Il vero scrittore pensa a chi legge, e lavora generosamente per lui; cerca la massima comprensibilità del proprio dire, modifica con cura e fatica tutto ciò che rende il discorso vago, oscuro, complicato, scomodo e disagevole a intendersi; vuol dare al lettore un’opera pulita, rifinita, pronta da gustare e da usare: vuol presentarglisi in piena luce, come dicesse: “Eccomi”. Viceversa, chi scrive pensando a sé, chi gode di una certa oscurità e inaccessibilità del proprio dire, chi pensa “Vediamo se il lettore, seguendo le impronte che ho lasciato, mi scova”, chi gioca quasi a rimpiattino col lettore e si fa attendere e desiderare da lui, è scrittore da quattro soldi e uomo presuntuoso e ignorante.

Per scrivere bene, quindi, un’altra regola essenziale, o meglio la stessa regola in parole diverse, è: mettersi nei panni del lettore. Chi stende un discorso sapendo esaminarlo anche dal lato altrui, e non solo dal proprio; chi riesce a staccarsene, a prenderne distanza, fino a guardarlo con occhi nuovi, come se lo leggesse per la prima volta e fosse opera d’altri, scriverà bene. Il discorso sarà autonomo, oggettivo, fornito di tutte le qualità che gli consentono di “andar da solo” e d’esser letto e capito da chiunque; non conterrà soltanto le parole esprimenti il pensiero dell’autore, ma anche quelle indicanti le circostanze, l’orizzonte, l’ordine esterno e interno a cui il pensiero si riferisce; non alluderà, non “lascerà intendere”, non avrà reticenze, rimandi misteriosi, locuzioni evocative e suggeritive ma incontrollabili: dirà le cose per filo e per segno, in modo certo e compiuto.

Meglio ancora, per scrivere bene occorre fingere di parlare a un bambino, cioè assumere i panni di un lettore particolarmente ingenuo, ignaro, sprovveduto, che ad ogni istante può, se il nostro dire non è chiaro come il sole, capire il contrario di quel che intendiamo e pensare le cose più assurde e strampalate.

Per scrivere bene occorre convincersi che si svolge un lavoro comunicativo, di comunicazione con altri uomini, lontani e diversi da noi, ai quali potremo trasmettere le nostre idee solo esprimendole in un linguaggio comune a noi e ad essi, con riferimenti espliciti o impliciti a un’esperienza, una realtà, una cultura, una percezione del mondo che siano comuni a noi e ad essi. L’atteggiamento comunicativo fa miracoli: obbliga l’autore a sudare e riflettere sul proprio dire, a raffinarlo e semplificarlo al meglio, e intanto, con questo lavoro, accresce in lui la coscienza delle idee, che acquistano forza e distinzione; prima della composizione di un discorso comprensibile, le apparizioni credute idee possono essere fuochi fatui e bramosia mentale: dopo la composizione, le “stesse” idee sono salde, luminose e degne; la comunicazione è la “prova del fuoco” della comprensione. Viceversa, l’atteggiamento semplicemente espressivo (non comunicativo) ha effetti nefasti; chi vede il proprio discorso come “diritto espressivo” e non come “dovere comunicativo”, tenderà a credere idee vere, e non nebbia mentale, ogni impulsino interno che gli consenta di parlare e parlare o di “sciogliersi” per iscritto sulla pagina: anche se il suo dire, studiato e analizzato da chi voglia trarne le idee, si rivelasse un mare d’incertezza, un castello in aria, un avventuroso viaggio verso il nulla. Le regole linguistiche oggettive della comunicazione agiscono sul pensiero dell’autore, e trapassando a riflessione logica glielo formano, completano, assestano, chiariscono: quand’anche avesse voluto “errare senza meta”, egli è costretto a pensare, ragionare, ritrovarsi, essere; viceversa, la libertà espressiva vizia l’uomo, ne accarezza la presunzione e l’ambizione, lo porta a disgregarsi e poi a dissolversi, a languire e morire nella propria stupidità.

Infine, per scrivere bene occorre essere umili e seri: non darsi l’aria dello scrittore, non prendere troppo slancio, non farsi portare dalla vanità; sennò, quando si pensa d’aver dato bella prova e ci si sente quasi irresistibili, proprio allora si fallisce miseramente.

12. Scrittori si nasce o si diventa?

[2a metà anni ’80]

Alcuni aspetti del discorso dipendono dall’istruzione del suo autore, dal fatto ch’egli abbia praticato, o meno, buoni studi, buoni maestri, un ambiente cólto; altri dipendono direttamente dall’intelligenza, dall’animo, dalla naturale umanità dell’autore.

Dall’ambiente, dagli accidenti biografici, dalla storia sociale, dipende la correttezza ortografica. Nessuno può averla, se non ha svolto studi regolari; l’ortografia è una tecnica come un’altra, che s’impara: occorre tempo, esercizio, attenzione, ma chiunque sia sveglio può impararla, mentre chi non l’ha studiata non la sa. In essa, un mediocre che sia andato a scuola supera di gran lunga un intelligente che non ci sia andato. Altro aspetto che dipende dall’ambiente e dalla società è la perizia grammaticale: concordanze, tempi e modi verbali, giusto uso di preposizioni e pronomi, sintassi adeguata alle norme della struttura linguistica nazionale; anche grammatica e sintassi (specie la sintassi particolare, di una sola proposizione o di un solo periodo) s’imparano, non sono un dono di natura. Altro aspetto del discorso che dipende da come si son potute o volute impiegare le proprie energie naturali, e non dalla loro quantità, è il corredo terminologico, la ricchezza lessicale, il numero di parole che si conoscono; anche i vocaboli s’imparano: basta leggere libri e giornali.

