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Pensieri nomadi

La poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin

Le mie considerazioni su questo libro saranno frammentarie, per adeguarmi alla struttura stessa del libro che a una immagine esterna monolitica e monografica (Autore, Titolo e Appendice) oppone invece un interno variegato e ricco, una intersezione di testi e voci che emergono prepotentemente dall’indice e che richiedono un approccio slegato da convenzioni accademiche e prassi giornalistiche.

Silvana Serafin, più che autrice di una monografia, infatti, è la discreta anfitriona che invita e si ritrae, apre spiragli che si dimostrano ampie vetrate, dissemina la nostra lettura di indizi e rinvii che ci risulteranno utilissimi non solo per un primo approccio con i testi già editi ‘mediato’ dagli interventi critici della stessa Serafin e di altri studiosi, ma anche per la lettura ‘immediata’ dell’ultimo lavoro della poetessa, qui presentato in anteprima, quell’intergenerico Da traghetto a traghetto per non morire che, inaspettatamente, si apre alla prosa e presenta un interessante contrappunto tra l’ermetismo di versi spesso sincopati e la esegesi prosastica di più ampio respiro.

Il volume è composito: all’editoriale di Daniela Ciani Forza segue un corposo intervento critico di Silvana Serafin, che ripercorre le tappe dell’iter poetico di Maria Luisa Daniele Toffanin soffermandosi sui singoli volumi; seguono poi tre lunghe interviste (della stessa Serafin, di Maurizia Rossella e Pasquale Matrone), e un altro corposo capitolo di interventi, motivazioni di premi e recensioni, da Andrea Zanzotto a Emilia Perassi, che offrono ora uno sguardo d’insieme, ora interventi puntuali su singoli testi.

La parte saggistica termina opportunamente con la accurata bibliografia e sitografia, ma poi l’Appendice ci sorprende con un netto cambio di registro presentando quello che crediamo essere l’ultimo prodotto della poetessa, Da traghetto a traghetto per non morire, che curiosamente compare nella bibliografia come testo autonomo, anche se *Università degli Studi di Salerno con gli stessi riferimenti bibliografici del libro che qui presentiamo. Libro nel libro, è a sua volta corredato da una introduzione e da un epilogo-chiusura della stessa Daniele Toffanin; è composto da quattro sezioni che alternano verso e prosa forse nel tentativo, mi permetto di azzardare, di restituire alle forme di genere i loro originari confini: evocare nei versi, narrare nella prosa. Ma su questo torneremo più avanti.

Dopo queste prime considerazioni sull’oggetto – libro, avvicinandoci alla pagina scritta, possiamo dire che se è vero che l’incipit è il libro stesso, le prime frasi di Silvana Serafin indicano un cammino che ci guida lungo tutto il libro e, quindi, per tutto il mondo poetico di Daniele Toffanin: ‘nomadismo’, ‘migrazioni’, ‘altrove’, sono parole presenti nei primi righi della “Introduzione” e sono quelle che definiscono il processo metaforico cui la poetessa sottopone la sua realtà, cantata in un continuo ‘nomadismo’ affettivo tra la ‘stanza-bassa’ della infanzia e i ‘luoghi dell’anima’ visitati e introiettati tanto da formare un ‘altrove’ poetico che si ammanta dei topoi dei miti classici.

Non è certamente nuovo l’accostamento dell’artista al campo semantico della ‘estraneità’, ma nel caso che ci occupa questo filo rosso diventa dominante ed è la chiave di lettura scelto dalla Serafin per il suo itinerario di lettura, che può diventare anche il nostro. E allora, partendo precisamente dalla linea tracciata dalla Serafin, posso indicare una possibile lettura proprio nella tensione tra la ‘stanza-bassa’1 che è il tempo dell’infanzia, dell’attesa, dello stereotipo femminile dell’accoglienza, della passività, e i ‘luoghi dell’anima’, mete selezionate dal ricordo e tappe fondamentali di una crescita che non è mai fuga ma eterno ritorno su un sé maturato e capace di inglobare e far convivere le diverse tappe, persino la ‘stanza-bassa’ della stanzialità con le mete del viaggiare. La Penelope che intraprende il viaggio non rinnega il tempo dell’attesa, ma lo conserva gelosamente nella stanza-bassa sublimata dal ricordo per costruirvi sopra l’architettura del viaggio, delle tappe e delle mete raggiunte, costituendo nei momenti più ispirati un viaggio circolare che non sprofonda mai nel vagare senza senso e nel rigetto dell’origine che sono propri di certo nomadismo contemporaneo.

