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Metrica


L'ipometria

Punto di Vista, 46/2005
L’ipometria Se con l’ipermetria si indica un verso eccedente la misura, si ha i. (dal gr. hypó, sotto) quando un verso è inferiore come numero di sillabe a un dato contesto. Per esempio, nella poesia di G. Pascoli ‘Il compagno dei taglialegna’ alla parte VI il v. 5 ‘Ma ecco si sentì: AVE!’ che dovrebbe essere un novenario, è invece un ottonario anche applicando due dialefi: ‘1Ma \ 2ec 3co 4si 5sen 6tì: \ 7A 8VE!’ Una svista del ferratissimo (metricamente) poeta?

Nei ‘Sonetti lussuriosi e dubbi amorosi’ (Ten, Roma 1974) di Pietro Aretino, il curatore delle note ritiene ipometro il v. 6 del terzo sonetto ‘e trova ben la foia in matrice’ suggerendo di aggiungere l’articolo la davanti a matrice; in effetti il verso endecasillabo così ‘suonerebbe meglio’, ma a nostro avviso la misura endecasillabica può essere raggiunta con una dialefe, es. ‘1e 2tro 3va 4ben 5la 6fo 7ia \ 8in 9ma 10tri 11ce’; si potrebbe perfino operare diesinalefe: ‘1e 2tro 3va 4ben 5la 6fo 7ï 8a^in 9ma 10tri 11ce. Si tenga comunque presente che, almeno fino a un certo periodo del basso medioevo, la parola foia poteva essere considerata metricamente un monosillabo.


L'impermetria

Punto di Vista, 45/2005
L’ipermetria Si ha i. quando in un contesto di versi con impianto d’uguale metro un verso supera la quantità sillabica. I due esempi sono tratti dai ‘Sonetti lussuriosi’ in endecasillabi di Pietro Aretino. L’accento circonflesso (in metrica hyphèn) ìndica la sinalefe.
a) ‘Deh! se l’hai caro lasciamelo vedere’ (Sonetto IX v. 2): 1Deh 2se 3l’hai 4ca 5ro 6la 7scia 8me 9lo 10ve 11de 12re. Come suggerisce il commentatore, per rientrare nella misura dell’endecasillabo sarebbe sufficiente troncare lasciamelo in lasciamel;
b) ‘poiché gli è più differente il tondo dal fesso’ (Sonetto VIII v. 7): 1poi 2ché 3gli^è 4più 5dif 6fe 7ren 8te^il 9ton 10do 11dal 12fes 13so. Più difficile qui l’aggiustamento per rientrare nelle undici sillabe; proporremmo ‘ché differente^è più^il tondo dal fesso’.

Il computo sillabico

Punto di Vista, 44/2005
È ‘il conteggio delle sillabe metriche di un verso o di un testo’ (Glossario, p. 19). Occorre comunque verificare se si tratta di versi a misura fissa – per esempio l’endecasillabo – o di versi liberi.

I tre esempi che seguono sono presi da una canzonetta del Foscolo (La partenza) in settenari sdruccioli e piani. Il v. 18 ‘Ite dov’ella siede’ non pone problemi; a ogni sillaba grammaticale ne corrisponde una metrica: 1I 2te 3do 4v’el 5la 6sie 7de; ma il v. 7 ‘Deh! fra soavi palpiti’ deve tener conto di una dieresi d’eccezione [è bene ricordare che i nessi bivocalici nel corpo del verso formano quasi sempre un’unica sillaba metrica, quindi soa] e dell’uscita sdrucciola (palpiti), perciò: 1Deh! 2fra 34a 5vi 6pal 7piti.

Ancor più complesso è il primo verso ‘Partita è Cloe: ah! volino’ che si può computare: ‘1Par 2ti 3ta^è 4Cloe \ 5ah! 6vo 7lino – sinalefe in terza sede e dialefe in quarta; oppure: 1Par 2ti 3ta \ 4è 5Cloe^:ah! 6vo 7lino – dialefe in quarte sede e sinalefe in quinta; infine: 1Par 2ti 3ta^è 4Clö 5e:^ah! 6vo 7lino – con un caso di diesinalefe in quarta-quinta sede; la lettura più naturale ci pare la prima con dialefe che fa da cesura seguendo la punteggiatura.


L'apostrofe

Punto di Vista, 43/2005
Benché di stessa etimologia greca, non va confuso con l’apostrofo, segno di elisione (): l’a. è invece una figura retorica con la quale ci si rivolge con una certa intensità a persone (anche assenti) o cose; in senso più lato, frase concitata; spesso ha valore vocativo. Esempi tratti dal Leopardi: ‘O patria mia’ (All’Italia, v. 1) ‘Che fai tu luna, in ciel?’ (Canto notturno, v. 1) ‘O care nubi, o cielo, o terra, o piante’ (Fr. XXXVIII, v. 7); e dal Purg. VI,76 ‘Ahi, serva Italia, di dolore ostello’.

Nel caso di vocativi con o non va scambiata con l’omonima congiunzione, es. ‘né le spose vi fôro o i figli accanto’ (All’Italia, v. 98).

L’a. è assai comune in poesia, non di rado sconfinando nell’enfasi.


La sillaba ancipite

Punto di Vista, 42/204
Con l’aggettivo ancipite (dal lat. ancipite(m) composto da am(bi) ‘da entrambe le parti’ e caput-capitis ‘capo’) nella metrica latina si intende una sillaba che può essere tanto lunga quanto breve; in quella italiana invece una sillaba metrica contenente un nesso bivocalico che può dividersi in due sillabe o essere unito in una sola.

