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Un sogno che sosta

L’Orecchio di Dioniso

Un canto a volo di rondine
tra terra e cielo, tra terra e mare,
sulle strade dell’umano andare.

Vorrei iniziare questo mio guardare da orizzonte a orizzonte, da stagione a stagione, la scrittura poetica di Gianni Rescigno, con le parole dell’editore, ma anche critico e scrittore, Sandro Gros-Pietro, scritte sulla copertina dell’ultima, per adesso, raccolta “Un sogno che sosta” (2014): “Quanta acqua è passata sotto i ponti che egli ha architettato per unire i paesaggi del Meridione, le persone amate, gli incantamenti panici per la bellezza del creato, le infiammate d’impegno civile e le mille altre istanze di vita e di sogno, testimoniata nella congerie dei versi. Quanto vento e quanta acqua!”.

L’acqua e il vento del nostro passare lungo le strade del tempo, quel tempo che scorre tra il primo vagito e il rantolo della fine. Da quando le palpebre si sollevano sulle onde dell’esserci a quando si abbassano nell’attraversamento del ponte ultimo, tra tempo e tempo, per il salto nel regno che sognammo luminoso o paventammo buio e vuoto, quando la pupilla spaziava nelle infinite pianure dell’anima: il regno della luce perenne o si restringeva nel pianto del morire.

Ho incontrato la poesia di Gianni Rescigno nell’ormai lontano 1987 quando pubblicò, con la Genesi Editrice, “Tutto e niente“. Fui conquistato dalla scrittura limpida e profonda, dal verso ampio e sonoro. In quel tempo non scrivevo recensioni, perché impegnato nel mio lavoro di medico pediatra, ma a mo’ di commento scrissi alcuni versi che, rileggendoli, mi sembrano appropriati e quindi, umilmente, li riporto:

“Una strada certa / per sicuri passi / verso il centro del cerchio / che nel cosmo ruota. /Non a tutti è permesso / avere occhi di luce, / ma il poeta vede nella notte”.

E da composizione a composizione, da raccolta a raccolta, Rescigno ha continuato a illuminarmi il cuore e l’anima, il pensiero e il sogno con la sua poesia.

Aveva già pubblicato tra il 1969 e il 1985 altre quattro raccolte in versi e un romanzo breve: Storia di Nanni”. Non ho avuto la possibilità di leggerle, ma sarebbe stato importante, nello scrivere queste note, conoscere il percorso scritturale dell’autore in tutto il suo evolversi. La mia spontanea ammirazione per il canto poetico di Rescigno trovava conferma nella dotta e profonda prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti che, nel sottolineare alcuni versi dell’ultimo testo della raccolta, “Fino alla meraviglia”, scrive: “La meraviglia dello spazio è proprio la sigla conclusivamente più efficace per significare che cosa è la poesia di Rescigno, oggi:l’infinito dilatarsi dell’anima nello spazio della contemplazione del cielo e delle opere di Dio, e la meraviglia che ne deriva, e che comprende anche lo stupore trepido di fronte a un vento o a una pioggia, a una luce o a un profumo, a un sogno o a un volo, a una vigna o al calar della sera o a una memoria d’amore non perduto, ma proprio nella parola conservato intatto nella sua fragilità e nel suo tremore”.

Affascinato dal canto chiaro e alto, denso e vasto, scrivevo, nel recensire la raccolta del 2003 “Dove il sole brucia le vigne” : “se la parola poetica è la parola ascoltata, Gianni Rescigno è il poeta che, seduto al centro della sua "dimora" fatta di cielo e terra, di luce e ombre, di attesa e perdita, ascolta la parola pronunciata nel silenzio della pausa tra urlo e urlo, tra solco e solco, tra muro e muro, tra corsa e corsa, tra vuoto e vuoto e alza un canto che, come il respiro del tempo, avvolge e inonda spirito e corpo. Canto elegiaco che, attraverso un sottile gioco della memoria, atto a sottrarre il passato alle nebbie dell'oblio per immergerlo, come fa Kavafis con l'oggetto del suo dire poetico che nella trasfigurazione del ricordare gli dà purezza e calore, in un presente che in quel passato trova energia e sostanza per superare le lacerazioni dell'esistere,si riappropria di uno spazio bucolico dove la natura e gli affetti familiari, mentre costituiscono, in quanto assenza, uno dei due poli dello spaesamento dell'uomo moderno, colmano, in quanto ritorno di cose amate, il vuoto di un'ansia proiettata verso una mancanza di percezione dell'Essere e quindi verso un nulla che provoca smarrimento. La poesia di Rescigno restituendoci la magnificenza del sorgere del sole, la maestosità di un cielo stellato, la delicatezza della luce lunare, il sereno estendersi della campagna, lo scorrere delle stagioni col fuoco dell'estate e il gelo dell'inverno, il germogliare delle piante e la caduta delle foglie, "i fiumi di profumi" e l' "aria di resina" intrecciati a fugace sguardo di donna, a sussurri di preghiera, a voli di rondine, a canti, a sudore, a sogni e disincanti, ci toglie dal turbine disorientante del progresso, dal caos delle luci psichedeliche dell'apparire e ci consegna un’ àncora per fermarci e riflettere sul complicato nodo del vivere e sull'incerto cammino che si snoda, con gioia e dolori, illusioni e delusioni, cadute e riprese, fra le sponde del nascere e morire”.