Dalla natura dell’individuo, dall’impeto cerebrale di cui si dispone, e non dai casi della vita, dipende la ragione, la logica, il collegamento tra i giudizi, l’ordine concettuale, la coerenza, l’organicità. Questo aspetto esprime la forza del pensiero, è aderente al pensiero e lo rispecchia. Mentre chi scrive ortograficamente corretto, o con varietà di termini, può essere un mediocre che ha studiato, chi scrive o parla con riflessione, tenendo il filo, non smarrendosi, passando bene da un’idea all’altra e distinguendo il generale dal particolare, è senz’altro un uomo capace, anche se usi un linguaggio locale e dialettale, diverso dalla lingua ufficiale e quindi erroneo.

Al riguardo va però precisata l’idea di sintassi. Sintassi significa coordinamento, ma si può intendere in due sensi: le norme della lingua ufficiale su come esprimere i collegamenti tra le idee, oppure il coordinamento delle idee tra loro, a prescindere dalla forma linguistica che lo esprima. La sintassi in senso grammaticale (quella della lingua ufficiale) la si impara sui banchi di scuola: s’impara a dire “se avessi” e non “se avrei”, a usare le congiunzioni nel modo convenzionale e quindi giusto, a rispettare la conseguenza dei tempi verbali, ecc.; ma la sintassi in senso logico fa parte del pensiero, è il pensiero, quindi è cosa naturale.

Chi ha studiato dirà correttamente “se avessi”, ma poi, se è sciocco, parlerà e scriverà tutt’altro che sintattico e concettualmente ordinato: il rapporto tra le idee, sia nella proposizione sia soprattutto in ambito vasto, nell’insieme di più proposizioni o più periodi, o dell’intero discorso, sarà oscuro e incerto, onde anche il percorso sintattico (in senso grammaticale) delle parole, che esprime il percorso logico delle idee, sarà globalmente sbagliato, pur se parcellarmente giusto. Viceversa, chi non ha studiato potrà dire “se avrei”, ma se non è sciocco farà un discorso logico, chiaro, concluso, e quindi si esprimerà necessariamente con sapienza sintattica; la sua sintassi non sarà quella della lingua ufficiale, ma come sintassi, cioè coordinamento dei modi linguistici adeguati al coordinamento delle idee, equivarrà ad essa e a tante altre.

A scuola s’impara la sintassi in questo senso: come segnalare i collegamenti tra idee nelle forme linguistiche convenzionali; ma non s’impara a... collegare le idee, cioè a pensare molto e quindi a fare discorsi grandi e chiari. Riempire le forme sintattiche convenzionali disponibili, usarle, animarle, esercitarle, metterle in opera, non dipende dallo studio, ma dalla forza mentale, dall’intelletto della persona.

11. Le regole grammaticali

[2a metà anni ’80]

Le regole grammaticali (in senso lato) sono il riflesso delle regole logiche, servono all’intelligibilità e (complesse come sono) alla semplicità del discorso, che filtrato da esse sarà chiaro, scorrevole e naturale.

Inoltre, anche quando non apportano chiarezza logica, esse servono alla consistenza e affidabilità del pensiero, a far compiere all’autore “sforzi inutili”: che in realtà sono utilissimi perché provano la saldezza e durevolezza del suo pensiero. Chi ha davvero qualcosa da dire, non si opporrà a norme espressive anche bizzarre: le osserverà e continuerà il discorso. Se invece un autore “si arena” per le remore grammaticali, ciò significa che il suo discorso, e quindi il suo pensiero, era debole; ma allora, se non è riuscito ad esprimerlo, tanto meglio per noi, per lui e per tutti.

° ° °

Verso le regole grammaticali si può avere un atteggiamento positivo o negativo.

Ha un atteggiamento positivo chi, vedendo che le regole servono per capirsi e che violarle creerebbe disordine, muterebbe la lingua, in un modo o nell’altro abbasserebbe il grado comunicativo, le accetta e cerca di osservarle al meglio. Egli non dà via libera alla propria espressione, ma la controlla, la modera e la assesta affinché sia pienamente valida: valida oggettivamente, sul piano logico, perché l’espressione così regolata avrà un senso preciso e sarà chiaramente compresa dagli altri, e valida soggettivamente, cioè profonda, convinta, durevole, perché, se il pensiero è avanzato malgrado le pastoie grammaticali, ciò significa che era abbastanza forte e quindi rispettabile.

Ha un atteggiamento negativo chi, non vedendo l’utilità delle regole e ritenendole solo una complicazione, non le accetta, le trascura, si esprime in libertà e pretende ugualmente d’essere capito e d’esser preso sul serio. Non riuscendo a procedere nel discorso, egli non accusa, come dovrebbe, la propria fiacchezza mentale, ma se la piglia con le regole grammaticali, come se gl’impedissero di volare e tarpassero le ali alla sua fantasia.

In genere, vede di buon occhio le regole grammaticali l’uomo intelligente, che ha abbastanza cervello per rispettarle senza sentirsene oppresso: anzi le considera strumento di vera libertà, fonte d’emancipazione da quella che sarebbe una comoda ma sterile licenza. Egli le apprezza perché gli permettono di comunicare esattamente con gli altri, e perché lo impegnano, gli resistono, gli procurano “attrito” e così scaldano la sua vita interiore, obbligandolo a pensieri forti, sicuri, tenaci, mentre i pensieri deboli e aleatori svaniranno giustamente nell’aria.

