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Paideia & Politeia
by Francesco De Napoli

Condannati a bivaccare in uno squallido
“Paese dei Balocchi”

Il convulso panorama politico venutosi a creare in Italia - con risvolti inquietanti in ambito locale - non può non suscitare irritazione e sconcerto. Ciò non solo a causa dei rigurgiti d'intolleranza nazifascista, xenofoba e reazionaria che, nei momenti di instabilità politica, riaffiorano più agguerriti che mai fasi di transizione come quella che sta attraversando il nostro Paese possono protrarsi per lunghi periodi di tempo, e non è detto che si risolveranno in maniera positiva e indolore. Esiste un diffuso malessere sociale che prende corpo attraverso forme molteplici d’insofferenza e disagio. È in atto una paurosa crisi di valori, un inequivocabile decadimento etico e spirituale accompagnato da un complessivo disfacimento del tessuto sociale ed economico; ed è preoccupante che, di fronte a ciò, neppure i più autorevoli ed avveduti studiosi riescano ad individuare delle possibili vie d'uscita.

La crisi che gli Italiani stanno tristemente fronteggiando covava in maniera strisciante già al tempo del mitizzato "boom economico" degli anni Sessanta, quando si puntò massimamente ad un benessere di facciata basato sul soddisfacimento dei beni di consumo. La contestazione studentesca e le proteste operaie del Sessantotto - di cui ricorre il Cinquantenario -, altro non furono che confusi tentativi di ribellione contro quelle macroscopiche contraddizioni. Il malessere esplose vent'anni dopo, in seguito alla dissoluzione dei partiti della "Prima Repubblica", colpendo in varia misura tutte le forze politiche e sociali del Paese. Era crollato l'unico "collante" che teneva uniti i partiti nati dalla Resistenza, l’elemento di coesione rappresentato dalla forza degli ideali democratici e libertari.

La crisi attuale, a dire il vero, dev’essere intesa come globale e totale, poiché travolge sistemi economici anche diversi che mirano ad uno "sviluppo" fittizio privo di vero "progresso". È questa la condizione in cui versa la stragrande maggioranza dei popoli della Terra. Il motto capitalistico "Minimo sforzo, massimo profitto" non regge più di fronte alle giuste rivendicazioni dei miliardi di diseredati del pianeta. Si direbbe che si siano inceppati i meccanismi perversi sui quali prosperava l'imperante "mercato globale". Qualcuno s’è accorto che il forsennato produrre e mettere in commercio superflui beni di consumo non risolve neppure marginalmente - anzi aggrava -, i problemi di un contesto malato e bisognoso di certezze minime, tanto elementari quanto vitali, a cominciare dall'esigenza di condurre un'esistenza a misura d'uomo in un ambiente più sano e più giusto.

L'ex-sinistra, anziché farsi interprete del malcontento popolare, s’è riconvertita - in Italia come nel mondo - ai diktat delle lobby multinazionali. La nostra, in particolare, è una sinistra da sempre lacerata da lotte intestine, sin dai tempi di Antonio Labriola e di Filippo Turati. Una lenta agonia causata dall'aver rimosso dalla coscienza e dalla memoria il patrimonio di idealità ereditato da secoli di lotte operaie e contadine. In sostanza, la sinistra sta pagando il prezzo della propria perdita di identità.

Senza risalire troppo indietro nel tempo - il pensiero va ad Antonio Gramsci -, per gli orfani di Enrico Berlinguer sarebbe stato fondamentale recuperare le battaglie ingaggiate in anni non lontani: il riferimento è alla cosiddetta "questione morale". Battaglie combattute senza settarismi e chiusure, basti pensare che Berlinguer aprì alla collaborazione di tutte le forze politiche moderate e progressiste, comprese quelle cattoliche, spingendosi ben oltre la lezione gramsciana. Negli anni Settanta il Leader comunista era riuscito a coagulare intorno a tali problematiche il consenso di diverse frange minoritarie tra quelle in cui s'era frantumata la sinistra dopo il '68. Appena qualche decennio dopo, gli echi di quelle progettualità risultarono colpevolmente attutiti, se non proprio azzerati. Persino durante le purghe di Tangentopoli, quando ci sarebbero state buone ragioni da vendere di fronte agli ormai scoperti "sepolcri imbiancati" dell'area centrista, gli orfani del disciolto PCI tacquero e si defilarono. Le manovre sottobanco per conquistare qualche poltrona suggerirono una comoda "trahison des clercs" che imponeva, in primis, di presentare dell'ex Segretario del PCI un'amabile immagine di sognatore al di fuori del tempo.

