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L’autore si nasconde nel particolare

Cara Noemi, il tuo denso e intenso volumetto L’autore si nasconde nel particolare mi ha coinvolto in una lettura vivente e gioiosa, come i tuoi libri precedenti. Mi ha dato, anche questa volta, il senso di una comprensione dei testi «riscoperti» nei moventi veri, autentici, diciamo pure, adottando un tuo termine tipico, «ovvii», ma spesso dalla critica «istituzionale» risospinti in secondo piano da una griglia «metodica» che costituisce un allontanamento del senso, del «contenuto» del testo, attraverso un prevalere di astrazioni convenzionali, ovvero relative alle diverse «convenzioni» di approccio critico. Tu sei esplicita a p.64:«E’ strano che proprio lo strutturalismo, che ha avuto il principale merito di richiamare alla contestualità come complessa interrelazione di segni, abbia talvolta promosso nella prassi critica estrapolazioni di repertori linguistici astrattamente e rigidamente interpretati e abbia in un certo senso riportato in vita (in Italia sulla scia dell’anticrocianesimo) la vecchia retorica delle forme fisse con la pretesa di definire una volta per sempre le valenze specifiche non solo di figure e stilemi ma anche degli elementi fonici che compongono i testi»: questo è uno dei «paradossi» – per usare ancora un tuo termine ricorrente, non solo a proposito de L’infinito di Leopardi – delle metodologie generalizzanti del ‘900 critico,contraddittorie tra teoria e prassi. Sei esplicita anche a p.67:«Che fa, del resto, il critico formalista e «scientifico» quando suggerisce la nozione di «monotonia» (fuori dell’accezione puramente etimologica del termine), senza ulteriori specificazioni, se non riferirsi a un’impressione auditiva solo frettolosamente schematizzata e avulsa dal contesto specifico?»: dove, ancora più nettamente, si rivela la contraddizione tra «scientificità» e «impressionismo».E sei esplicita a proposito della «lettura psicanalitica» del tuo Svevo, quando noti quella che chiamerei la «meccanicità» dell’applicazione critica (non solo della critica picanalitica, ma anche delle altre «macroscopie» critiche…):«E l’opera di Svevo [..]non si è sottratta all’appiattimento [«appiattimento»:termine del tutto adeguato all’uniformità passiva e meccanica della critica novecentesca…] della lettura psicanalitica [..]; che si preoccupa solo di verificare nel testo narrativo come ogni situazione narrata o descritta sia espressione, sia pur sublimata, delle pulsioni elementari, più o meno censurate dal Super-io, di un egoistico, e in definitiva poco personale, inconscio»: questo mi colpisce «personalmente», diciamo, in quanto ho esperienza del fatto che l’immaginario nasce dall’inconscio e si dilata all’alterità, per cui l’immaginario, passando dall’inconscio all’alterità, «bypassa», per cosi’ dire, l’ego.

Ho detto spontaneamente che in queste «affermazioni» sei «esplicita»: ma tutta la tua ricognizione critica è esplicita, in quanto concreta, vivente, motivata da una enorme e, direi, sofferta, macerata, conoscenza testuale; e attenta alle motivazioni, alle «attese» della «lettura», o, più propriamente, del «lettore» come «attore» coinvolto nei significati del testo; come sei attenta al «lettore», da un lato, così sei attenta ai rapporti concreti tra soggetto esistenziale e soggetto autoriale, tra personaggio e autore. L’istanza motivante della tua critica, così «innocentemente» innovativa, è costituita da questa auroralità di attenzione all’iter testuale, dall’autore al lettore: sembra che il sottinteso della tua lettura, la domanda che la motiva, sia la convinzione che l’arte è un fenomeno della vita vissuta: privilegia dunque i fattori emozionali -inconsci-intuitivi sui fattori concettuali, ideologici, astratti: però, il tuo «contenutismo» è un rilievo delle dinamiche reali del senso, nella correlazione autore-testo-lettore: il senso artistico, per rivelarsi, ha bisogno di mantenere un retroterra di «segreto» di non codificabile, di non «spiegabile».

Queste tue istanze di «concretezza contenutistica» – relativa al farsi del senso artistico, quindi non «contenuto» come codificazione interna al testo, ma come movimento complessivo del divenire, del compiersi del senso – unificano teoria e prassi nell’esperienza interiore della lettura, in quanto l’esperienza interiore della lettura si pone come corrispettivo attuale, presente, dell’esperienza interiore del farsi del testo, in tutte le vicende dinamico-correlative che lo configurano: ciò, ad esempio, ti permette individuazioni del tutto convincenti come l’affinità Montale-Svevo, «ricavata» dalla concretezza dei tratti caratteriali, e delle concomitanze testuali – che le codificazioni «istituzionali» non consentono –; oppure come il nucleo etico dell’«estetismo» dannunziano, individuazione che per me è stata una convincente rivelazione (del tipo:…è proprio vero, non ci ero mai arrivato!).

Sullla stessa lunghezza d’onda, di riscoperta concreta e vivente, si pongono i tuoi rilievi sui nessi tra «vero storico»-«vero poetico»-«vero morale», in Manzoni; oppure quelli sul mondo immobile di Verga, e sul retroterra reale dell’instabilità e della relatività;oppure, in Pascoli, si pone il rilievo della «singolare combinazione di costanti e variabili da cui nasce l’interessante individuazione della parole»(p.67); e giungi, per questa via, a «ricollegare» «decadentismo» (D’Annunzio) ed «ermetismo» (Montale e Ungaretti) nelle parole di Montale, dove «poema-oggetto» ed «esperienza interiore» si identificano (pp.85-86): infatti, la poesia è una modalità, non comune, se vogliamo, di esperienza interiore, come la lettura, d’altro canto…

Questa tua ricognizione pragmatico-tensiva – direi – percorre anche questo libro, esemplare e «unico», come gli altri: lo percorre dall’individuazione del nesso «latenza»-«trasfigurazione», in Dante; alla veridicità convincente della «diretta responsabilità di Zeno nella morte del cognato Guido» (p.101), aspetto testuale da te ripetutamente messo in rilievo, senza «risposte» «istituzionali» ( e questa è una delle «prove» della tua innovatività interpretativa): aspetto testuale non relegato al «contenuto», ma partecipe di una dinamica espressiva del «contenuto», in quanto è verissimo che solo questo rilievo dell’indiretto assassinio, spiega «la tenebra che esso proietta sull’intera storia di Zeno» («tenebra» che, altrimenti non si «vedrebbe»…, non si vede, sopraffatta dall’apparente «umorismo» ).E che ti permette di «collegare» L’infinito a La ginestra all’insegna della «complementarità» tra «sogno» e «intelletto» (pertinentissimo, mi pare, il passo dello Zibaldone del 12 agosto 1823, come «spiegazione» de L’infinito).

Naturalmente, cara Noemi, questo «dialogo» si estenderebbe, solo se volessi toccare puntualmente diversi altri passaggi del tuo libro che mi hanno trovato consentaneo, che mi sono sembrati «rivelativi»: consentaneità e rivelazione sono momenti della comprensione, dell’incontro che si realizza attraverso la dimensione dei testi.

Di nuovo, un saluto affettuoso a te e a Emerico...

A presto, spero, Paolo

Recensione
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