Al contrario, malvede le regole l’uomo sciocco, che essendo corto di cervello non le tollera e le reputa nemici. Egli aborre la fatica di pensare, e da esse non si sente esaltato e liberato, ma spento e chiuso. A volte, confondendo apposta le cose, scambia le regole neutre della grammatica e della logica per le norme giuridiche ed economiche della società, e vuol fare una propria “rivoluzione grammaticale” come si fanno nella storia le rivoluzioni politiche. Non capisce che le regole grammaticali, pur essendo frutto di convenzione, non sono leggi personali e volontarie stabilite da un tiranno, ma derivano dal caso, alla consuetudine, dalla spontaneità con cui, in un certo luogo della Terra, si cominciò a parlare e scrivere secondo alcuni criteri tra gl’infiniti che sarebbero stati possibili. Non capisce che in campo grammaticale i termini “conservatore” e “progressista” non hanno lo stesso significato che hanno in campo politico, e che, mentre il mutare leggi politiche può essere un atto di giustizia e un vero passo in avanti, mutare le regole grammaticali porta solo a non intendersi più con coloro che, in un tempo passato o in un luogo lontano da noi, si sono espressi o si esprimono in quella che senza il mutamento rimarrebbe la lingua comune. In realtà egli non desidera sostituire nuove regole grammaticali a quelle vigenti, come si fa nelle rivoluzioni politiche sostituendo nuove leggi alle vecchie; non avrebbe senso che volesse questo, perché le regole grammaticali non hanno contenuto, e si possono usare per esprimere le idee più nuove e rivoluzionarie. In realtà egli desidera la sregolatezza, la diminuzione o allentamento di qualsiasi tipo di regole grammaticali; vuole che pensare diventi più facile, che risulti pensiero anche a ciò che, se le regole restassero tutte in vigore, sarebbe ritenuto semplicemente nebbia mentale.

10. Perché si interpretano i discorsi?

[2a metà anni ’80]

In generale, l’interpretazione dei discorsi mi lascia perplesso.

Capisco che s’interpreti la Bibbia, il discorso ufficiale d’un diplomatico, un’iscrizione archeologica, un responso oracolare, le parole d’un innamorato; in questi e simili casi l’interpretazione occorre, perché il discorso è antichissimo, o dipende da circostanze particolari, o è svolto apposta in modo da esser chiaro per alcuni e non per altri, a certe condizioni e non ad altre. Ma che si debba star a interpretare una lezione, una dottrina, una teoria, una legge, un avviso, un regolamento, ogni tipo di discorso che non abbia ragione di velare il proprio senso, ma abbia tutte le ragioni di indicarlo, comunicarlo, trasmetterlo, diffonderlo al meglio, questo non lo capisco.

Esempio. Se un filosofo europeo dell’Ottocento, vissuto a lungo, ha esposto le sue idee in varie opere, pervenuteci integralmente, che risultano in parte oscure, sconcertanti, “di difficile interpretazione”, conviene forse, come si fa, che decine di occhialuti studiosi s’accaniscano su tali passi equivocabili per trarne ad ogni costo un senso preciso, per spiegarli comunque, per aiutare l’autore a dire ciò che si presume volesse dire ma non ha detto? A mio avviso, no. Considerando che il filosofo era europeo (e non cinese), e quindi apparteneva alle nostre stesse storia e cultura; che scriveva meno di due secoli fa, e non in un’epoca remota, ingenua, ignara dell’ampiezza del mondo e degli accorgimenti da usare perché un messaggio resti comprensibile nel mutare dei tempi, dei luoghi e degli eventi; che non apparteneva a sette misteriche e non si rivolgeva a pochi iniziati, ma agli uomini in genere, o a tutti gli appassionati di filosofia: tanto che, se si eccettuano i passi oscuri, l’insieme della sua opera si lascia pur intendere; considerando ciò, e quant’altro di simile, bisogna semplicemente ritenere quei passi un punto debole del suo discorso, una prova di limitatezza e immaturità, un segno dell’esaurirsi del suo pensiero: e trascurarli.

Esempio. Se il parlamento, il governo, un ministero, un organo pubblico qualsiasi, ha emanato una legge, un decreto, un provvedimento, un regolamento, o diramato una circolare, o distribuito avvisi di procedura e moduli da compilare, di fronte a cui il cittadino, anche istruito, si trova disorientato e non sa come esattamente agire in questo o quel caso, conviene forse che si consultino avvocati e procuratori, linguisti e commercialisti, o si organizzino convegni di esperti e sedute spiritiche (con lo spreco di tempo e risorse che tali ricerche comportano), per giungere alla decifrazione dell’enigma: come se nel testo legislativo vi fosse per forza una logica, una coerenza, una visione unitaria, e si trattasse solo di scoprirla con la cura ermeneutica? A mio avviso, no. Conviene piuttosto, invece di affannarsi per cogliere un senso che non c’è, adoperarsi a sostituire governanti e legislatori con altri più capaci, che producano leggi chiare e semplici, nelle quali l’esattezza, la coerenza, lo spirito, la visione unitaria sia presente non appena, ma appieno: e quindi appaia.

Infatti, da che mondo è mondo, il discorso serve a spiegare, mostrare, illustrare, chiarire, far intendere, render conto di fatti o idee. Se un discorso, per esser capito, abbisogna di un secondo discorso, chiamato esplicativo, didattico, interpretativo, ciò complica dannosamente le cose e crea incertezza: da un lato può accadere che anche il discorso interpretativo richieda un discorso interpretativo, e la comprensione del discorso iniziale sia via via rimandata (ammesso che prima o poi ci si arrivi); dall’altro, le persone possono abituarsi a scrivere o parlare peggio di prima, contando sull’aiuto di un interprete e su discorsi supplementari e complementari al proprio.

Ogni discorso deve spiegarsi da sé, da solo; deve essere autosufficiente: unico interprete di sé stesso. Essendo il mezzo per spiegare fatti e idee, è ovvio che non vada a sua volta spiegato: fermo restando, per chi lo legge o ascolta, il dovere di essere istruito sul linguaggio in cui il discorso è svolto e sul tema che tratta, di ascoltarlo tutto e attentamente, di riflettervi, ricordarlo, ecc.

