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L’onda dell’esistere nel mare mosso della scrittura di Liana De Luca

Continua è l’onda poetica di Liana De Luca. Essa percorre i mari infiniti della parola, corre, si ferma, acquista nuova possanza, più piena significanza. Si piega su se stessa, ritrova gli antichi suoni, le più remote radici, germoglia cresce, svetta, s’ingravida per partorire nuovi fiori, più gustosi frutti e farceli gustare, sparge abbondanti semi, frattali minutissimi uguali a se stessi e all’infinito Tutto da cui discendono per riportarne una memoria, un infinitesimale segno, una traccia che ad esso ci riporti. Si guarda dentro la De Luca, apre le porte del suo essere, sorride, alza il sipario dell’umana scena dove un solo attore recita la vita. È il poeta che racconta la sua storia e parla del mondo, prende parole nei fondali della sua anima e le regala al pubblico perché ne apprezzi la magnificenza, se ne impossessi e le offra agli altri. Ogni opera ci trasmette la capacità e la sapienza inventiva della De Luca, il suo continuo rinnovarsi e trasformarsi partendo ab inizio, dal concepimento della parola nei profondi gorghi del pensiero, come l’onda appunto, che cresce, s’innalza, si espande salendo dai tenebrosi abissi marini, sempre uguale a se stessa, sempre diversa, sempre assetata di luce.

Le varie raccolte servono all’autrice a scandire il ritmo inventivo senza nulla togliere all’unità creativa che dal caldo pulsare della mente passa all’ondeggiante linea d’inchiostro che trova significanza e si esprime, nella versatilità della forma e del linguaggio, nell’adeguarsi alle esigenze scritturali tese a cogliere i giochi dello spirito poetico, nella complicata tela dell’esistere e, per rendere più interessante il gioco e muoversi più agevolmente negli spazi creativi, la De Luca sale sui trampoli di puri geni dell’arte, coniuga il genio del segno sillabico e il genio del segno pittorico e lascia che il segno musicale emani dallo scorrere dei versi e dal vibrare della parola.