Al posto del sepolto Berlinguer, i dirigenti del neonato raggruppamento politico sposarono personaggi come Dini, Prodi e Monti, ovvero tecnocrati assai graditi alle Borse e ai mercati azionari. In particolare, Prodi fu l'artefice del funesto cambio monetario "lira/euro", che mise in ginocchio l'economia nazionale insieme con i redditi di milioni di famiglie. Renzi, pupillo di Napolitano, ha completato l'opera: dal Patto del Nazareno al Jobs Act, dalla modifica dell'Articolo 18 alla proposta di riforma costituzionale Renzi-Boschi (poi bocciata in seguito al referendum del 4 dicembre 2016), per finire in bellezza con l’attuale legge elettorale "Rosatellum", approvata grazie ai voti di Forza Italia e della Lega. È stato scritto che Renzi "ha realizzato i più bei sogni della destra". I fondatori del PD non sono esenti da colpe: i vari Veltroni, D'Alema e Bersani - che oggi cercano di rifarsi una verginità altrove - avrebbero dovuto immaginare le conseguenze prodotte dal radicale smantellamento ideologico della sinistra storica. La principale prerogativa del vero politico è sempre stata la lungimiranza.

Venuta meno la volontà di rispolverare le antiche battaglie in nome della giustizia sociale, la sinistra si ritrova, di fatto, omologata tra le forze ossequiose nei confronti dei "padroni del vapore", una linea che la sta facendo sprofondare nelle sabbie mobili d'una angosciante disintegrazione. È una imperdonabile rinuncia ai capisaldi della storia del movimento dei lavoratori: quei valori etici, ideali e culturali nei quali centinaia di migliaia di uomini e donne credettero e per i quali lottarono e si sacrificarono. Invero, a ricordarci qual è la posta in gioco, sono i medesimi “corsi e ricorsi storici” dei quali stiamo testimoni: il pubblico contro il privato.

Va rimarcato a chiare lettere che la "questione morale" non si risolve affatto individuando i "ladroni" della politica e della pubblica amministrazione. Sarà necessario ri/educare la gente comune ai valori d’una vita semplice e sobria, in una parola a quell'esistenza sana e virtuosa che caratterizzò le generazioni che combatterono il fascismo, ponendo le basi della democrazia nel nostro Paese. Scimmiottare le ricche e grasse icone della politica-spettacolo è diventato uno sport nazionale, tanto che non c'è chi non ambisca, nel suo piccolo, ad un immaginario stile di vita che mai si potrà realizzare. La sbornia collettiva imposta dal potere subliminale dei media ha inculcato falsi modelli di agiatezza - e anche di lussuria - che hanno stravolto le abitudini di tantissime famiglie. La "questione morale" dovrà riportare serietà e rigore tra le classi lavoratrici, virtù da non confondere con il perbenismo "piccolo borghese". Diversamente, saremo condannati a bivaccare in uno squallido "Paese dei balocchi", fino a quando - come Pinocchio - non ci ritroveremo trasformati vergognosamente in somari e in porci.

D’altra parte, furfanti e predoni raramente subiscono condanne esemplari per i reati commessi. Di conseguenza, venendo a mancare a livello popolare l'integrità morale di cui sopra, non potranno non scattare nei confronti dei corrotti dei perversi e collettivi processi di emulazione. È ciò che sta succedendo dopo Tangentopoli. Abiezione e corruzione dilagano quasi fossero titoli di merito, assai più di quanto s’era verificato nel corso della Prima Repubblica.

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