Ogni discorso deve essere chiaro: altrimenti non è discorso, ma selva di parole, ciarpame (e come tale non va interpretato, ma ignorato), e il pensiero che si presume gli corrisponda non è pensiero, ma selvatichezza, vita fisica, sonno della ragione. La chiarezza non è una qualità secondaria del discorso, ma la sua qualità primaria ed essenziale: segno della luce, che è la qualità essenziale della coscienza e del pensiero. Se qualcuno dice in modo confuso, incerto, criptico, oscillante, ciò non significa che, avendo idee e pensieri, per motivi accidentali o per aver trascurato la tecnica espressiva (quasi esistesse una tecnica espressiva a parte, a sé, separata dalla concezione) non riesce a formularli, ma significa che, credendo di avere idee e pensieri, in realtà non li ha, non li ha abbastanza: e quindi, dicendo, avanza col corpo (con la mano armata di penna, con la lingua, con la voce, con l’impeto fisiologico e nervoso) ma non con la mente, e così aggroviglia le parole, abusa, prevarica, impazza.

In ogni discorso, il voler dire deve coincidere col dire: sia nel senso che le parole abbiano un significato chiaro, e non sia possibile domandarsi “che cosa vuol dire” la tal frase o il tal passo, sia nel senso che l’autore dica effettivamente quel che ha intenzione di dire e quel che intende, cioè pensa, ha in mente, concepisce, e non sia possibile domandarsi né “che cosa intende dire”, né “che cosa intende”, dicendo la tal frase o il tal passo.

9. Pensiero e discorso

[2a metà anni ’80]

Un vecchio professore di lettere soleva dire: “A buona comprensione, buona espressione”, nel senso: chi ha ben capito, sa anche riferire: se non sa riferire, non ha ben capito; saper spiegare una cosa prova che essa ci è davvero entrata in testa, ossia: la frase “Lo so ma non so spiegarlo” è falsa e contraddittoria, né più né meno di “Lo so ma non lo ricordo”. In memoria di lui, io dico ora:

Per scrivere bene, per avere bello stile, per fare un discorso logico, valido, compiuto, serrato, significativo, avvincente, e non blando, confuso, vago, prolisso, ripetitivo, inessenziale, superficiale, verboso, e quanti altri aggettivi indicanti rispettivamente pregi e difetti di un discorso scritto (come orale), c’è un solo modo: pensare, sapere, avere idee chiare. Se uno ha ben pensato, se ha esperienza di quel che va a dire, se ha riflettuto a lungo, se ha maturato un sapere in cuor suo, automaticamente si esprimerà bene, si farà intendere, esporrà le idee con ordine e procederà con logica argomentando. Viceversa, se uno non ha assimilato quel che crede di sapere, fino ad averlo nel sangue, potrà anche aver studiato l’arte di scrivere, e frequentato corsi di linguistica, e analizzato la struttura di varie opere letterarie: scriverà sempre male, perché il suo pensiero non è abbastanza forte da assumere, reggere, sospingere, frenare e concludere il discorso.

In altri termini: la capacità discorsiva è aderente alla forza ideativa e concettuale, e non indipendente da essa; le norme stilistiche vere e valide sono il riflesso del pensiero umano, e non una legislazione casuale, arbitraria, fissata a priori da un dio capriccioso. Esempio: non è che un discorso sia bello quando osserva la norma “non ripetersi”; è bello esclusivamente quando è pieno di pensiero; solo che, essendo del pensiero (tra l’altro) anche il non ripetersi, si può dire che chi parla bene non si ripete: sapendo però che non ripetersi è naturale del pensiero, e che la norma vale solo perché rappresenta il pensiero.

Basta pensare appieno, per rispettare tutte le autentiche e ragionevoli norme stilistiche di questo mondo; basta pensare poco, o non pensare, per violarle subito, in parte o in toto. Nessuno, se cede nel pensiero, può riuscire a rispettare le buone norme stilistiche; ne rispetterà alcune, ma non molte o tutte, altrimenti... ciò implicherebbe che non cede nel pensiero, e la tesi negherebbe l’ipotesi. “Pensare” e “rispettare le norme di: non ripetersi, esprimere chiaramente soggetto e predicato d’ogni giudizio, non contraddirsi, non cadere in tautologie, evidenziare i nessi, ecc.” son due modi per dire una cosa, come se prima si dicesse “cane” e poi “animale mammifero, quadrupede, carnivoro, peloso, caudato, domestico, che abbaia”. Farla lunga, e dire quelle molte parole anziché solo “pensare”, significa indicare analiticamente, per aspetti materiali e parziali, una realtà che il termine “pensare” indicherebbe in sintesi e in essenza: ma trattasi appunto di analisi, diluizione, scioglimento della stessa idea o realtà, non di idee o realtà diverse.

Il pensiero è il discorso; il discorso è il pensiero: dentro o fuori di noi.

8. La licenza poetica

[2a metà anni ’80]

In generale il discorso poetico, cioè legato, vincolato, strutturato, con rime e ritmo, ovviamente è superiore al discorso prosastico, cioè sciolto, libero, fluido, svincolato, non tenuto al rispetto di rime e ritmi e all’attuazione di particolari effetti o simmetrie. Superiore significa: più duro, più pesante, più difficile da fare; che richiede idee più chiare, sentimenti più forti e durevoli, un impegno psichico maggiore, un’interiorità più ricca. Procedere in prosa è piuttosto facile: basta avere qualche idea, anche effimera e superficiale, e in disordine si riempiono pagine e pagine; procedere in poesia è arduo: bisogna pensare le idee più volte, cercando una loro espressione e concatenazione che rispetti certi limiti e misure prefissi. Quindi il discorso poetico, essendo mentalmente più dispendioso, è superiore a quello prosastico; così come, tra tutte le attività umane, si reputano giustamente più elevate, più fini e più nobili, rispetto ad altre, quelle che richiedono maggior vigore mentale ed emotivo.

