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Voci tra le pieghe dei passi

Ho letto e riletto Voci tra le pieghe dei passi e ora eccomi qua a darti, su tua richiesta, le mie impressioni a caldo. Cerco di essere obbiettivo e sincero, così come esigono, d'altronde, proprio la nostra antica amicizia nonché la reciproca stima. E tu stessa mi solleciti a “fare il cattivo”, in quanto solo con il confronto a viso aperto ci si misura e si hanno riscontri utili senza false compiacenze. Ciò mi costa, lo sai, perché ti voglio bene e da anni nutro viva ammirazione per il tuo lavoro, comunque tento di fare il critico anche con un pizzico di severità.

Questo tuo libro mi ha inevitabilmente ricondotto a circa vent'anni fa, precisamente al 1994 (se non vado errato) quando desti alle stampe Altalena (di voci e pensieri). Pure allora ti cimentasti in un “esperimento polifonico”, una sorta di “oratorio” in cui persone (o personaggi o “maschere”) si alternavano sulla scena ognuna rappresentando un tassello del piccolo mosaico che intendevi ricomporre dipanando il filo della memoria. Ne uscì un quadro delicato, come un acquerello capace di catturare la simpatia e anzi il consenso pieno del pubblico o del lettore, che sentì in qualche modo direttamente chiamato in causa e quasi “interpretato” se stesso in virtù della grazia con cui avevi saputo riprodurre flashes di un tempo ormai perduto. Adesso è come se tu avessi osato impegnarti in un affresco, di ben più grave “peso” e di dimensioni imponenti. Ha centrato perfettamente Paolo Ruffilli a parlare di “ansia profondamente morale” che traspare dai tuoi versi. L'impervia asperità che hai deciso di affrontare si configura in effetti come questione morale, ossia mette in gioco la ragione (o regola) prima e fondante dell'essere umano.

Il termine che noi traduciamo come “morale” è versione della parola greca ethos, il cui significato originale era “dimora”, “sede” (in senso lato, quindi luogo fisico, ma insieme contenitore di valori, di costumi, di princìpi). Il ritorno a questa “sede” primordiale esige una forza evocativa straordinaria, quella che hai saputo profondere con esiti spesso struggenti. E non si trattava solo di rendere testimonianza di un vissuto particolare, bensì di spaziare lo sguardo su orizzonti più ampi e poi frugare “tra le pieghe” e captare “voci”, seguendo i percorsi infidi e toccanti della nostalgia. Dal canto suo, nostalgia è etimologicamente il “dolore per il ritorno”, appunto. Porta in sé sia il desiderio pungente sia il rimpianto malinconico del passato. Tu hai voluto compiere ancora una volta un simile viaggio all'indietro e a questo fine ti sei sottoposta ad uno scavo interiore di evidente sofferenza e lacerazione.

La tua “passione” è tangibile, anche perché ri-cordare (perdona l'ulteriore e pedante riferimento etimologico) significa “rimettere, ricollocare nel cuore”, quindi rinnovare in tutta la loro potenza dirompente momenti e sentimenti che hanno segnato una vita. Tanto pathos lo hai riversato in direzioni diverse, comprendendo famiglia e città, la sfera erotica intima e quella del collettivo travaglio civile e sociale, e ne hai subìto una pressione inevitabile e incancellabile. Tornare oggi ad interrogare e a interrogarsi – verrebbe da dire: spietatamente - su ciò che è stato e necessariamente non è più, riapre ferite, vagheggia impossibili riedizioni di una lontana “età felice”, spinge ad imboccare labirinti senza uscita, produce nuove domande destinate a non avere risposta. In breve, esacerba il tuo patire e il tuo com-patire.

Tutto questo emerge dal tuo libro, ed è apprezzabile il fatto che tu abbia voluto lasciare porti sicuri per avventurarti in alto mare, dove però le burrasche sono più frequenti e insidiose e la navigazione oltremodo rischiosa. Il taglio che hai inteso dare a quest'ultima fatica, quello di un excursus in ottica poetica attraverso mezzo secolo o giù di lì, un periodo di per sé denso di avvenimenti cruciali e di un groviglio di motivi e movimenti epocali, in cui si intrecciano la vicenda personale e la gigantesca macchina (o macina?) della Storia, è impresa da far tremare le vene e i polsi. In questi casi la difficoltà maggiore, a mio parere, risiede nel fatto che nel soggetto (l'autore) c'è un ovvio coinvolgimento emotivo, mentre l'oggetto (il tema preso in esame e i suoi elementi: gli altri, il mondo, i fatti, l'intricata e dinamica rete che lega il tutto, il senso – se c'è – dell'esistenza) dovrebbe essere disegnato con distacco, come da un osservatore esterno e freddo. È ben vero che questo è compito che spetta di norma allo storico, mentre il poeta agisce su di un piano differente. Tuttavia il problema di base resta, ed è forse su questo che hai incontrato gli ostacoli più duri.

L'andamento di qualità poetica di questo libro, a mio sommesso avviso, rassomiglia a quello di un sinusoide, talvolta con la curva che punta risolutamente in alto, qui e là con qualche discesa se non caduta. Ad esempio, certi interventi (pochi, per carità!) attribuiti alla Voce Descrittiva risultano più deboli rispetto al restante contesto, sembrano fungere soltanto da “anelli di congiunzione” nello svolgersi articolato della composizione. Ora, anche gli “anelli di congiunzione” assolvono ad una precisa funzione, ciò non toglie che palesino qui un calo avvertito di timbro nell'ambito della struttura corale dell'opera, che è ragguardevole e pertanto meriterebbe di essere sostenuta adeguatamente in ogni minima parte. Analogamente, al mio “palato” sarebbero riusciti più graditi gli interventi della Voce Concettuale se tu, invece di concepirli ed esporli con una stesura “prosastica”, avessi dato loro una serrata cadenza lirica (come avrebbe giustificato lo spessore di intensa meditazione).

Naturalmente non si tratta mai di cadute nella banalità, il livello medio resta sempre notevole. Ma tu hai – questo mi è parso di intuire dai tuoi libri precedenti e dunque dall'arco di un'attività ormai più che trentennale – delle doti consolidate, tra le quali (cito alla rinfusa) un colpo d'occhio sorprendente per cogliere particolari che sfuggono ai più, un talento innato per il dettato melodioso, un orecchio musicale che non rende stonato alcun verso, una padronanza formale che assicura il migliore equilibrio ai singoli passi e soprattutto all'insieme, una interiore e non comune tensione morale, come si diceva sopra. Inoltre possiedi la qualità che è tipicamente femminile: una concretezza di definizione e di pensiero che caratterizza in genere le scrittrici. In verità, tra le poetesse italiane che oggi riscuotono i maggiori consensi e che io prediligo, tu mi rammenti specialmente Antonella Anedda, anche lei, come te, capace di far versi adottando un vocabolario molto “realistico”, citando cose umili e quotidiane per approdare a riflessioni universali. Per questo è lecito pretendere da te sempre e comunque un “prodotto” senza sbavature!

Se proprio ti interessa saperlo, ti confesso che secondo me il punto più alto finora l'hai toccato con Il tempo diviso, che è di quattro-cinque anni fa. Lì ti sei espressa al meglio secondo le tue capacità, che sono eccellenti e riconosciute, e con una singolare maturità di introspezione e di dizione. Questo Voci tra le pieghe dei passi non è un'opera di transizione, né di minore importanza, sia chiaro. Io lo considero in ogni caso un passaggio significativo lungo un itinerario che già ti ha dato tante soddisfazioni e che, ne sono certo, lungi dall'esaurirsi, ci riserverà ancora succosi frutti.

Recensione
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