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Le parole non dette

Con “Le parole non dette” Villucci licenzia la sua XII raccolta di versi e noi, ancora una volta, veniamo colpiti dalla luminosità e dalla essenzialità della sua visione poetica: “ Dopo questa ventata di piovasco  / risale la chiaria ad occidente  / lungo il verde delle valli.  / La nebbia si dirada oltre le siepi.  / E noi a rimirare il cielo  / e le stelle di Dio  / nella notte argentata  / sopra di noi distesa”. “Dai balconi aperti sulla strada  / una cantilena discende per un bimbo. / Se ne sta il vecchio su una panca / con il guaito d’un cane / in cerca di carezze e di cibo”. E tra bagliori di luce e realistiche visioni scorre il filo della vita che, incrociando l’ordito dell’essere, tesse la tela dell’esistere, che in Villucci si manifesta come alba e tramonto, sorriso e lieve malinconia, mai pianto o disperazione.

La fiamma della fede arde nel corpo della parola poetica del poeta e avvolge la mente del lettore che si sente trasportato in uno spazio di serenità e di colloquialità col creato: “Arde il ceppo crepitando di scintille / mentre i vecchi stanno in cerchi di parole. / Traboccano i ricordi / tramati d’immagini degli avi / fissati alla dispensa. / L’uggiolio dei cani graffia il silenzio / e il sussurro di preghiere / sulle labbra della nonna / si leva al rintocco dell’Angelus”.

Nel recensire la precedente raccolta “Parole d’azzurro” scrivevo che “come le traversie del giorno trovano soluzione nella quiete del focolare, le angosce del vivere si arenano sulle sponde della fede.

Il reale, l’avventura dell’esserci e il suo metamorfico rivelarsi, costituiscono le fondamenta su cui il poeta costruisce il suo canto, pone le colonne per innalzare il ponte che lega il presente al passato, il terreno al celeste, l’umano al divino” e continuavo : l’immanente del quotidiano si insinua nella trascendenza della fede che avvolge le dissonanze, le imperfezioni e le debolezze dell’umana avventura e le solleva nella serena pace del focolare , luogo del riposo e della preghiera al tepore della fiamma che allevia le sofferenze del giorno e predispone alla religiosa attesa della morte, ventre fecondo e soglia di una nuova vita”. Con questa nuova raccolta Villucci riconferma che il suo canto è un flusso continuo che di onda in onda si amplifica e invade i sentieri del terreno e gli orizzonti del celeste, solleva l’anima, sonda l’universo e prospetta l’eterno: “Stava la Vergine / nel cerchio argenteo della luna. / Il vento veleggiando tra le vesti leggere / ne discopriva le grazie delle forme. / Un azzurro di ghirlande tra le chiome / la rendeva più che una dea: / fiore di giovinezza / che rese smarrita anche la morte.” (Stava la Vergine) e raggiunge una commossa e intima religiosità in La nonna muoveva i suoi passi malfermi “Invisibile, dall’alba al serale, / era al suo fianco l’Angelo Gabriele / sua guida nelle orazioni / nello scambio di parole di pace / nell’Agape dell’Eucarestia, / preludio al perdono di Dio. / Con la pace dei Santi nel cuore / riprendeva il cammino di casa / tra lo sciamare dell’Angelo / alla Casa di Dio” Forse perché anch’io da ragazzo “ andavo nel verde a caccia di grilli e di ramarri” e “Quando il pomeriggio dardeggiava / correvo dietro le bisce fienaiole / e le bloccavo col cappio. / Rattenevo le lucciole  / nel colmo della mano / per farle sciamare all’improvviso / in barbagli di luce. / Tornavo a casa / al calar della sera / con le ginocchia e i calzoni sdruciti / ma lieto nel cuore” (Andavo nel verde a caccia di grilli e di ramarri) amo la poesia di Marcello Villucci, ne sento la musica lieve e profonda come un adagio di Bedrich Smatana nella sinfonia Ma Vlast, ne avverto il profumo dei campi, il sussurro delle foglie, il gonfiare del seme nella zolla prima di aprirsi alla luce e farsi germoglio.

E vorrei concludere con le parole di Sandro Gros-Pietro: “ Si compone così una corrispondenza tra la carne e lo spirito, la storia e la metastoria, la ragione e il mistero, l’incertezza e la fede, il dubbio e la verità, senza che per altro sia possibile pronunciare una parola definitiva usando il linguaggio della corrosività dei dubbi inventato dagli uomini, ma anche sempre tenendo aperta una sponda di approdo delle “parole non dette”, quelle che gli uomini non sanno pronunciare perché si collocano al di là dell’umano, del troppo umano, che ci trattiene nei nostri confini ansiosi e assetati di terrestrità.”

Caselette 20-12-013

Recensione
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