Così ampia è l'opera di Liana De Luca, così densa la sua scrittura che si corre il rischio, scrivendone, di perdersi, di restare imprigionati in quella fitta rete con cui la poetessa pesca e mette alla luce la sostanza del suo poetare, sostanza costituita da intuiti, percezioni di mondi nascosti, da richiami, rimandi, luminosi paesaggi della natura e delicati, acquarellàti, paesaggi dell'anima, il tutto amalgamato da una intelligenza vigile, non invadente, che depone memoria, malinconia, speranza, sentimento del tempo e consapevolezza della sua fugacità, gioco dell'esistere con le sue perdite, le sue assenze e le sue attese, le sue onde d'amore, sul volto sorridente dell'ironia e li avvolge nella luce della poesia. Questo per dire che non si può entrare nel mondo della De Luca senza aver attraversato tutte le opere, perché esse sono come un susseguirsi di stanze che annunciano e conducono alla stanza allestita per ultima dove arrivano gli echi di tutto ciò che la precede, mette in mostra e fa brillare i nuovissimi arredi, frutto di una mente poetica sempre ricca di quel fuoco creativo di cui la scrittura di Liana De Luca si nutre. Scorrono sul nastro della nostra memoria i titoli delle sue opere poetiche: VIII casa, Il cuore disadattato, Che senso ha, Graffiti, Luoghi e tempi, Mediterranee, Unica Madre, La figlia dell’Olandese volante, Il posto delle ciliège, Ragazze & Vecchiette, Okeanòs, La Grata, Della buona ventura. E non si può neppure ignorare le origini della De Luca, né quel viaggio umano e sentimentale che la porta, per uno strano disegno del destino dalle amate sponde illiriche, dalla dolce Zara, ai duri contrafforti dei monti Orobici e alla sua II patria Bergamo, per poi procedere, sempre seguendo una vena d'acqua, dal Serio al Po, nell'aristocratica e un po' fredda, III patria,Torino. E mentre il complesso gioco dell'esistere la tiene lontana dal suo mare, questo rimane imprigionato nel suo sguardo, nella sua voce, colma il vuoto della pausa tra la sistole e la diastole del suo cuore. Il mare che la poetessa si porta dentro non è mai burrascoso, la sua onda non imperversa, non distrugge,è un'onda sorniona, civettuola, avvolgente, sorridente che nella costanza del suo ritmo mostra il variare delle forme, il mutare dell'esistere. La poesia " Cantico marino", in Okeanos, a mio parere, è la soglia che apre e introduce nel mondo poetico della De Luca che, riconoscente, ringrazia il mare definendolo protettivo, fertile, umido utero e quindi madre originaria, ma anche grembo in cui si desidera ritornare per chiudere il ciclo dell'esistere e aprirsi all'infinità dell'Essere che fa capolino nel III verso " il vento profumato di aromi lontani", dove c'è una proiezione dell'anima nel tempo immisurabile e non manca il sorriso ironico appena accennato nell'ultimo verso: "perché, forse, ho imparato l'ars moriendi". Il mare si sostanzia nel canto e lo pervade come moto, suono, luce, come energia della natura, prima di trasformarsi da elemento materiale a gioco del pensiero per farsi quindi anima. Perché il canto della De Luca ha la caratteristica del volo: parte da un luogo della natura, ne supera l'orizzonte per inoltrarsi nei cieli della mente e librarsi poi verso i più vasti spazi dell'anima. E questo movimento ascensionale è presente in tutta la sua produzione poetica per cui sentiamo vibrare ora la corda della natura, ora quella del pensiero, ora la corda dell'anima. La De Luca è una creatura acquatica: " e più che sempre mi conforta il mare/ che scorre nelle vene come sangue/ e regola le valvole del cuore" (Okeanos, La traccia, 76) per cui flusso e riflusso, sistole e diastole si confondono e, se la poesia ha un suo genio, possiamo affermare che il genio del pensiero poetante della Nostra è il mare: " Ma dal profondo una forza si eleva/ e mi sostiene con delicatezza/ al giro della vita e mi protegge/ la sicurezza dei movimenti. // E sono ancora mitica sirena/ che richiama col canto del silenzio/ le creature del mare e del cielo."(La sirena, 33). Da sempre c'è una corrispondenza tra la poetessa e l'azzurrità equorea, c'è una reciproca identificazione perché mentre l'onda s'identifica nello spirito libero, irrequieto, che si amplifica in orizzonti di spazi e tempi infiniti, la poetessa s'immedesima nell'assoluta luminosità, vastità, imprevedibilità del mare e in quel continuo mutare che resta sempre se stesso: " esser vasto e diverso/ e insieme fisso (Montale). Anche la struttura scritturale della De Luca si piega sull'immensa bibbia marina, apre il libro oceanico per prendere musicalità e voce dalla profonda gola sonora che dai liquidi abissi sale alla superficie per cantare al cielo, in un perenne alternarsi di distesa preghiera e moderata ribellione, il salmo alla vita e con l'onda ritmica lega sillaba a sillaba, parola a parola per cui il verso si distende su questo ritmo, ne vibra nel suo intimo, s'ingravida del segno primordiale per generare nuove sillabe, nuovi suoni, nuovi versi che si allargano e si armonizzano nella composta vastità della sinfonia. A questo punto non c'è bisogno della conta sillabica, della rima o dell'assonanza perché si crei l'architettura dei versi che sostengono il corpo poetico, infatti la composizione trova sostanza nell'energia sonora che la impregna e nella vis semantica della parola che la pronuncia, quella parola nutrita di linfa esistenziale: la storia umana nel guscio o biblioteca dell'avventura culturale: epica, lirica, pittorica ecc. Ma ricca è la fucina della De Luca di validi mezzi espressivi per cui a lei è facile trovare soluzioni diverse e sempre efficaci: " I miei due mari" e " Tsunami", il