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Paideia & Politeia
by Francesco De Napoli

Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica.
Le reali conseguenza della caduta del muro di Berlino

La vergognosa temperie di Tangentopoli – insieme con altre ritenute secondarie e minori, vedi Calciopoli – non va considerata affatto conclusa, anche perché ci tocca sorbirne tuttora i pestiferi fetori senza ragionevoli possibilità d’uscirne, almeno nell’immediato. Il tumore, se non viene estirpato subito e in toto, si diffonde più pernicioso e maligno che mai. Tanti gli interrogativi senza risposta, legati alle nefandezze di quegli anni.

Prima considerazione. Se è vero, come è vero, che il ciclone di Tangentopoli sortì l’incredibile effetto di cancellare dalla scena politica tutti i partiti della Prima Repubblica, è altrettanto vero che solo un risicato numero di personaggi – quelli più indifesi e/o indifendibili, magari incapaci oppure impossibilitati a riciclarsi – ne pagò le conseguenze sul piano penale. Il discorso vale anche qualora fossimo propensi a valutare in diverse migliaia il numero dei faccendieri presi con le mani nel sacco, per quanto le indagini giudiziarie riuscirono ad individuarne, per l’appunto, solo qualche centinaio. E’ chiaro, allora, che i conti non tornano, sotto qualsiasi angolazione si voglia esaminare la questione.

E ancora. Perché mai i contrapposti vertici della politica – fino a quel momento, l’un contro l’altro armati –, che rappresentavano decine di milioni di italiani, addivennero, solidali e compatti, alla drastica decisione di sciogliere precipitosamente le formazioni partitiche d’appartenenza, comprese quelle uscite indenni da qualsiasi accusa d’illecito?

I leaders carismatici più rispettati – compresi i cosiddetti probiviri, ovvero gli ideologi che dominavano la scena –, si diedero anch’essi, ottenebrati dal panico, a rimuovere le tracce più compromettenti (in molti casi, estremamente veniali) dei loro trascorsi, gettando via – come si suol dire – il bambino insieme con l’acqua sporca. Non avrebbero dovuto al contrario, da dirigenti saggi e responsabili, ringraziare sentitamente la magistratura per l’impagabile lavoro di “pulizia” svolto? Quale occasione migliore per riprendere il cammino da tempo interrotto – finalmente liberi e sollevati –, ripartendo da quelle che erano le radici etiche ed ideologiche dei rispettivi movimenti?

Non sarebbe il caso, a questo punto, di ipotizzare un vero e proprio “tradimento” dei più alti e nobili ideali della Resistenza, dai quali è nata la Costituzione repubblicana che il mondo intero ci invidia e che, non a caso, dopo Tangentopoli molti vorrebbero stravolgere?

Sono questi alcuni degli inquietanti nodi cruciali, scarsamente affrontati, dell’intera vicenda.

A venticinque anni di distanza dalla scoperta del bubbone malefico, il magistrato Gherardo Colombo – tra i protagonisti di “Mani pulite” – ha ricostruito le varie fasi delle indagini che portarono alla scoperta di Tangentopoli. Il Convegno si è tenuto nella Sala degli Avvocati del Tribunale di Cassino (FR), su invito dell’appassionato e rigoroso Prof. Pasquale Beneduce, docente dell’Università degli Studi della Città Martire. Ad un certo punto, Colombo s’è lasciato sfuggire una frase chiarificatrice – a dire il vero molto inquietante, per quanto allusiva e velata –, senza esplicitarla più di tanto: “Non ci sarebbe stata Tangentopoli senza la caduta del Muro di Berlino”.

Un’affermazione sibillina proferita più volte nel corso degli anni, sia pure in termini vaghi e con accenni diversi, dai colleghi magistrati del pool milanese Borrelli, D’Ambrosio, Davigo e Di Pietro. Cosa può voler dire una dichiarazione del genere, che fa esplicito riferimento agli equilibri politici internazionali dell’epoca, laddove la magistratura di ogni Paese dovrebbe essere libera e autonoma, assolutamente indipendente da qualsiasi condizionamento politico?

Il riferimento alla caduta del Muro di Berlino non è una gratuita metafora. La verità è che in Occidente, nel corso della “guerra fredda”, gli schieramenti fedeli al blocco filo–americano godevano d’una pressoché totale “immunità” di fronte alla legge. La corruzione esistente da circa mezzo secolo era tollerata in funzione anticomunista, in quanto collaudata fonte di clientelismo e di consenso popolare. Una volta crollato il “Muro” in Europa – e sciolto il P.C.I. in Italia – , coperture e protezioni cessarono. La “questione morale”, dai costi altissimi – innumerevoli volte invocata da intellettuali quali Norberto Bobbio, Giorgio Bocca, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Paolo Volponi –, non poteva più essere disattesa.

Al magistrato di Mani pulite non è dato argomentare nei dettagli il discorso, perché obbligato in tal caso a denunciare – dimostrandole, prove alla mano –, le collusioni almeno d’una parte della magistratura con il potere politico del tempo. Fidando nel buon senso e nella comprensione degli interlocutori cassinati, Gherardo Colombo ha lasciato semplicemente intendere: “La spietata lotta ingaggiata contro la cortina di ferro aveva innalzato delle invalicabili barriere, capaci di ostacolare il lavoro dei più imparziali e motivati censori.”