Nella successiva raccolta, “Io e la signora del tempo” (2004), la poesia di Rescigno si amplifica, acquista nuovo vigore, alza il suo canto fra le navate della religiosità e lo fa correre tra la terra e il cielo. Il poeta innalza la madre terrena, la madre nel cui ventre si perpetua il miracolo della creazione, la madre premurosa che c'introduce nella strada dell'esistere e su questa strada ci segue e ci guida sino alla consunzione dei suoi giorni e, attraverso la memoria, sino alla conclusione del nostro cammino, la madre sempre in ansia per il possibile distacco o per l'improbabile ritorno che nella tribolazione e nella dedizione consuma la sua età, che ama e desidera amore, per quel limite che la natura, nel suo essere relativo, pone ad ogni creatura nell'esprimere l'Assoluto, la innalza, dicevo, per porla a fianco della Madre Celeste che ama, nell'infinita assolutezza del suo amore, l'imperfezione del nostro essere, come ama il Padre-Figlio che nel ventre di lei-donna si corrompe per farsi carne e uomo che soffre e attraverso la sofferenza redime e avvia sulla strada della salvezza tutta l'umanità. In Rescigno le due madri a volte si confondono in una figura che il pensiero poetante pone in uno spazio limite tra il precario e l'eterno: "bianca di capelli", " le unghie consunte di lisciva / nel bucato di cenere", " le stanche movenze delle braccia" " Perdona Signora del tempo / che non conosci tempo, / perdona se con il viso t'ho sfiorato / il ventre, custode e testimone, / prova d'incontro tra Spirito / e carne di dolore" ; più spesso è la Signora del tempo che domina la scena e il poeta, su cui convergono le debolezze, le incertezze, la cattiveria e l'orgoglio, la miseria e le angosce del quotidiano, ma anche la pazienza dell'attesa, il desiderio del ritorno, la speranza e la gioia dell'accoglienza, eterno Figliol-Prodigo tra ribellione e obbedienza, si fa voce che confessa la sua debolezza e chiede perdono, chiede aiuto, invoca che gli venga dato sguardo chiaro " perche senza fatica possa leggere / la Scrittura del Silenzio / sospesa tra stella e stella / e che tuona per bocca della pioggia".

Sempre presente è il sentimento dell'abbandono e della distanza di Dio, che Rescigno, pur avvolto nel mantello di grazia e di protezione che la Signora offre a ciascuno di noi, avverte e patisce per cui, come ogni credente, si rivolge alla Madre Universale perché interceda, colmi la distanza, renda più visibile, alla miopia dell'uomo, la consistenza di Dio, luce unica ed eterna, che in Maria si rivela nella forza della misericordia e nello splendore dell'infinito Amore. E qui il canto del poeta di Castellabate ha richiami rilkiani, del Rilke di "La vita di Maria" dove la Vergine è fiume d'Amore che riempie gli spazi tra la terra e il cielo, sfiora l'umano come nell'elegia "Le nozze di Cana", ma fluttua nell'eterno, s'addensa nel divino, abbandona il precario per abbracciare l'Assoluto; l'Essere ne ha fatto la sua dimora nel tempo limitato e Lei è entrata nella dimora dell'Essere senza tempo. Ma Rescigno non sostiene questo volo metafisico, la sua Maria è in mezzo a noi, parla con noi, con le donne sulla soglia delle case, con gli uomini che la portano sulle spalle lungo le strade dei nostri villaggi, è amore, è sentimento che pulsa nelle vene del popolo, è una di noi e come tale ci ama e ci conforta.