sonetto che chiude la raccolta Okeanòs, ne sono la prova e al lettore non resta che meravigliarsi, gustare la polpa del frutto poetico e approvare. Non sfugge all'occhio attento come la poetessa si adopri, attraverso il gioco lessicale, in un turbinio di metafore, analogie, sinestesie, richiami, accumulazioni, similitudini, a liberare l'umana stirpe dal peso della materia e a porla sull'aperta scenografia della spiaggia tra terra e mare, tra terra e cielo, con la terra che fa da sfondo, luogo del passato, corpo in disfacimento nella lontananza del tempo e dello spazio e il mare che si offre allo sguardo, mostra l'eterno rinnovarsi del suo volto, il perenne perdersi e rinascere, rispecchia nell'onda che s'increspa e s'illumina nell'evanescenza della schiuma, puro segno d'inconsistenza destinato a estinguersi nei pori della sabbia, nell'abbraccio dello scoglio, la precarietà dell'esistere; infine il cielo a chiudere il cerchio, la compiutezza del segno, a indicare alla mente la via del sublime, il sentiero che, lasciata la notte, conduce all'eterno. In questo composito gioco la De Luca denuda le sue figure, ne fa personaggi, senza maschera, della scena del mondo, ognuno legato a un'attesa, una memoria, una mancanza e che si muove in un presente oscillante sopra il vuoto fra le sponde del nostro tempo: passato e futuro, il misurabile inesistente. Costante presenza è inoltre lo sguardo ironico, a volte sornione, a volte tagliente e sfacciato da trasformarsi in affilata lama satirica o, più frequentemente sarcastica. La De Luca ci ha abituati da sempre al sorriso ironico e benevolo, ai rapidi tocchi di fioretto di una satira agro-dolce, ma sempre incisiva", e sono in molti a cogliere questa propensione all'ironia della De Luca: da Giuliano Gramigna a Elio Gioanola, da Vittoriano Esposito a Lionello Sozzi, da Elio Andriuoli a Bárberi Squarotti. Quest’ultimo, nella Storia della civiltà letteraria italiana, scrive, parlando dei personaggi che affollano l'opera della Nostra: "Ne sono venuti fuori ritratti condotti con molta abilità e intelligenza fra ironia, parodia, comprensione, compassione, partecipazione affettuosa e cordiale". Perché questa mia insistenza sull'ironia nella poesia di Liana? Perche se il mare esprime, anzi è il genio della poesia della De Luca, il genio nello sguardo dell'anima, l'ironia è il genio nella luce del pensiero che ne illumina tutta la scrittura. L’intelligenza poetica raggiunge, nelle varie raccolte, un perfetto equilibrio tra gioco della fantasia, fughe della memoria letteraria, storica e fiabesca, illuminazione ironica e virtuosismo retorico. Di questo equilibrio la musicalità del verso è ornamento pregevole e necessario. La poetessa entra nella biblioteca dell’umanità e, alla luce ora di una suggestione mitica, ora dell’invenzione fantastica, apre libri carichi di polvere e di tempo, ne estrae i personaggi da lei amati, amorevolmente li denuda e ce li presenta senza, tuttavia, toglierli dalla cripta dove la vita (o la morte?) li ha posti. La De Luca, con fare sornione, esce dal tempo scorrevole dell’esistere e si porta al centro di una sfera dove è il tempo immobile del ricordo e, in questa immobilità, scatena un fantasmagorico vortice di oggetti, voci volti. Così negli occhi stupefatti del lettore cadono: “I rami secchi degli alberi/ fioriti di passeri”;”La mite sposa di Quinto Cedicio”e la “La matrona esperta di prezzemolo”; “La schiava della regina Cleopatra” e “ La bambola di Tryphaena Crepereia” e “fatati anelli, cavalli alati” e streghe, innamorati poeti, sirene, esseri metagalattici sino a “La fanciulla che danza Guantanamera”e “La castellana pallida dei ogni” specchio dove si riflette il volto sorridente e melanconico della poetessa alla fine del suo meraviglioso ricamo poetico. La poetessa, nel presentarci i suoi personaggi, parte sempre da una figura secondaria, posta alla periferia dello spazio mnemonico, questo le consente di poter accendere sui volti, chiusi nell’austera nobiltà della fama, la luce giocosa dell’ironia, distogliendo i suoi eroi,solo per un attimo, dal superbo erigersi nell’immortalità e calandoli nella semplice umanità del quotidiano. Nella raccolta“Il posto delle ciliège” dedicata alla madre,la poetessa si pone di fronte alla morte per riflettere sulla vita. Non le sfugge il mutare delle cose mentre l’esistere galleggia, nell’indifferenza del tempo, nel liquame della putrefazione e nella linfa della germogliazione. Con sarcasmo, superando l’ironia, l’autrice evidenzia il contrasto tra una civiltà dove la fede sosteneva il pensiero e lo scorrere della vita era proiettato nell’attesa della morte quale momento sacro, carico di sentimento religioso, e una civiltà dove “il Dio è morto”, l’uomo è preso nel vortice di una esistenza senza legame tra passato e futuro, prigioniera di un precipitoso presente che si sostanzia nel continuo dissolversi del corpo e nel pagano sentimento di paura di fronte al Nulla. Quando l’anima si piega al dolore la poesia si fa da parte schiacciata dall’angoscia in cui l’uomo è precipitato da quando ha ucciso Dio e si è aperto alla disperazione, alla kirkegaardiana “malattia mortale”. Prostrata sul silenzio della tomba riflette sul Tutto e sul Nulla e vede l’umanità ora abbandonarsi a orge dionisiache per inneggiare alla vita, ora arrendersi al vuoto che la circonda, ma al di fuori della sintesi tra gli estremi e quindi fuori dalla luce del divino. Il rifiuto di questa umana pazzia e la consapevolezza di un uomo succube, in narcisistico atteggiamento, di una materia in disfacimento, danno alla scrittura della De Luca una forza sarcastica caustica e vibrante.