Ora: se la poesia differisce dalla prosa perché limitata e vincolata, che senso ha parlare di “licenza poetica”, e come va intesa questa strana espressione?

In verità “licenza poetica” non significa che la poesia sia o debba essere licenziosa, libera, arbitraria: queste sono semmai caratteristiche della prosa. Significa che talvolta, oberato e costretto dalle regole speciali che s’è dato, dal filtro (o cribro, vaglio, setaccio) in cui ha voluto, o preteso, far passare il proprio dire, il poeta non riesce ad avanzare se non violando, eccezionalmente, o una di quelle regole, o una delle solite regole del parlare, un criterio lessicale o grammaticale della lingua in cui scrive: allora compie uno scarto, una bizzarria, commette un peccato, una mancanza, ricorre a un trucco, a una comodità, a una facilitazione, che gli permetta di continuare.

Se in un testo poetico costruito secondo uno schema rimico, a un certo punto si trova, in luogo della rima dovuta, una semplice assonanza o consonanza, qui si ha licenza verso l’ordine delle rime, quindi verso un aspetto tipico del discorso poetico e ignoto a quello prosastico. Il poeta s’è dapprima impegnato a scrivere in rime e ritmo anziché in prosa, ma poi, di fronte a un ostacolo per lui insormontabile, si è per un momento e in parte sottratto all’impegno e ha sospinto il discorso in qualche modo.

Se in un testo poetico si trova “c’è” con un nome al plurale, in luogo del corretto “ci sono”, qui si ha licenza verso la grammatica, precisamente verso l’accordo di numero tra sostantivo e verbo, quindi verso un aspetto del discorso in genere, verso una regola solitamente osservata da chiunque si esprima a parole. Il poeta s’è dapprima impegnato a parlare più regolato e severo del solito: appunto in poesia anziché in prosa; ma poi, ficcatosi in un vicolo cieco, ha dovuto, per continuare a rispettare altre regole o semplicemente per trovare un’uscita, violare la regola della concordanza di numero, e quindi nell’occasione parlare in modo sciatto, libero e impoetico.

Questo secondo tipo di licenza poetica è quello comunemente noto e propriamente detto, onde sembra che ai poeti sia lecito, per misterioso privilegio, ciò che ai parlanti comuni e agli studenti d’ogni scuola è sistematicamente proibito. In realtà la concessione è meritata, perché il poeta compie un’impresa discorsiva complessivamente più ardua delle imprese comuni: lo si perdona di un difetto grammaticale o sintattico (imperdonabile a chi si esprime in prosa) solo perché arricchisce il discorso di pregi ritmici, musicali, figurativi, lessicali ecc. che ai discorsi in prosa mancano. Certo: se le licenze poetiche fossero troppe, o troppo grandi, si arriverebbe al punto in cui l’espressione poetica sarebbe più agevole di quella prosastica: come avviene, oggi e da decenni, quando la libertà da rima, metrica, costanza ritmica, precisione e proprietà di linguaggio, logica, semplicità e naturalezza espressive, aderenza dell’immagine al concetto, e altre qualità discorsive, rende la presunta espressione poetica più spensierata, più casuale, e quindi spiritualmente più povera, di qualunque ragionamentino in prosa. In tal caso si dovrebbe ovviamente cambiar nome alle cose, e il solo discorso ancora definibile come poesia sarebbe quello prosastico, mentre l’altro, trasandato e caotico, sarebbe prosa, o prosa cattiva, o addirittura vaniloquio.

7. Latino lingua soda

[2a metà anni ’80]

Rispetto all’italiano, e alle lingue moderne in genere, il latino classico è ben più sodo e conciso: espressione asciutta, concreta e pregnante, senza suoni o parole inutili o vaghi, senza vuoti né fronzoli. Tolto anche un solo termine in una vera e virile frase latina (di Orazio o Lucrezio; non di Cicerone e tanto meno del latino tardo o medievale), si vede subito che manca qualcosa: la frase non sta più in sesto e zoppica, acquista un senso diverso da quello originario o smarrisce ogni senso. Ciò avviene perché nel costrutto latino ogni termine è necessario e sufficiente (se non occorre non c’è) e il pensiero umano è forte, chiaro, semplice, umile, autentico, come il linguaggio e il pensiero di un uomo arguto e ignorante rispetto a quelli di uno sciocco che ha studiato.

In particolare, diluisce la parlata italiana, o in genere moderna, e la fa sembrare brodaglia, in confronto al succo puro del latino, la presenza degli articoli, che il latino non ha, e delle preposizioni, che il latino ha in misura minore, giacché spesso esprime i complementi con la sola declinazione del nome nei vari casi. Quanti inutili suoni in “elle” nel normale dire italiano! il, lo, la, gli, le, nel, nella, degli, delle, agli, alle e così via; quante preposizioni scialbe, lunghe, composte ognuna da più parole! nel mezzo di, all’interno di, a vantaggio di, all’infuori di, insieme con il, di qua da, in relazione a...

Ecco due esempi di moderno italiano smidollato con corrispondente italiano “alla latina”: - Il cane, il gatto, la pecora, lo stambecco, la vacca, lo zebù sono dei mammiferi. - Cane, gatto, pecora, stambecco, vacca e zebù sono mammiferi. // - All’interno della casa la mamma lavora assieme alla figlia, mentre sopra il tavolo stanno dei fiori, delle verdure, del pane. - In casa la mamma lavora con la figlia; sul tavolo stanno fiori, verdure, pane.

