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Voci tra le pieghe dei passi

Laura Pierdicchi, poetessa veneziana, abitante a Mestre, ha al suo attivo collaborazione a riviste e inclusioni in antologie, molti premi, un libro di racconti e dieci opere poetiche alle quali si aggiunge Voci tra le pieghe dei passi. Questa è opera che Paolo Ruffilli, nella prefazione, giudica equilibrata nei contenuti e nello stile; interpreto con estrema sintesi, come un viaggio onirico che si replica in un continuo “io e tu”, i cui ritorni (diciamo nei tempi zero), formano pieghe, perdendo qualcosa; ma che si duplica in un “io se” e in un “io l’altro”, consapevoli del contrasto.

Ritengo utile soffermarmi sulla struttura: l’opera è suddivisa in tre sezioni e i versi e i brani in prosa sono senza titoli, le stesse parti sono semplicemente denominate 1°, 2° e 3° Tempo, introdotte da una citazione (rispettivamente di Antonia Pozzi – Venezia, Giorgi Caproni – A Rina, Andrea Zanzotto, - Conglomerati – Fu Marghera?). In ciascuna sezione si alternano quattro voci (oggettive e soggettive; la concettuale, la descrittiva, la femminile che nel primo tempo è rappresentata da quella materna; la voce paterna che viene sostituita da quella sociale nel 3° tempo). L’Autrice precisa di avere differenziato con caratteri grafici queste voci. Inutile precisare che l’humus percepito è quello ambientale di Venezia, che si riflette in quello interiore.

Laura Pierdicchi osserva l’umanità più disparata: ascolta le disperate voci di guerra, osserva come i figli si siano trasformati in assassini; sente l’aria fredda sul viso, l’acqua ghiacciata della laguna. Ma le Voci tra le pieghe dei passi, si mischiano alla luce del sole, ai volteggi dei colombi, all’amore della figlia, nella quale si riflette, tornando ella stessa bambina. Oggi come ieri, si assiste ai tavolini del bar e all’aroma di caffè, gli spazzini che raccolgono ogni rifiuto, le strade fatte con le pietre d’Istria. Credo che l’invito sia ascoltare ciò che avviene intorno, sorridere senza rinunciare ai sogni e senza perdere il senso della realtà: “Mi sdoppio in continua alternanza.” (pag.35)

Tra un tempo e l’altro si inseriscono la nostalgia dei luoghi amati e le lacrime trattenute in Canal Grande. Prendendomi una libertà, mi immagino la genuinità dei rapporti umani degli anni Cinquanta, la generosità e il saluto spontanei, la bellezza della natura, che di per sé dettava la sua poesia: “La mia dimensione / è figlia d’immense distese / dove un saluto si perde / tra i rami intrecciati / scherza col vento / oltrepassa il ruscello / ed arriva sincero / a chi vuole ascoltarlo.” (51). L’acqua che penetra il suolo è come seme della fecondazione, mentre un muretto viene abbracciato da “La violacciocca impazzita.” (59), ma non si rispecchia negli occhi dell’altro; e si ritrova in un ossimoro nel “rintronante silenzio. / Venezia è intristita.” (65).

Il tempo perduto non si può recuperare. “Tra le pieghe- viscido / ogni tanto s’insinua il dubbio / rotto equilibrio.”. (72) L’indefinito demolisce ogni certezza; il proprio sentire si rispecchia nella visione delle alghe marce attaccate ai gradini. Lei si porta dentro la sua vita di affetti, ma adesso si sente vuota. Descrive Venezia deturpata dalle scritte sui muri e in chiusura l’ultima quartina commenta: “Venezia tramonta austera. / E’ una vecchia signora / che si lascia addobbare / per fingere di non sapere.”. La vita non è lineare e questa consapevolezza, forse, vale l’incoraggiamento di continuare i propri passi, nonostante l’alta e bassa marea.

Laura Pierdicchi si trova di fronte a tanti specchi. Prendendo a prestito le parole di Ruffilli, mi pare che se la Poetessa è “l’io sé”, allora le altre immagini (o le altre voci) sono da intendersi “L’io l’altro”; ma se le immagini sono quelle di un solo specchio in frantumi, allora le varie voci sono un “io e tu” deformati, riconducibili all’unità. Le voci sono naturalmente sempre le sue, ma per poterle distinguere, volta per volta, si richiede uno sforzo non indifferente al lettore, il che può ingenerare confusione dei ruoli. Forse tale confusione era messa in conto dall’Autrice, poiché “Per sopravvivere s’impara a fingere con la coscienza e l’’innocenza arretra nel ricordo.”. (63).

Recensione
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