Le nove composizioni, che costituiscono la raccolta Io e la Signora del tempo,mostrano come la scrittura di Rescigno, ricca di respiro poetico e soprattutto vibrante di spirito religioso, ridia vigore alla poesia mariana, da molto tempo agonica,ritornando all'intensità delle origini con forti tracce di spontaneità popolare, evitando,però, il canto urlato di Iacopone e senza cadere nell'immaginazione mistica di un Garzo dell'Ancisa. Con la raccolta “Dalle sorgenti della sera” (2008), il poeta mi spiazza, proiettandomi in un mondo che mi è caro: gli affetti familiari, il lavoro dei campi, le sussurrate preghiere, le attese e le partenze, in un paesaggio dove il tempo si consuma lento e inesorabile. Poesia della lontananza, delle assenze, dei silenzi, che si apre a spazi di memoria in cui il passato scorre come su una pellicola da vecchio film muto e suoni e voci trovano sostanza nella mente dello spettatore. In questa raccolta avverto lo stesso sentire, lo stesso ascoltare, lo stesso narrare la vita al di qua e al di là della soglia. Non avverto, però, quel sereno stupore di fronte al fluire delle cose.

Mi sembra, che rispetto alle raccolte precedenti, dove il canto, sempre oscillante tra una visione bucolica e un pacato, interiore indagare, si piegava su corde di un più calmo rammemorare, in questa c’è una più diffusa nostalgia del ritorno all’infanzia, a quell’alba incipitaria che è inizio di ogni inizio. Un Nostos che attira e spaventa. “Dalle colline bruciate / quando l’acqua lava le pietre / tento sempre d’alzare lo sguardo / al mio piccolo esercito di anime. /Sento mio padre contro la morte gridare /il fiatare che chiede perdono / e svanisce nel buio del coma. / Scorgo mia madre nel regno dei fiori / avvolta nell’umile lino, ignara / ne bagna ancora le foglie. / Vedo quelli che poco ricordo. / Uscirono al mattino a prendersi / una parte di pane e di sole. /Camminarono camminarono. / Non tornarono più. (Quando l’acqua lava le pietre). Rescigno, in questo suo viaggio verso le origini, chiama in soccorso le figure del padre e della madre in un ricordare che supera il tempo in una continuità esplicitata attraverso piccole vicende familiari e personali coinvolgenti oggetti, paesaggi, personaggi, speranze e sconforti, il tutto legato dal nodo degli affetti, dal fluire della linfa vitale dalle antiche radici al robusto tronco che si continua nei giovani rami: “C’è scritto l’anima dei poeti / odora di radici erra a voce fioca / verso santuari di gran luce.” (La sera mio giornale aperto). L’afflato poetico è come sostenuto da quella solida filosofia dell’esistere che nasce spontanea in chi quotidianamente affronta i doni e le sottrazioni della natura e dove attinsero le più serie correnti filosofiche dell’antichità: lo Stoicismo quando insegnava “il religioso sentimento del dovere e l’idea di una superiore provvidenza” o il migliore Epicureismo con il suo alto concetto di amicizia e di solidarietà o quell’intimo sentire Pitagorico che si esprime in una profonda e quasi inconscia religiosità che orientava a una continua meditazione sulla vita e sulla morte, o il platonismo che si esaltava in quella tensione dell’io verso infiniti spazi di eternità. Si riversano,inoltre, nel corpo scrittural del Nostro, reminescenze di “un calmo cosmo di devozione esiodea e virgiliana”,come giustamente nota Vincenzo Guarracino nella prefazione; come non sfugge una naturale vicinanza al mondo pascoliano dove, però, la perdita viene vissuta in modo modernamente e intensamente più tragico. In Rescigno, comunque, la pena dell’esistere , come il vuoto della perdita e il doloroso ritorno, vengono attutite da un respiro di diffusa pietas che avvolge tutta la raccolta: “ Fa’ arrivare i morti dritti / al tuo trono: hanno scarpe / sfondate e bocca amara / per tribolazione e fiele. / Roncole e falci nelle mani / zappe e tridenti sulle spalle. / Timida e illetterata la parola / per domandarti il privilegio / di sederti accanto” E non posso non citare “L’ora dell’angelo”: “Avevano il capo chino. / Il ginocchio piegato sulle zolle. / L’ora dell’angelo l’aveva / battuta la campana. / La luce odorava d’umidore. / Si pregava col cappello tra le mani.” dove memoria, amore e una serena nostalgia, creano un’atmosfera di sospesa sacralità che richiama L’Angelus di Jean François Millet in cui il pittore trasmette un sentimento di solitudine, di silenzio e di fede. Sono ancora avvolto in questa visione quando limpido mi giunge un canto dalle ampie volute, lunghe sospensioni e un ritmo lento, pensoso.

