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Il paesaggio dell’ultima raccolta di versi di Laura Pierdicchi, Il tempo diviso, è tutto interiore, determinato però da una realtà che sfuma e si sottrae a ogni condizionamento. L’autrice peregrina con una forte immaginazione nelle fasi del suo esistere, sovrapponendole o troncandole, dilatandole o impicciolendole, fondendo l’essere e il divenire. Il timbro è quello dell’insoddisfazione, del malcontento, del malessere, che parrebbe avere radici nell’esistenzialismo. Ma la poetessa non si ribella: si limita a constatare, confrontare, indagare, denunciando l’ubiquità che la fa sentire “ragno | di una smisurata ragnatela | oppure cellula | fluttuante in rete”. La sovrapposizione denuncia gli estremi di una situazione psicologica in cui il tutto e il niente sono alternative non in opposizione ma coesistenti.

Dalla incapacità, impossibilità, di trovare un punto fermo deriva il lacerante senso di solitudine, alla quale l’autrice sembra volersi sottrarre, ma della quale in fondo si compiace come di un manto protettivo (beata solitudine...). Vero è che qualche volta elementi della natura riescono ad operare uno strappo. Così è del sole che s’insinua cercando di illuminare “l’incertezza quotidiana”, specie “nell’ora più dolce del giorno”, con un possibile rimando alla dantesca “ora che volge il disio”. A rimarcarne il valore catartico, il sole domina in due delle quattro illustrazioni al volume a opera del pittore Franco Rossetto. Nelle iconografie compaiono foglie stilizzate, quasi a voler simboleggiare la forza della vita nella sua continuità. E la natura è spesso spunto, occasione, delle poesie, che non appaiono sciolte, ma pagine di un unico canzoniere. Qua e là fa da contrappunto una numinosa presenza, che sembra ridonare certezze.

Poiché l’autrice gode di multiformi ricchezze, qualche volta nella serena disperazione trovano spazio le piccole realtà del quotidiano, come “una buona zuppa che ribolle per la cena”. Ma la poetessa non cede agli incantamenti dell’ironia, che potrebbe avere facile gioco per esempio nei versi “un sorso di caffè e la certezza | che nulla tornerà...mai più”.

Dall’attuale tendenza di costruire la poesia in re, Laura Pierdicchi si distacca effondendo il suo dettato in composizioni complesse, a volte criptiche, che potrebbero avere qualche ascendenza montaliana. Anche la limpidezza del lessico non aiuta, perché si sovrappone a un intricato viluppo di pensieri e di sentimenti: “il quotidiano gioco delle impressioni | seduce la mente e confonde | ogni certezza”.

Insomma la raccolta poetica di Laura Pierdicchi è da leggere con molta attenzione e partecipazione, per riuscire a cogliere il segreto messaggio, che è in fondo quello di una mano tesa nel buio alla ricerca di una complice altra mano.

Recensione
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