Per nulla da trascurare la sua opera in prosa e la sua attività nel campo della critica letteraria e non solo. Per la prosa ricordiamo i racconti La sposa”, “Storia di Pia”, “Controfiabee il romanzo La magnifica desolazioneesempi di una scrittura vivace, vigile e testimone di un linguaggio che porta nella sua essenza la memoria di una vastissima epoca letteraria, i fermenti dell’età moderna, le vibrazioni del presente proiettate nel futuro.

Significativa e altrettanto qualificata è l’attività come critico. In Itinerari dannunziani”, raccolta di notizie sulla vita e sull’opera di Gabriele D’Annunzio, ci presenta un personaggio inedito “ormai relegato nella reggia/prigione del Vittoriale” o, come lui lo chiamava “ Il chiuso giardino”.

Un D’Annunzio lontano dai clamori del mondo,dagli amori impulsivi e passionali, dal vortice della guerra. La De Luca, con squisita maestria, con una scrittura scorrevole e chiara, senza cadere nell’aneddotica o perdersi nei meandri del saggio critico, evitando di scivolare nel fluire impetuoso di una biografia che ha la forza di un fiume in piena e il respiro del vento delle vette, ci fa rivivere il mondo, gli amori, gli atti eroici di cui si nutrì la scrittura poetica dell’Immaginifico. La bravura dell’autrice sta nell’aver saputo tracciare, con poche ma essenziali linee, non solo la figura del “Vate”, ma quella di Eleonora Duse, “la grande ispiratrice” e quella nobile e complessa di Alessandra di Rudinì, prima schiava del suo essere femmina che tutto dà e tutto vuole, poi ascetica da votarsi, nel corpo e nello spirito, al servizio di Dio.