È il canto di Un uomo solo” (dalla raccolta “Gli occhi del tempo” del 2009) il cui incipit recita: “Sono un uomo solo, notturno uccello di pensiero / ladro di chiarore lunare” . e si chiude “ M’avvio al silenzio. Apro il libro del mistero / e non trovo parole, ma leggo.” Un testo che contiene tutta l’essenza del disegno scritturale di Rescigno dove esprime la complessità del suo essere uomo e poeta, racconta il suo viaggio in solitudine, ma aiutato dal volo del pensiero, dalla tenue luce del sogno, dal canto poetico. Egli avverte il “ trapasso del giorno” e le rughe del suo viso parlano del tempo, si fanno voce narrante di epoche passate, finestre aperte sul futuro. Mentre il mondo terreno si addensa e i bassi orizzonti della sconfitta, del dolore e del morire franano, si alza la luce della fede e il divino schiera gli alti e infiniti orizzonti del perdono e della salvezza dove lievita il “pane dell’amore” che l’uomo giusto e saggio porta tra le mani per farne dono a tutta l’umanità che, cieca, non sempre raccoglie l’offerta e vaga nelle tenebre del disamore. Lo sconforto assale il poeta, dinanzi a lui si aprono i deserti del silenzio, vuoto è “il libro del mistero”, ma largo è l’occhio del sogno, lucente la sillaba della poesia, alta la fiamma della fede e l’ignoto si mostra in traiettorie d’infinito, compone feconde aspettative di eterno.

Non può sfuggire al lettore attento che il mondo poetico di Rescigno è fatto di mare, terra e uomini, di vento, cielo e anime che la scrittura assorbe, amalgama e filtra prima di mutarle in linfa poetica che impregna il pensiero e lo feconda perché concepisca e partorisca parole e musica per un’armonica sinfonia di versi. La memoria, nella dinamica del telaio poetico rescigniano, ha un ruolo importantissimo e, direi, dominante. Essa è la spola che incessante corre tra stame e stame per comporre l’ordito raccogliendo fili di vita, ora lontanissimi, ora meno remoti, ma comunque sempre palpitanti e ricolmi degli odori , dei colori, delle vibrazioni e delle lacerazioni dell’esserci. Il filo del presente, a sua volta, è duro, freddo, incolore, artificiale e non sempre si amalgama alla composizione della tela, ma fa da contrasto, da nota stridente che rompe l’armonia, spiazza l’anima, la disorienta e la costringe a rifugiarsi nella natura e a trovare quiete e calore nel sussurro del mare, nel silenzio delle rose, nelle “luci / e ombre / di luna”, in un solco della terra bagnata “dal sudore di fatica“, nei “petali di pesco e di albicocco”, nel sole, nel cielo, nell’erba. E il presente, in “Anime sfuggenti”, invade sempre più la scena, mentre il passato sfuma, si dirada, resta ai margini, segna un alone di tristezza e sembra suggerirci:” Nulla resta, tutto si trasforma” mentre l’occhio del poeta osserva il mondo, lo canta e lo proietta, per magia di fede e tensione spirituale, in un altrove dove regna la luce, l’armonia e la bellezza. Le “Anime fuggenti di oggi” e “Le anime fuggenti di ieri”, le due sezioni in cui è divisa la raccolta, superata la notte dell’esserci, si ritroveranno nella luce dell’Essere, seguendo un viaggio ascensionale dalla terra al cielo.