1 La ‘stanza-bassa’ è un filo rosso presente in tutto l’arco temporale della sua produzione, la stanza bassa dell’attesa, dell’infanzia, del tempo sereno, ma declinata in modo diverso in rapporto alla sua antitesi, il movimento: nell’ultimo lavoro, ancora inedito, La stanza bassa, sembra prevalere la dimensione della stanzialità rispetto al viaggiare, più vicina, quindi, ai toni e i temi delle prime raccolte, con una lettura tutta al femminile di una Penelope premoderna, come in L’attesa del nostro Natale: «Giorni notti d’aria gelida / nel lento inverno / d’infinita paziente attesa/ tramata d’incontri teneri / di canti poesie bambine / intorno alla focosa argilla, / sempre con promesse a ceste / di colori e sogni a primavera / ché il verde nel silenzio radicato / si conquistava tardo la sua terra». E se tutto sembra svanire, resta la parola poetica, forse, alla fine, l’unico porto sicuro: «Rinnovo così magie d’attese / terra d’approdo / ove sostare insieme / al riparo del ricordo / elevare altari di poesia / sull’orlo del naufragio dei giorni».

A scongiurare questa possibilità, infatti, c’è sempre la Penelope che veglia nella ‘stanza-bassa’, supportata da una natura benevola e prodiga che non le permetterà mai di cedere alle tentazioni dell’altrove. Se questa lettura è appena suggerita nelle opere analizzate da Serafin e dagli altri critici, diventa esplicita nell’ultima silloge, Da traghetto a traghetto per non morire, diario di viaggio in Sicilia in cui il ritorno in luoghi già visitati e cantati nelle opere precedenti ci dà la misura dell’eterno ritorno o, meglio, della circolarità che abbraccia l’origine e la meta, l’attesa e il movimento: non più solo Penelope ma Penelope + Ulisse che ha, nel cuore e nella mente, la doppia tensione, della partenza e del ritorno. E questo testo ha un’altra caratteristica che mi piace sottolineare: la sua duplice valenza metaforica e referenziale, del mito e dell’oggi o, come dicevo poc’anzi, dell’evocare poetico e del narrare prosastico: a volte permangono come sfere autonome ma spesso si combinano proponendo una lettura mitica dell’oggi; e sempre su questo doppio binario si snoda la tematica del viaggio, che nei componimenti migliori coniuga la scoperta di geografie esterne, paesaggistiche e umane, con la scoperta del sé che, da Sterne in poi, dà la cifra del moderno viaggiare. E non mancano gli interrogativi, sintatticamente rivolti all’esterno, ma che quasi sempre tendono a smuovere personali e inespresse inquietudini. Come in Linosa e ali del risveglio intorno: «Ma quale forza a noi ignota / incantesimo d’acqua / calamita di suoni / segreta giostra d’incontri // o uomo isolano, ti lega ti strega / a questa scheggia africana / solo da ali e pinne sfiorata / al confino della vita?» (181).

E possiamo continuare a trarre da Da traghetto a traghetto per non morire alcune citazioni per suffragare tutto quanto, in maniera volutamente frammentaria, ho ipotizzato fino ad ora e che aveva annunciato Silvana Serafin parlando di un «evidente disegno razionale, giocato sul discorso della circolarità, a indicare che solo dal contatto con la purezza delle origini è possibile ricuperare l’antica filosofia del vivere in armonia con quanto ci circonda» (43).

Infatti il viaggio non è mai fuga ma è ritorno in luoghi rassicuranti come in La quiete del pensiero in una cala d’amore: «Mi chiami se l’onda incalza / il vento disancora e disorienta la vela / tu, mio scoglio, con ferme radici  / mi ormeggi per rotte di vita nuova» (207).

A rompere questa armonia interviene la tragedia degli sbarchi sulle coste di Lampedusa, attualizzando il mito come in Vivono uomini: «Ci sono altri uomini ancora / che da amate terre rifiutato il vivere / sospinti da parole di vento – inganno / di caini – nuovi caronti di scafi – // naufragano qui tra gli scogli lucenti / la vita tradita in cimiteri d’acqua» (188).

Ma è solo un attimo, la tragedia appena intravista è come riassorbita nel mito o sprofondata negli abissi. Il mare onnipresente è soprattutto libertà e astorica nostalgia di un tempo-luogo ormai irraggiungibile: è quanto ci dice la prosa di L’uomo del mare che, «in mare aperto, si guarda intorno e non s’interroga: si affida all’onda crestata a festa, al volo dei gabbiani, a lontananze immense e profondi abissi […]. E non ignora i suoi umani limiti e per questo sa aspettare in un tempo che scorre senza ore, senza pressanti appuntamenti. Sapienza dei primordi da rintracciare nei ritmi, nelle leggi dell’acqua, del vento, del sole, sfida al progresso che programma il nostro vivere, ma che in realtà ci tarla dentro con dubbi continui irrisolti, ormai stravolti i principi della filosofia ancestrale » (208).

E qui mi fermo, con questo invito laico alla ricerca di un proprio rasserenante ‘luogo dell’anima’ e alla acquisizione della coscienza dei propri ‘umani limiti’ per non lasciarsi irretire dal mistero o da futili e ingannevoli miraggi.

Bibliografia citata
Serafin, Silvana. Pensieri nomadi. La poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin. Venezia: Studio LT2.2011: 9-228.

Recensione
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