Tangentopoli s’arrestò, stranamente, proprio quando era giunto il momento di fare luce sui presunti finanziamenti illeciti provenienti dall’Est, a favore dell’ormai liquidato P.C.I. C’è chi sostiene che si trattò d’un regalo fatto ai promettenti “ragazzotti rampanti” della nuova sinistra: un ringraziamento disceso dall’alto per la svolta della Bolognina, datata novembre 1989.

Contrariamente a quel che si crede, gli effetti finali di Tangentopoli furono, in sostanza, propizi per un riassetto complessivo del sistema capitalistico in Italia. Lungi dall’eliminare il marciume – oggi più sfrenato che mai –, Tangentopoli demolì, screditandole, le basi culturali e ideologiche dei partiti dell’Arco Costituzionale. Fu messa implicitamente sul banco degli accusati la concezione partecipativa e popolare della democrazia, del diritto, dell’economia e del mondo del lavoro, ovvero l’impianto che aveva dominato per tutta la durata della Prima Repubblica.

All’orizzonte, incombeva il nascente sistema tecnocratico che non tollera consociativismi – specie se legittimi e alla luce del sole –, considerati inutili perdite di tempo.

Nel mondo globalizzato che si è venuto a creare, la crisi delle istituzioni rappresentative privilegia la funzione dell’“uomo solo al comando”, secondo il concetto coniato da Eugenio Scalfari riprendendo l’immagine del ciclista Fausto Coppi. Basti pensare che oggi si preferisce chiamare ameni “circoli” quelle che una volta erano le severe “sezioni” di partito. Il qualunquismo politico oggi tiene ad ostentare, raggiante, un singolo personaggio saldamente da “solo” al timone della nazione: passando per Fini e Casini, da Berlusconi a Grillo, Meloni, Salvini e – fino a qualche mese fa – Renzi, il quale non demorde ed è pronto a riprovarci.

Il nuovo Partito voluto da Occhetto, D’Alema e Veltroni si presentò assolutamente irriconoscibile rispetto alla tradizione socialista. Totalmente “occidentalizzato”, si mostrò da subito – secondo gli esperti militari ed economici U.S.A. – più affidabile degli ex–alleati intenti a rigenerarsi dalle ceneri della D.C. Grazie alla felice formula de “L’Ulivo”, la nuova sinistra prese ad essere considerata più seria e responsabile persino di “Forza Italia” di Berlusconi. Attualmente, l’alta finanza che fa capo alla Banca Centrale Europea ritiene il P.D., nato nel 2007, un valido interlocutore da preferire a tutti gli altri soggetti politici esistenti in Italia.

Senonché, nel volgere di pochi anni, il P.D., insediatosi nelle stanze dei bottoni, ha saldamente raccolto il testimone rivelandosi degno erede ed interprete di molti inciuci e vizietti tipici del vecchio potere: dal caso del “Monte dei Paschi di Siena” al “Patto del Nazareno”, vicende che si aggiungono ai tanti sepolcri imbiancati – scoperchiati o da scoperchiare – di cui è piena la cronaca, sia a destra che a sinistra.

In definitiva, gli abusi e i pervertimenti di Tangentopoli non sono affatto finiti, anzi si sono diffusi a macchia d’olio, a dispetto della “preannunciata” e fortemente “voluta” – quasi ubbidendo ad una regia occulta – soppressione dei partiti della Prima Repubblica.

Oggi l’ammorbamento causato dall’illegalità tocca picchi di un’insolenza intollerabile, coinvolgendo settori che fino a qualche decennio fa ne erano colpiti assai marginalmente. Pensiamo, in ambito sportivo, al mondo del calcio: Calciopoli ha rappresentato per gli amanti dello sport ciò che Tangentopoli è stato per la politica, con conseguenze economiche e sociali solo apparentemente meno gravi: l’“azienda calcio” fattura annualmente, in Italia, ricavi da capogiro. Senza considerare le ricadute di Calciopoli – estremamente pesanti specie ai danni dei giovani –, sul piano etico, della lealtà sportiva e del costume. Il cancro neanche in questo caso è stato reciso, e difatti sono sotto gli occhi di tutti – domenica dopo domenica, partita dopo partita – le macroscopiche irregolarità sportive che restano impunite, suscitando l’impotente indignazione dei veri sportivi.

Nonostante siano in corso serrate indagini, oggi nessuno – nel “fu Bel Paese” – oserebbe parlare d’una seconda Tangentopoli, né d’una nuova Calciopoli. I nobili “ideali” d’un tempo sono stati violati, calpestati, distrutti. Di conseguenza, il lavoro dei magistrati è diventato ordinaria routine, volto ad assicurare alla giustizia dei meschini furfanti senza importanza, per quanto i loro rispettabili business raggiungano cifre iperboliche, di gran lunga superiori agli squallidi finanziamenti illeciti dei contabili della Prima Repubblica.

Venuta meno l’antica tensione morale dei Padri Costituenti, anche il loro glorioso impegno politico e i loro ideali, da valutare complessivamente come seri e disinteressati, vengono ora guardati con sospetto e commiserazione: il rischio è che, tra qualche anno, De Gasperi, Saragat, Ingrao, Nenni, Pertini, Spadolini, Iotti, Moro e Berlinguer possano essere dipinti come gli illusi esaltati d’una stagione priva di sbocchi utili e credibili.

Intanto, la stragrande maggioranza dei cittadini, dal semplice uomo della strada agli osservatori d’ultima generazione – guai a chiamarli intellettuali –, appare confusa e rassegnata e, in molti casi, schierata al fianco dei corrotti e propensa a giustificarne i misfatti.

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