Anche nella raccolta “Il cielo alla finestra”, Rescigno accoglie, nel cerchio del suo occhio, il fluttuante fermentare dell’esserci, lo stringe nel pugno del suo tempo, lo versa nella strozzatura della clessidra affinché si apra e si espanda in un altro spazio, in un altro tempo e, mentre ne osserva il fluire, innalza un canto dove la parola è la corda sonora che lega pensiero e anima e, attraverso questi due fondamentali elementi del nostro essere, coniuga il relativo, il metamorfico, tutto ciò ch’è natura e quindi oggetto creato, con l’Assoluto. In un suggestivo gioco d’invenzioni e di svelamenti lo sguardo s’incanta e ci incanta, ci coinvolge in quell’arcana energia da cui scaturisce l’atto dell’ebbrezza poetica, il sostanziarsi dei sogni, dei ricordi, delle perdite e delle attese, del lavoro dei campi, che in Rescigno si fa aratro e falce, semina e raccolto,nascita e morte, per cui la parola da corda sonora si evolve in una composita architettura scritturale dove l’esserci mostra i suoi infiniti volti e provoca quella liberazione catartica dalle passioni che proietta, per gradi successivi, il peso della materia verso la leggerezza dello spirito, la “finestra” dell’occhio verso il “cielo” dell’anima:”Noi siamo e non siamo. / Siamo il respiro e il sospiro. /Vita e morte in ogni istante. /Ogni istante eternità e fine.” Siamo la creatura creata per costruire un ponte che, su basamenti rocciosi, s’innalzi verso infiniti spazi divini. Illuminante la Prefazione di Giò Ferri che ci conforta nella nostra analisi quando afferma: “Rescigno, per quanto attiene la forma del suo poièin, osserva con pacificante nobiltà la vicenda ora idilliaca, ora tragica, sempre innamorata del suo intimo tempo”.Altrettanto puntuale la postfazione di Vincenzo Guarracino, che apre varchi di luminosità classica e di religiosa sensibilità: “il sentimento di sé e del mondo si tramuta in versi lievi e fragranti, che si caricano di mistiche suggestioni e a tratti di sapori da idillio anticogreco.”

Con “Nessuno può aspettare” ancora una volta la poesia di Gianni Rescigno mi rassicura per la sua continuità e mi sorprende per il suo continuo rinnovarsi. La voce del poeta di Santa Maria di Casellabate si amalgama alla limpidezza del linguaggio e rende vivi e presenti gli eventi. Ad incrinarsi, in questa raccolta, è il timbro della voce quando canta: “Nelle ferite arde il fuoco del dolore /e non ne ascolti più il canto, /il frullo dell’eterno.” (Sabbia e acqua) o ci suggerisce “Lascio a sera che / vadano a morire le ore / ai confini del dubbio. /Resto col gioco dei raggi / della luna per colpire / col pensiero un’altra stella.” ( Ai confini del dubbio). E si fa metafora di vita e di morte il breve testo (Pioggia):”L’ho sentita lontana. / Prima un silenzio di buio. / Poi un rotolare di nubi. / Infine lo scoppio che deflagra. /Lo scroscio sulle fronde. / I veloci ruscelli sulle strade. / Lo sgocciolio delle gronde nei fossi. Ogni verso da solo, isolato, come singolo passo nell’avanzare del temporale , trova “nei fossi” la sua conclusione. Sempre presenti e pressanti il sentimento della perdita e il vuoto della mancanza per cui il poeta si aggrappa alla memoria, ma anche il ricordare a volte si sfilaccia per poi riannodarsi in una fuga d’immagini che si fanno presenze lontane: “ È l’età a farti ridiventare bambino. / Perciò dal silenzio tiri fuori / tutte le foto del passato / e racconti le stesse favole all’infinito .(È l’età) e inseguendo queste immagini il poeta sussurra: “ Vado verso sera / dimenticando le parole / perdute per la strada”. Rescigno ,e mi avvio all’epilogo, ha cantato l’amore percorrendo il sentiero della fede convinto che alla fine del nostro cammino, nel tempo incerto della precarietà, “ Si resta soltanto con le ore. / E non le conti. / Così incomincia l’eternità”.

Da non dimenticare il romanzo: “Il soldato Iovanni”. Storia di una vita che si snoda per un arco di tempo che raggiunge i novant’anni e attraversa la tragedia di ben tre guerre. Un altro raccontare, un altro sentire. Un libro da leggere per apprendere e riflettere su un mondo che ancora ci riguarda. Concludo questo mio sguardo a volo di rondine sull’opera poetica di Gianni Rescigno citando una sua breve composizione della raccolta “Un sogno che sosta”: “Siamo / soltanto pensiero, / ombre / con desideri di carezze / mai repressi, / anime / senza nomi / che brillano nel silenzio / dell’attesa.” ( Siamo pensiero).

22-11-014

Recensione
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