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Se tra parola e silenzio si insinua l'angoscia

Una prima osservazione generale. Pur essendo l'autrice poco più che tretenne, questa sua altra pubblicazione non ha nulla a che vedere non solo col panorama da un po' di tempo nuovamente in ebollizione della cosiddetta «giovane poesia», ma nemmeno con quanto i nuovi «poeti laureati» vanno scrivendo ormai da un pezzo.

È una poesia che si tiene lontana da ogni sperimentalismo, che non desidera schiudersi verso incerti «nuovi orizzonti», che non si situa, insomma, in un ambito di ricerca. Laura Pierdicchi accetta gli usi del linguaggio ereditato, ne lascia intatti i rapporti di significato, semplicemente si serve di essi per esprimere i temi di sempre dell'esistenza umana, come gli uccelli che tanta parte hanno, assieme ai fiori, nelle sue poesie senza porsi problemi si servono della voce per cantare. Poesia dunque, entro certi limiti semplice e «naturale», in cui i momenti di dolcezza, d'inquietudine, di malinconia, di delicatezza e talvolta di contenuto furore, sono sempre sul punto di precipitare nel sentimento d'angoscia che percorre sottilmente tutto il volume.

La prima poesia A noi che siamo, che programmaticamente dà il titolo al libro, ci riporta in un ambito tipicamente ermetico e, più precisamente, ungarettiano (anche per l'affinità di certi temi): estrema limpidezza del verso, essenzialità, ricercato equilibrio tra parola e silenzio che l'avvolge vi compare già il tema dominante e direi quasi ossessivo di tutta la raccolta: Essere nel tempo.

Da qui nasce l'angoscia che, trattenuta a stento, riemerge sempre, soprattutto nei finali. L'esistenza è sentita come un assurdo gioco, alla fine sempre perdente, o una farsa senza senso. ("Se nello spazio | cerco una logica a questo nostro esistere | si sfuma il disegno | e mi scopro nullità | nella grande illusione che ci riveste.") in cui tutto scorre come sotto ad un sipario teatrale, e poi svanisce. La stagione più evocata è infatti l'autunno, e il momento della giornata più descritto è la sera che – si badi bene – non sono ancora l'inverno e la notte, ma indicano quel momento di trapasso in cui, a poco a poco, si spengono le ultime luci.

Esser nel tempo, alla fine, significa essere nulla, poiché la legge del tempo prescrive alle cose di essere per un istante e poi non essere più nulla ("Anche il ricordo ha perso la sua storia | nel tempo | che ci cancella i volti | i sorrisi e i fatti | e tutto quanto era cosa nostra | viva nel piacere | nel dolore nel pianto | di ore sorte dal nulla e morte | nello stesso istante he vivevano...").

Da questo nulla di leopardiana memoria e con aggiornamenti montaliani, non si salva quindi neanche il ricordo, che la memoria non riesce a trattenere.

Che fare allora? Aggrapparsi all'istante e viverlo con la massima intensità possibile. La poesia, paragonata dall'autrice al canto dell'usignolo che s'illude di vivere e di cantare per sempre, s'esaurisce tutta nel fermare sulla carta, nero su bianco, voce nel silenzio, la vita vissuta tra dolci magie e fascinazioni sottili, o sofferta giorno per giorno nello squallore della vita quotidiana (e lo stile allora, da intensamente lirico ed evocativo, si fa discorsivo e a tratti anche crudelmente realistico come in Mi hanno tagliata). Tutto ciò ha dei riscontri precisi sul piano formale.

Il discorso è ordinato paratatticamente e spesso i coordinamenti sono per asindeto, al fine di creare attorno ai singoli enunciati il massimo silenzio possibile, un silenzio che rappresenta proprio «quel nulla eterno» da cui emergono e in cui sprofondano avvenimenti e atti della nostra vita.

Recensione
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