6. Incardinamento del dire

[2a metà anni ’80]

Il dire, il discorso, è incardinato, o cardinato, quando somiglia a: un uscio, che da un lato è apribile, girevole, mobile, dall’altro è posto sui cardini saldati allo stipite e da essi inseparabile; una bandiera all’asta, che sventola e si volge in mille guise ma resta legata al suo sostegno; un libro ben rilegato, le cui pagine possono essere voltate avanti e indietro ma non si staccano dall’asse che le accorpa.

Uno dei casi più semplici di dire incardinato è quando, in un discorso composto tutto e solo da idee che descrivono qualcuno o qualcosa, ciò è linguisticamente evidenziato dall’essere il suo nome l’unico soggetto di tutte le proposizioni: alla continuità e unità logica dell’argomento, di ciò intorno a cui si predica, corrisponde la continuità e unità grammaticale del soggetto; come tutte le idee riguardano e illustrano quell’argomento (o tema, o soggetto in senso logico, o oggetto del discorso), così tutte le proposizioni (che portano le idee) derivano da quel soggetto, tutte le azioni sono da lui compiute.

Piccolo esempio. Dire non cardinato: “Tizio è alto e magro. I suoi capelli sono biondi, i suoi occhi azzurri. Ha un temperamento allegro. Gli amici gli vogliono bene. Da lui tutti ricevono molto. Caio gli somiglia”. Dire cardinato: “Tizio è alto, magro, biondo, d’occhi azzurri, di temperamento allegro, benvoluto dagli amici, generoso con tutti, simile a Caio”.

5. Impaccamento del dire

[’87?]

Si può anche chiamare strutturazione forte, assetto forte, ordine stretto, ordine raccolto, ordinamento del dire: sta nell’ordinare il discorso (cosa che ogni scrittore o parlatore dovrebbe fare ma spesso non fa) in misura particolarmente forte, in modo molto intenso e profondo, e quindi dispendioso e faticoso, sicché esso non risulti sparso e misto, ma ben suddiviso, con tutte le parti distinte tra loro e collegate da un pensiero o corso d’idee generale, come tante perle d’una collana, tanti acini d’un grappolo, tanti pacchi d’una spedizione.

è ciò che avviene di un discorso quando l’autore ha piena, matura e tranquilla coscienza non solo delle molte idee particolari che esprime, ma anche delle pochissime idee generali cui esse ineriscono e delle rispettive idee medie (di vario grado) attraverso le quali, sussunte sotto le quali, vi ineriscono.

è ciò che nel discorso si produce spontaneamente e necessariamente quando l’autore, oltre ad aver in mente tante cose (la testa piena, come si dice), ha in mente anche i rapporti reciproci tra esse, il senso, il peso, la portata, il valore d’ogni cosa in sé stessa e rispetto alle diverse altre.

è il bell’esito che si ha quando l’autore, oltre ad essere intuitivo, fantasioso ed esuberante, è anche logico, essenziale e riflessivo, e oltre a “scorrere” con le parole (nel tempo, in successione, una cosa dietro l’altra) “sistema” o “compone” il discorso (che così sarà non solo un’eruzione ma un componimento, una composizione), sposta e disloca, separa o unisce le sue parti vedendo tutto dall’alto (nello spazio, davanti a sé insieme, ad un tempo), come un giocatore di scacchi che osserva la scacchiera o un generale che fa piani di battaglia.

4. L’errore linguistico

[2a metà anni ’80]

La lingua è democratica.

Se un individuo, ignorante oppure incapace d’apprendere (cioè stupido), commette spesso un errore d’ortografia o grammatica o sintassi, i casi sono due: o il suo errore non ha fortuna, cioè non è commesso anche da molti altri che parlano con lui e vivono nella società, oppure il suo errore è condiviso da molti altri, e quindi comune, diffuso, sociale... storico.

Nel primo caso, dell’errore individuale, esclusivo di qualcuno o di un gruppo ristretto e ininfluente, l’errore è appunto chiamato così, e chi lo compie è giustamente ritenuto ignorante o stupido, e riceve critiche e disistima. Nel secondo caso, dell’errore più o meno collettivo, diffuso, commesso da molti, a un certo punto l’errore non è più tale, e diventa norma e regola, secondo il detto latino “Usus communis facit ius”, l’uso comune fa legge, mentre diventa errore, e fonte di discredito, ciò che prima era giusto e raccomandabile; s’invertono le parti: l’ignorante appare istruito, l’istruito ignorante.

Nel caso dell’errore individuale o quasi, si obietta al suo autore: “In italiano non si dice così, ma così; le regole della lingua vanno rispettate, altrimenti non ci s’intende più”. Nel caso dell’errore diffuso, l’autore obietta a chi lo biasimi per esso: “Guarda che la lingua evolve, non è qualcosa di fisso e immutabile posto fuori dalla storia; non sono io che sbaglio, ma tu che non sei aggiornato”.

Perciò, il consiglio pratico e utilitario da dare a chi non riesce, per carenza di studio o di mente, a rispettare appieno le norme linguistiche vigenti, è : cerca di commettere gli stessi sbagli di molti altri, accòrdati con gl’ignoranti come te per un’azione comune; non sbagliare mai da solo, sbaglia sempre in compagnia.

3. Due modi di non capire

[2a metà anni ’80]

Diciamo che all’uomo intelligente un discorso può essere oscuro in due modi: uno che non depone contro il presunto valore del discorso, uno che depone.