Gli esempi che seguiranno sono tratti dalla poesia ‘Il Re di Tule’ (Rime nuove, XCV) del Carducci ripresa dalla celebre ballata di Goethe: sei quartine di settenari con rime a (piana) b (tronca) ab, ritmo quasi sempre giambico.
Il v. 3: 1Mo 23l’a 4mòr 5suo 6bèl 7lo
La quinta sillaba (suo) porta sineresi, poiché grammaticalmente sarebbe divisa: sù-o.
Il v. 21: 1Piom 2bàr 3lo 45de 6lèn 7to
Se il poeta avesse voluto creare un ottonario (trocaico) anziché un settenario avrebbe dovuto dieretizzare la prima sillaba (Piom) ottenendo questa scansione:
12om 3bàr 4lo 56de 7lèn 8to come si vede con accenti di 1a, 3a, 5a e 7a sillaba.


Il verso alcmanio

Punto di Vista, 41/2004
‘Le sommità dei monti dormono, le valli, le rocce, le caverne sono silenti’. Questo passo del poeta Alcmane appare come epigrafe al breve racconto Silenzio (una favola) di E. A. Poe.

Alcmane visse nel VII sec. a. C. e il verso – più esattamente distico o sistema – che prende il suo nome è costituito nella metrica classica (greca) da un esametro dattilico e da un tetrametro dattilico catalettico. Fra i tentativi di trasportarlo nella metrica italiana (barbara) quello del Carducci: un settenario più un novenario (1° verso) cui segue un novenario (2° verso). L’inizio dell’ode Courmayeur:

Conca in vivo smeraldo tra fóschi passaggi dischiusa,
o pia Courmayeur, ti saluto.
Te da la gran Giurassa da l’ardüa Grivola bella
il sole più amabile arride.

Come si vede il primo verso è costituito da un settenario (Cón cain vì vo sme ràl do) e da un novenario con accenti di 2a, 5a e 8a sillaba, il secondo da un novenario. Il Carducci unisce i due distici formando una quartina.


La catacresi

Punto di Vista, 40/2004
La catacresi (dal gr. Katáchresis abuso) è l’uso non proprio di una parola o locuzione quando manca la parola corrispettiva nel vocabolario, es.‘i bracci del candelabro’ o ‘il dorso della montagna’. In poesia anche certi traslati sono considerati c., es. rai (o raggi) per occhi, cristallo per acqua, fiamma per amore.

Quale incidenza può avere la c. nella metrica? Nel verso petrarchesco ‘in me movendo de’ begli occhi i rai’ (rai intesi come sguardo) permette la rima in -ài. La stessa parola potrebbe servire come monosillabo per sineresi all’interno del verso (in fine verso ovviamente sempre bisillabo).

La metonimia – nel senso di doppia metafora – di rai (raggi) per occhi ha un primo passaggio in ‘Entrano i raggi di questi occhi belli’ (Dante, Rime XXXVIII v. 17) dove si ritiene raggi per sguardi. Nel Manzoni invece ‘Chinati i rai fulminei’ (Il Cinque Maggio v. 75) rai sta per occhi, quindi con doppio passaggio.

Diversi autori ìndicano come sinonimo di c. i termini abusione e acirologia: pur ammettendo una certa similarità di significato, l’acirologia (dal gr. ákyros improprio, e lógos discorso) va considerata in modo più estensivo quale improprietà di linguaggio. L’abusione (dal lat. abusionem disprezzo) invece è più pertinente a un’improprietà del vocabolo o locuzione es. ‘i denti della forchetta’ o ‘il puntale della cinghia’ poiché esistono i relativi termini: rebbi e ardiglione. Nella c. il termine sostitutivo può non esistere e la metafora non è più sentita come tale, es. ‘il collo della bottiglia’: in origine collo (lat. collum) apparteneva al corpo umano, ma già Stazio scrive ‘Collum montis’. Da notare infine che il Boccaccio ritiene il passo dantesco ‘dove ’l sol tace’ (Inf. I,60) un’acirologia, mentre è più esattamente una sinestesia.


La rima incrociata o retrograda

Punto di Vista, 39/2004
La rima incrociata (detta anche abbracciata) in una quartina fa rimare il primo verso col quarto e il secondo col terzo secondo lo schema abba. La rima retrograda (da qualche autore denominata invertita) si può verificare in una sestina o nelle due terzine del sonetto secondo lo schema abc cba. Riportiamo a titolo d’esempio il Sonetto XII dalle Rime di Cino da Pistoia nella versione curata da Luigi De Benedetti.

Moviti, Pietate, e va incarnata,
e de la veste tua mena vestiti
questi miei messi, che paian nodriti
e pien de la vertù che Dio t’à data;

e ’nnanzi che cominci tua giornata,
s’a l’Amor piace, fa che tu inviti
e chiami li miei spiriti smarriti,
per li quai fia la lor chesta provata.

E se tu troverai donne gentili,
ivi girai, chè là ti vo’ mandare,
e dono d’audienza da lor chiedi.

Poi di’ a costor: “Gittatevi a’ lor piedi,
e dite chi vi manda e per che affare”;
udite, donne, esti valletti umili.

Note. v. 1. meglio la dieresi su Pietate (Pïetate); v. 6. dialefe (tu | in); v. 11. dieresi su audienza (audïenza); v. 14: umili (umìli) diastole.


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