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Paideia & Politeia
by Francesco De Napoli

I barboni, il falso buonismo e le lobby

In settant’anni di storia repubblicana, finora non s’erano mai visti - soprattutto nei ristretti ambienti di provincia -, tanti vagabondi accucciati un po’ ovunque come cani bastonati. Hanno perennemente dipinto sulle labbra un curioso e indecifrabile risolino, una smorfia un po’ beffarda che a tratti sembra trasformarsi in un disteso sorriso… Rassegnati sì, epperò ben temprati e pieni d’ardire: è la forza della disperazione, accompagnata dall’esibizionistica strafottenza di chi non ha più nulla da chiedere al prossimo. Quel sorriso che noi, figli d’una piccola borghesia in declino, siamo ormai incapaci persino d’abbozzare o di fingere.

Anche in uno scalo ferroviario alquanto ridotto come quello di Cassino, nel Sud Lazio, nell’ingresso illuminato a giorno, a due passi dal bar della stazione e dalla biglietteria, si ripete ogni sera l’inquietante rito di alcuni clochard ricoperti di stracci che, sotto gli occhi di tutti, si stendono per terra per prendere sonno, nell’attesa – forse – di dire addio al mondo.

E’ da poco sceso il crepuscolo mentre dalla Capitale e dalla Campania giungono, uno dopo l’altro, convogli affollati di pendolari dai volti scavati e con gli sguardi assenti. Qualcuno, nel frettoloso dirigersi verso l’uscita, rischia d’inciampare nei corpi distesi sul pavimento dei miserabili dormienti, immobili come fantocci. La scena è divenuta talmente usuale che nessuno pare meravigliarsene, forse perché preso dai propri tormenti, o semplicemente perché di immagini del genere se ne vedono sin troppe, sia in televisione che ovunque, nella vita reale. Non si registra alcuna espressione o gesto d’indifferenza: a volte, affiorano atteggiamenti di misurata commiserazione; in altri casi, un contenuto livore si trincera dietro la malignità del “mors tua, vita mea”.

Sarebbe un errore credere che situazioni tanto penose - di solitudine, disadattamento, miseria, sofferenza -, non debbano e non possano riguardare la nostra meschina ed egoistica privacy. “Un italiano su quattro è sulla soglia della povertà”, è il recente verdetto d’una attendibile statistica ISTAT, senonché si sorvola sul fatto che almeno un secondo italiano del citato “quartetto” è già in piena indigenza.

I motivi di questo vorticoso declino - che non è soltanto materiale, ma anche morale e spirituale -, sono vari e complessi, epperò elementari nella loro rozza e primitiva linearità. Per quel che ci riguarda direttamente, la causa prima consiste nell’aver introdotto in nazioni diversissime tra loro - in maniera scriteriata e avventurosa -, la moneta unica europea. In Italia, dove fino ad allora si viveva dignitosamente, l’euro ha più che dimezzato, di colpo, il potere d’acquisto di stipendi e pensioni. Il problema, purtroppo, è che a Bruxelles non ci sono veri politici ai quali affidarsi – intendo, politici seri che abbiano a cuore le sorti dei cittadini europei -, bensì legioni di banchieri, manager, mestieranti e notabili imprestati alla politica.

Nonostante i disastri causati dall’euro, molte famiglie sono riuscite a tirare avanti per qualche anno, grazie ai risparmi messi da parte negli anni d’oro della Prima Repubblica, l’unica vera conquista democratica e civile - sul piano delle istituzioni - che la storia del nostro Paese abbia mai conosciuto. Altri hanno dovuto lentamente gettare la spugna, anche perché lo Stato - ivi compresa una finta sinistra di transfughi, improvvisatisi tecnocrati da strapazzo - ha cominciato a dichiarare “guerra” ai poveri, anziché ai ricchi. I sindacati, dal canto loro, hanno cessato da quel dì di tutelare gli interessi dei lavoratori, per assumere il comodo ruolo di agenzie per il “disbrigo pratiche”.

Già con la caduta del muro di Berlino - seguita dalla rinuncia agli ideali storici della sinistra, ideali che in Occidente facevano da “freno” alla smania di comando delle oligarchie -, s’erano messe in moto le incontrollabili turbolenze della globalizzazione, la cui subdola spietatezza consiste nel concentrare il controllo dell’economia mondiale nelle mani di lobby massoniche e mafiose diffuse in tutto il pianeta, esattamente come i tentacoli d’una colossale piovra. Oggi la mafia non ha più bisogno d’ammazzare o di mettere le bombe, perché è entrata nei palazzi del potere dalla porta principale. I figli dei mafiosi – non soltanto italiani – frequentano le più prestigiose università del mondo, conseguendo titoli nelle discipline economico-finanziarie, allo scopo di mettere le conoscenze acquisite al servizio dei traffici delle loro cosche. Sono associazioni a delinquere transnazionali e trasversali, di cui fanno parte leader politici, magnati ed imprenditori appartenenti alle più svariate aree politiche. Papa Francesco è stato sin troppo tenero e benevolo nel condannare “l’industria della morte” e “la cupidigia dei potenti arroganti”.

Si vanno moltiplicando schiere di zombies prodotti dall’era web, dove sistemi informatici e telematici sostituiscono in tutto e per tutto milioni di operatori in cane ed ossa. Sono moltitudini di spiantati che si aggiungono agli inermi extracomunitari in fuga dai genocidi di massa, oltre ai tanti disadattati privi dell’àncora di salvezza d’una famiglia in grado d’accoglierli. Si direbbe tornata l’età vittoriana dei romanzi di Charles Dickens, senonché è scomparso il senso di umanità, di solidarietà e di giustizia che muoveva a profonda commozione nel leggere le storie di Nicholas Nickleby, Oliver Twist e David Copperfield.

Il linguista e sociologo americano Noam Chomsky da decenni studia il persistente “sistema di controllo del pensiero” imperante a livello mondiale specie nelle società cosiddette “avanzate”, nelle quali la restaurazione in atto ha urgenza di ristabilire gli antichi equilibri. Sono forme di controllo volte a garantire la “fabbrica del consenso” in favore di celebrate, emergenti o innominate caste che detengono il potere, rese intercambiabili da gattopardeschi giochi di potere.

Nel contempo, vengono sviluppate a livello mediatico sofisticate strategie subliminali, utili per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica attraverso godibili distrazioni ed evasioni - vedi gli scandali (veri o presunti) in cui è coinvolta buona parte dei vip del mondo dello spettacolo -, anziché affrontare le drammatiche priorità della società civile, quali il lavoro, la sanità, il disagio e la devianza, l’istruzione, l’ordine pubblico, ecc. L’intramontabile motto latino “panem et circenses” conserva, a distanza di millenni, tutta la sua originaria potenza e attualità.

E’ così che il barbone rannicchiato davanti ad un supermercato, al quale porgere qualche monetina, finisce per apparirci – nei rari momenti in cui prevale il “buonismo” – come una figura romantica e pittoresca, che ben s’inserisce nel festoso clima natalizio fatto di ipocrite offerte di poco conto… Sono immagini che suscitano in noi sensazioni perfettamente funzionali al sistema. Per questo, il mendicante resta una ineliminabile benedizione: stimola sentimenti di tolleranza e di condiscendenza, addirittura di accettazione delle ingiustizie e delle discriminazioni, piccole e grandi. Nel santificare e celebrare la povertà e le privazioni - tutti insieme - ci sentiamo più buoni, in pace con noi stessi e col mondo.

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