Il primo è quando il discorso ha singoli vocaboli o locuzioni di cui il lettore o uditore ignora il significato; allora, che egli non capisca si deve a sua ignoranza, non a incapacità dell’autore e oscurità del dire. Il secondo è quando il discorso non ha singole espressioni di cui il lettore ignori il significato, ma ciò malgrado egli non lo capisce, non intende il senso e la ragione con cui è sistemato, non vede le idee che la folla dei vocaboli dovrebbe svelare e illustrare; allora la colpa è probabilmente dell’autore, che ha parlato prima di pensare, incapace di vedere chiaro e quindi anche, necessariamente, di “far vedere” ad altri.

Perciò si può dare la seguente regola pratica. Di fronte a un discorso che non capiamo, chiederci se ignoriamo alcuni dei singoli termini che contiene; se sì, studiare e informarci; se no, riesaminarlo con cura, cercando la logica che ci fosse sfuggita per nostra superficialità, labilità di memoria, inesperienza sul tema: poi, se la logica non si vede, accantonarlo, spregiare l’autore e pentirci d’aver perso, attenti a quel discorso, una parte piccola o grande del tempo che ci è stato concesso di vivere.

2. Coniunctio in capite

[2a metà anni ’80]

Di norma è bene che ogni periodo o capoverso che non sia il primo (il quale non ha nulla prima di sé a cui legarsi) non solo abbia una congiunzione, o giuntura, o “attacco”, che lo leghi al periodo o capoverso sùbito precedente e indichi il cammino logico del dire, ma l’abbia all’inizio, prima d’ogni altra parola. Non: “Tizio tornò quindi a casa”, “Il sole stava però sorgendo”, “Non era ancora avvenuto, infatti, che”; ma: “Quindi Tizio tornò a casa”, “Però il sole stava sorgendo”, “Infatti (o Infatti,) non era ancora avvenuto che”. Così la concatenazione logica delle varie sezioni del discorso, che ovviamente non dovrebbe mai mancare, sarà segnata, evidente, subito afferrabile da parte del lettore. Questi potrà tenere a mente lo schema del discorso con facilità, pur non ricordandone il contenuto o i particolari, e ad es. potrà facilmente riassumerlo, giacché ne vede o ne ricorda bene lo snodo, i movimenti, le svolte, l’assetto, anche perché la prima parola di un periodo o comma, scritta con iniziale maiuscola ed eventualmente posta ad inizio di rigo dopo un rientro, è più visibile delle altre.

Come è bene avvisare o preavvisare ogni persona di ciò che sta per avvenirle, così è bene avvisare il lettore del tipo di proposizioni che sta per leggere, della funzione svolta dalla parte di discorso che va a leggere: appunto ponendo la congiunzione in capo, sulla soglia, davanti, prima di tutto, a dar l’annuncio del tenore del dir seguente. Leggendo in capo al comma o periodo “Perciò”, chi legge saprà che esso descrive le conseguenze, gli effetti, di quanto già asserito; leggendo “Ma”, saprà che esso fa in qualche modo da avversario, antitesi, limitazione e correttivo del comma o periodo precedente e del suo contenuto. Del resto, porre la congiunzione o l’avverbio “legante” tra le prime parole del periodo è spontaneo e spesso inevitabile; ma è bene porla non solo tra le prime ma per prima, sicché l’annuncio ch’essa implica sia pronto e chiaro, e perché nei periodi brevi una parola non-prima può essere quasi-ultima.

Per una chiarezza ancora maggiore si potrebbe diffondere la facoltà o l’obbligo di scrivere la congiunzione (che avvia un comma o periodo) in neretto, o sottolineata, o in rosso, o comunque evidenziata rispetto ai normali caratteri. Allora naturalmente il discorso dovrebbe constare di commi o periodi non brevi, onde valga la pena di marcarne i passaggi, infrequenti e perciò significativi, e non si crei sul foglio un guazzabuglio di marcature.

Tale “accentuo” grafico è specialmente opportuno, anzi doveroso, quando la congiunzione adduce un tratto discorsivo assai lungo, ossia suddiviso in parti e sottoparti, ossia scandito da segni interpuntivi numerosi e forti, in modo che, se essa non è nerettata o sottolineata o ingrandita o scritta in posizione speciale o seguìta da un duepunti (o duepunti e a capo), sembri valere solo per una parte del tratto mentre vale per la sua totalità.

Esempio. Volendosi usare la congiunzione “Quindi” (o simili: perciò, allora, dunque, di conseguenza, per tutto ciò, pertanto...), per introdurre l’elenco degli effetti o conseguenze di quanto detto, è chiaro che, se gli effetti son distinti tra loro da un certo segno interpuntivo, il “Quindi” va manifestamente riferito a tutta la serie d’effetti mediante una scansione, dopo di esso, che sia non inferiore a quella del segno posto tra i membri della serie. Perciò, “Quindi avvenne A; avvenne B; avvenne C.” è un dire impreciso, da mutare in “Quindi: avvenne A; avvenne B; avvenne C”. A fortiori è difettoso “Quindi avvenne A. Avvenne B. Avvenne C”, da mutare in “(A capo, o di seguito ma dopo un bello spazio) Quindi avvenne quanto segue. Ci fu A. Ci fu B. Ci fu C.”, o in “(A capo) Quindi: (a capo, o di seguito ma dopo un bello spazio) Avvenne A. Avvenne B. Avvenne C.”, o in “Quindi: (o Quindi:) Avvenne A. ecc.”. Se poi il discorso è ampio e complesso, allora conviene rinunciare alla parola “Quindi”, onde evitare che vada scritta troppo grossa, troppo in luce (per un’armonica amministrazione grafica dell’intero discorso, condizione necessaria alla sua piena intendibilità), e descrivere quegli effetti in un paragrafo o capitolo intitolato “Effetti di quanto sopra”, sicché la svolta, il passaggio, lo iato (dalla descrizione di certi fatti a quella dei loro effetti) sia indicata dal tralasciamento d’uno spazio bianco notevole, o dal cambio di pagina, e dalla comparsa d’un annuncio esplicito (appunto il titolo).

