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Che Laura Pierdicchi, autrice della raccolta di racconti Il segno dei giorni venga da una lunga e valida frequentazione poetica è evidente alla lettura dei testi. Anche se il taglio del dettato è diverso nella ricerca di uno stile alternativo, la levità del discorso, la ricerca semantica, la sensibilità con cui sono trattati gli argomenti, denunciano una matrice lirica.

Con grande sagacia e con penetrante acume psicologico l'autrice presenta in dodici vicende dodici donne, ognuna con una sua storia, ma simili per la comune predestinazione al negativo, anche quando gli eventi sembrerebbero loro favorevoli. Questo volume è sostanzialmente una indagine e un atto di accusa verso la condizione femminile, ma soprattutto la sua limitazione esistenziale. Secondo una tradizione consolidata da secoli, le svolte ostili sono recepite con rassegnazione e pudore, interiorizzate e dissimulate. Così è per la ragazzina a cui il primo bacio è malamente estorto, per la sposa che si macera di rimorso per un fuggevole incontro, per la giovane che scopre sposato l'uomo amato, per la madre che i figli ritengono ormai fuori di testa mentre lei rievoca solo il passato.

Tutte le età sono rappresentate in questa panoramica al femminile, ma con particolare partecipazione "la terza età" dai confini nebulosi e imprecisi. Le vecchiette, ormai sole, vivono di ricordi e cercano di riempire le proprie giornate con tanti piccoli gesti e tanti inventati impegni. C'è una tendenza minimalista, nel miglior senso del termine, nella narrazione, come spesso è nella letteratura veneta. Fatti, che possono sembrare banali, acquistano una importanza e una funzione nella misura della descrizione. Le ambientazioni sono attente e accurate, i minimi avvenimenti seguiti con precisione di dettagli, le meditazioni circostanziate e sviluppate. Le frasi finali, a volte inaspettate, si pongono con valore epigrammatico: "Mi alzo lentamente, non ho fretta. Forse dovrei preparare la cena... sì, forse è meglio che prepari la cena"; "A pensarci bene, sono quasi contenta di dover tornare domani in ufficio".

Il panorama è spesso quello marino e non mancano richiami musicali, secondo gli interessi dell'autrice. A volte è introdotto il motivo della magia o della fiaba. Le epoche variano dalla seconda guerra mondiale a oggi, ma il dopoguerra è il tempo privilegiato per creare l'atmosfera più adatta a mascherare l'isolamento delle protagoniste, la cui famiglia, per varie vicissitudini, è spesso sostituita da un cane o da un gatto. La solitudine è però sopportata e accettata benevolmente, perché comunque è un'attestazione di vita, come conclude l'ultimo racconto: "Sì, adesso forse t'amo più che mai, e provo l'angoscia degli amanti quando devono lasciarsi e sanno che mancano pochi giorni alla partenza, ma per il momento, mia cara vita, ho ancora la fortuna di poetrti abbracciare".

Recensione
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