Infine lo sbarco del “Comandante” a Zara dopo aver conquistato Fiume. Qui ci sorprende un indugiare, un raccontare, assaporare le parole del “poeta eroe”, perché attraverso queste, la De Luca, moderno esule, rivede la città natale, ne sente le voci, ne ascolta il respiro e, nella luce della memoria, guarda scorrere il Duomo, l’Arco romano, Porta marina, il San Grisogono, Riva Vecchia e, sullo sfondo, la Dalmazia tutta, la cara illirica terra.

Con Donne di carta”, “Uomini di penna e ScrittoioLiana De Luca costruisce una sua prima figura geometrica: il triangolo, che ne prefigura una seconda: il quadrato il quale, a sua volta, prefigura il cerchio, che non sarà comunque opera definitoria, come la chiusa rotondità potrebbe suggerire, perché il cerchio prefigura la raggiera, già annunciata dalle “Occasioni che compongono la 3° sezione di questi tre primi volumi di saggi e altre curiosità artistiche e non. La scrittrice, quindi, ha dinanzi a sé un campo geometrico infinito dove la sua perizia scritturale potrà evolversi e acquisire spazi sempre più vasti per la sua gioia creativa e per il nostro desiderio di sempre più apprendere.

Non ci deve, però, sfuggire il particolare che il primo concluso triangolo racchiuda altri tre triangoli: le tre sezioni che compongono le tre raccolte saggistiche, ( non è che la De Luca giochi con la cabala del tre come Saba? ).

A questo punto ci si deve chiedere cosa ci riservi l’intelligenza organizzativa

Della nostra autrice. Si potrebbero prevedere successive amplificazioni in eventuali frattali. Aggirandosi fra le geometriche composizioni deluchiane si staglia chiaro nella mente la figura con cui Leonardo da Vinci descrive le proporzioni e l’armonia del corpo umano, ma mentre il genio leonardesco esalta il perfetto gioco creativo della natura e di Dio che la governa, la De Luca traccia le linee di un vivace gioco del pensiero che indaga la creatività e l’armonia nell’arte. Leggere queste opere è come entrare in un salotto letterario del buon tempo andato, quando una donna bella, colta e raffinata introduceva il nuovo ospite presentandolo a pittori e musicisti, scultori e poeti.

Così balzano sullo schermo della memoria nomi che hanno acquisito il suono del mito: Aspasia, intorno a cui si svolse la vita politica e culturale ateniese del V secolo a.c; Madame de Staël, orbita di attrazione degli artisti romantici, Isabella Teotochi Albrizzi, Clara Maffei, Maria Bellonci che, in varie epoche, periodi storici e luoghi, tennero a battesimo e radunarono intorno a loro i più significativi nomi dell’arte e della cultura. La stessa De Luca, tramite il Cenacolo Orobico, raccoglieva intorno a sé, negli anni sessanta, i migliori rappresentanti della cultura bergamasca. In questi luoghi dell’arte, quali sono le tre opere della Nostra, si muovono e occupano la scena creature femminili e maschili che hanno segnato il mondo delle lettere e delle arti. L’autrice, con sapiente maestria, libera dalla patina del tempo il personaggio, ne traccia i tratti più significativi e li pone sotto la luce del suo sguardo un po’ giudicante, ma soprattutto innamorato. Il modo di raccontarci i personaggi è seducente, fatto da improvvisi squarci critici e da rapide, ma discrete incursioni nella loro vita privata. Concludo sottolineando come il veliero sillabico di Liana De Luca ormai da tempo navighi nel vasto okeanòs delle parole e volga decisamente la prua verso gli alti porti della letteratura col suo prezioso carico di fulgida scrittura.

Caselette 07-05-2011

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