1. Colloquio per iscritto

[2a metà anni ’80]

Avresti un bicchier d’acqua, per favore? - chiese Tizio con finta educazione.

Hai sete? forse per la lunga passeggiata che hai dovuto fare? - rispose Caio, muovendosi per aprire il pensile della cucina dove stavano i bicchieri.

No, non è questo. È perché voglio prendere una pastiglia per il mal di testa. Sai, la solita Aspirina a cui sono fin troppo abituato... - precisò Tizio con un misto di autocommiserazione e di ammissione di colpa.

Mal di testa? - esclamò Caio incredulo - Dunque la passeggiata all’aria aperta ti ha nuociuto, più che giovato! Sei proprio un tipo strano. E dire che stamattina mi sembravi così in forma... sprizzavi salute da tutti i pori!

Salute, salute... si fa presto a dire salute, ma tutti siamo un po’ malati: chi nel corpo, chi nell’anima, chi in entrambi. Il mal di testa, o se vuoi l’emicrania (per dirla con scientifica eleganza), è un malessere che mi accompagna da alcuni anni, ormai un punto fermo della mia vita.

Caio, che aveva estratto dal pensile il bicchiere con gesto lieve e silenzioso, e l’aveva appoggiato sul tavolo, a queste parole di Tizio ebbe una strana reazione nervosa: versò l’acqua d’una bottiglia verdastra con mano incerta, quasi tremante, e la mescita eccessiva e maldestra bagnò la tovaglia pulita appena stesa in tavola.

Tizio scrollò il capo: - Calma Caio, calma! Calma e moderazione! Non complicare ulteriormente le cose, non crearci un altro piccolo problema: ne abbiamo già tanti!

° ° °

In questo genere di testo, fanno “peso”, lunghezza, pagine, volume, mole, “scrittume”, non solo le vere e proprie battute del colloquio, le espressioni vocali dei personaggi, ma anche le frasette d’appoggio, esplicative, indicative, dell’autore, poste prima o durante o dopo l’intervento di chi parla: - chiese Tizio con finta educazione; - rispose Caio, muovendosi per aprire il pensile, ecc. Al riguardo penso quanto segue.

Ogni autore, per ridurre il tasso di banalità delle pagine di colloquio, dovrebbe usare la seguente accortezza: Con un’impostazione iniziale chiara e marcata, non ripetere né i nomi, propri o comuni, dei colloquianti, che una volta espressi all’inizio dovrebbero restare sottintesi (Tizio, Caio, Sempronio, l’altro, l’interlocutore, quegli, questi, ecc.), né i verbi scontati, come dire, rispondere, chiedere, proporre, affermare, negare, ordinare, esclamare, e cento altri, tutti indicanti e denominanti azioni la cui presenza è quasi sempre già espressa dal testo del colloquio, dalla natura e dall’iter del discorso diretto, del botta-risposta.

Se un lungo colloquio si svolge solo tra due persone, Tizio e Caio, non si scriva: parlato - chiese Tizio / parlato - rispose Caio / parlato - precisò Tizio / parlato - esclamò Caio / ecc., ma si scriva: Tra Tizio e Caio ci fu questo colloquio: Tizio (o solo T): parlato / Caio (o solo C): parlato / e poi gli altri interventi senza più indicazione né del parlante (indicato implicitamente con l’andata a capo, o altro tipo di stacco bianco, o con la chiusura e apertura di virgolette, o anche - se il colloquio è lungo e a un certo punto occorre ricordare al lettore se parli il primo o il secondo - con l’introduzione del nome dell’altro nell’intervento dell’uno: “È vero, Caio, hai ragione...”) né dell’atto verbale. Le azioni chiedere, rispondere, replicare, precisare, esclamare, proporre, ribadire, insistere, informare, minacciare, avvertire ecc. sono già espresse, nell’ordine, da: punto interrogativo o interrogativa indiretta, il fatto che l’altro gli ha appena chiesto o detto qualcosa, contenuto dell’intervento (che sarà evidentemente precisativo), punto esclamativo, contenuto dell’intervento (che sarà una proposta), ecc. Una volta posta la premessa “Tra Tizio e Caio ci fu questo colloquio:”, l’autore taccia, e lasci che il dialogo si spieghi da sé, col proprio corpo, col proprio svolgimento, senza superflui e fastidiosi suggerimenti esterni, come se si aprisse il sipario e si fosse in presenza dei due che parlano, lì davanti a noi.

Le indicazioni non verbalistiche, cioè non riferite a parole (e quindi rese inutili dall’esposizione del colloquio) ma ad altro, a tutto ciò che la materia del colloquio non dice (gesti, movimenti, tono di voce, sguardi, smorfie ecc.; ad es. “muovendosi per aprire il pensile“, “con un misto di autocommiserazione e di ammissione di colpa”) saranno naturalmente conservate, ma in forma più secca e lineare di quella in uso, cioè col verbo all’indicativo, senza l’appoggio dell’indicazione verbalistica (rispose Caio, muovendosi ecc., precisò Tizio con un misto ecc.), cioè così: parlato - E si mosse per aprire il pensile ecc. / parlato - con un misto di autocommiserazione ecc. / (incredulo) Mal di testa? ecc. / cioè in modo analogo a come si indicano queste cose nei testi teatrali, con le parole semplicemente giustapposte, poste prima o durante o dopo l’intervento diretto (pre-, inter- o pos- poste; di solito tra parentesi: ma l’essenziale è che si distinguano dal parlare dei personaggi, il modo non conta).


rubrica


Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza