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Esorcismo Eretico

Il libro della poesia

“E ancora cavalco le ore / come puledra che non si doma / con la frusta del desiderio / e che senza sperare / eppure ancor desidera.”.

Sono versi tratti da Sto, l’ultima delle nove sezioni di cui si compone Esorcismo eretico: la recente raccolta di Anna Maria Guidi, data alle stampe per i tipi di Book Editore nella collana “Tabula”, curata da Massimo Scrignoli.

Versi ossimorici che coltivano la speranza disattendendola. Si dirà: come è possibile? Come si può ambire, tendere a qualcosa senza agognarla? Domande lecite sul piano prettamente razionale ma che non trovano pari certezza se prese in considerazione sotto l’aspetto poetico e metafisico (etimologicamente: oltre la realtà fenomenica) , ossia non dimostrabile o giustificabile con il solo ricorso alla logica (aristotelica per meglio intenderci).

Già, perché l’ossimoro (dal greco ὀξύς, “acuto”, e μωρός, “stupido”) denota apertamente un contrasto logico e sposta il discorso in un altro ambito, in apparenza privo di fondamento ma, non per questo, mendace e non veritiero.

Torniamo, quindi, al testo preso in esame: la poetessa fiorentina si dichiara indomabile come una puledra selvaggia che non vuole sentire schioccare la frusta, ma è uno scudiscio particolare, addirittura che non fa male, che solitamente spinge al raggiungimento di un auspicabile traguardo.

Ebbene, sta proprio in questa indomita perseveranza che il desiderare senza più sperare, paradossalmente, porta alla luce tutta la concretezza di una volizione effettiva, non sognatrice e priva di fondamento.

Ma – chiediamocelo – dove trova forza ed energia sufficienti questo galoppo a briglia sciolta? Nel dolore, si, nel dolore de Le cadute – come recita il titolo della seconda sezione –. Qui si esplicita in modo inequivocabile la poetica sottesa a tutta l’opera, qui ci sono composizioni nelle quali la Nostra si racconta e ci racconta la sua e la storia di ciascuno di noi: resoconti di resistenze, di crolli, appunto, ma anche di ricostruzioni.

Cara Anna Maria, entro nel tuo libro con estremo pudore, come si ascolta in silenzio la voce di un’anima gemella, e penso ad un sentimento che accomuna i veri poeti: il Dolore. Penso al Dolore di Giuseppe Ungaretti, opera somma della poesia moderna che sto sfogliando come testo a fronte del tuo (dolore) e mi accorgo di ricordarlo perfettamente […] Si, Anna Maria, il dolore come misura estrema dell’uomo, come domanda evangelica di Cristo al padre (Eli, Eli, …).

È l’incipit della toccante lettera di Franco Manescalchi che funge da prefazione (ed è molto di più di essa) alla raccolta. Ho inteso riportarlo perché dà l’esatto segno e la giusta indicazione della strada da seguire per avvicinarsi ad una scrittura e ad un pensiero non facili ma trasudanti, traboccanti di fede vera e vera poesia.

Il ricordato Dolore di Ungaretti nasce da ferite e lacerazioni profondissime, come la perdita immatura dell’adorato figlio Antonietto; non dissimilmente si percepiscono (e, a volte, vengono espressamente nominate) le traumatiche lesioni fisiche oltreché psicologiche di Anna Maria Guidi: si legga – a titolo d’esempio – la lirica di pag. 30, dove “i primari / del lager ospedaliero / obesi d’anni e onori / pecunia e fama /…. / (i) sapienti soloni / che non sanno / eppur tagliano e tolgono / e solo la forbice / usano e impongono…” stanno a testimoniare da quali e quante sofferenze sia stata messa alla prova la sua sopportazione.

Ma si sa: l’ispirazione poetica più alta muove dal dolore molto più probabilmente che dal sollievo e dalla contentezza; forse proprio in virtù di quella comunione che si stabilisce autenticamente tra gli uomini quando gli stessi avvertono la loro fragilità, il bisogno di corrispondere.

Non voglio, però, perdere di vista la caratteristica distintiva di questo poetare, che risiede nella solidità dell’opposizione; è, questa, una poetica della resistenza e dell’insistenza in onore e in nome della vita.

C’è un’accezione del soffrire in sano e completo equilibrio: ovvia, scontata negatività e, meno appariscente e tuttavia reale, intensa positività dalla tribolazione derivante.

“Morbidamente / il sole sale e scioglie / allisciando / gli spigoli del cielo / …. / Ma il pianeta avvespato / non cede il pungiglione / infilzando le sue vittime / come il soldato con la baionetta / il nemico.”: un’epifania che lascia a bocca aperta ed è profezia.

Siamo giunti al dunque, al termine e all’inizio. Esorcismo eretico non è un libro di poesia ma il libro della poesia, della sua insaziabile voglia di gridare al mondo la propria libertà togliendosi di dosso il peso dell’omologazione, della mediocrità: esorcizzandolo, appunto.

Recensione
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