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Dopo avere gustato il recente volume lirico di Lilia Slomp Ferrari: All’ombra delle nove lune, sento l’urgenza di scrivere alcune impressioni di lettura; contemporaneamente, avverto la responsabilità della parola, di mediare fra il poeta e il lettore. Credo che per penetrare il cuore dell’opera sia opportuna un’attenta marcia d’avvicinamento per cogliere le motivazioni essenziali: il luogo e il tempo in cui si fa la poesia, la sensibilità dell’autore, la sua capacità di aderire alla realtà e di superarla. E mi chiedo cosa significhi scrivere versi. Mario Bebber, l’indimenticabile poeta di Levico, afferma: "Scrivere versi è come | denudarsi. | Scrivere versi è come | fmire d’incontrarsi. | Scrivere versi è come | semplicemente fmire". Più prosaicamente di lui, mi limito a dire che scrivere versi significa percorrere un tratto del cammino esistenziale e poetico. A quale altezza si possa arrivare non so proprio, quello che so è che l’altezza poetica non dipende dal numero dei versi. Basta una sola raccolta per oltrepassare le comete, se si ha la capacità di lanciare al cielo la propria anima. Lilia di cammino ne ha fatto parecchio, saltabeccando dalle mulattiere erbose del dialetto: En zerca de aquiloni, Schiramèle, Amor porét, Striarìa ai prati luminosi della lingua: Nonostante tutto, Contro canto, Leggenda e ora: All’ombra delle nove lune.

Si tratta di un itinerario compiuto nell’arco di tempo dal 1987 a oggi; è pur vero che Lilia ultimamente si lamentava di non produrre a causa degli impegni lavorativi, sociali, culturali e, tuttavia, continuava a camminare, probabilmente rubando il tempo al sonno e agli svaghi. Non poteva essere altrimenti, perché con il passare degli anni, per l’autore scrivere diviene una droga dell’anima, un’esigenza fisiologica come il respirare. Ed ecco il risultato: All’ombra delle nove lune, una raccolta che nasce da lontano e che, come afferma l’autrice, è maturata da una vita, perché il tema l’ha toccata profondamente fm da bimba, traumatizzandola. Come si è prima accennato, la Slomp Ferrari si esprime sia in trentino, sia in lingua. Perché il dialetto? Perché è il primo vagito, il seno della madre, la prima carezza, è il focolare e il campanile, il primo sogno d’amore, è l’odore del paese espressi nel linguaggio delle cose concrete. Perché la lingua? Perché è il paese ampliato, è la società più complessa e strutturata, è la cultura più ricca, sono le radici ramificate, espresse in un linguaggio dai plurimi registri, compreso quello dell’astrazione. Lilia ha cominciato tardi a pubblicare, dopo i quarant’anni, il che le ha evitato certe ingenuità tipiche della giovinezza, talune cadute stilisti che ed estetiche. Poi, ha continuato in progressione, sramando qualche eccesso di lirismo e di sentimento, limando alcune insistite dolcezze della versificazione, costruendo immagini ardite, ricorrendo a una terminologia talvolta violenta in adesione all’assunto poetico, come in questa raccolta segnata dall’alternanza di passione, vigore e tenerezza. Il titolo è suggestivo a significare, come la poetessa ha confidato, i nove mesi di attesa della maternità, che proietta un’ ombra protettrice e paurosa. Questa silloge è un canto corale delle donne di varie geografie che hanno subito violenza. Inizialmente, la protagonista è una giovinetta che s’identifica con la natura. È l’immagine dell’essere umano che vive nell’Eden fra i fiori e gli insetti, intento a sedurre i venti, a immergersi nel buio oceano dei boschi, che s’incanta al volo degli uccelli, che tenta le strade delle comete e insegue favole orientali, che naviga i deserti africani, che sogna un amore di fiaba dai dolci amplessi. La giovinetta rappresenta la storia di una donna che, idealmente saldata alle donne di diverse etnie e culture, può essere interpretata come un’unica persona dai molteplici volti. Nel corso della raccolta si leva un urlo di dolore per il corpo femminile dissacrato, un urlo da intendersi anche come un’alta e chiara e forte affermazione d’innocenza. Vale la pena, a questo punto, di leggere alcuni versi iniziali di una splendida raccolta.

Contavo tredicianni all’altalena, le bambole ninnavano le streghe nell’antro del drago. Dosavo le erbe mediche, i pleniluni per la mia giostra di fortuna. Non conoscevo imbrogli, agguati a fior di pelle. Catalogavo voli di farfalle giocando le paglie nel fienile salvifico di effluvi del maggengo.

Parallelamente, a questo motivo viene affiancato quello delle nove lune, che scandiscono la crescita della creatura fra le angosce, le paure e le insicurezze della madre, approdando infine a una visione di serenità. Si registra un cambiamento radicale poiché questo è il periodo di transizione in cui la donna diventa madre, che prevede una serie di conflitti interiori, a causa di una rivoluzione del fisico e della psiche. Affiorano, pertanto, sentimenti irrazionali e contraddittori, memorie sepolte insieme a una febbrile attività fantastica e onirica. La donna sente che, venendo meno la perfezione delle forme, scema l’attrazione sessuale; così, ella non accetta il proprio cambiamento né, inizialmente, accetta la propria creatura. Il seme che sta per svilupparsi è avvertito come un corpo estraneo, la donna inizia a percepirlo nei ritmi del sangue, nel brivido dei movimenti. Alla quarta luna avviene un’altra trasformazione, che si realizza nel sogno del figlio da parte della madre, mentre alla quinta luna si concretano l’accettazione del figlio e le soavi fantasie sul suo futuro.

Ti sento nelle viscere mio fiore. Ti coltivo in una lacrima.

Tutto questo fa parte del mistero della maternità e lascia spazio a stadi di nostalgia dell’infanzia e della ragazzità, racchiusi in una raccolta che si snoda fra momenti di chiarezza e di oscurità, d’immagini simboliche subito interpretabili, di metafore evidenti e altre non immediatamente comprensibili. È questa un’opera di notevole introspezione, in cui durante l’attesa, il fantasticare intorno al figlio è dominante; altrettanto lo sono l’accettazione del frutto della violenza e la celebrazione della maternità, che porta in sé l’atto salvifico di recupero dell’innocenza e di ricostruzione della verginità spirituale. Persiste il contrasto di sentimenti che dà movimento alla silloge, caratterizzata dall’interscambio di figure dense di fisicità con altre aeree di fantasie e d’idealità.

Li odio e li amo i tuoi sussulti figlio della mia notte, futuro inconsapevole di un’alba.

In filigrana ritorna il tema della violenza; a questo proposito, è interessante l’interpretazione dell’autrice che, alla mia domanda da dove le venga tanto furore, precisa: "Dalla rabbia contro l’uomo per la sua stupidità e ignoranza, oltre che per la poca voglia di penetrare il mondo femminile. L’uomo è più aperto al mondo esteriore e al proprio io". Dopo una lunga pausa, soggiunge: "Diversamente dall’uomo, la donna ha la capacità d’inventare l’altro, di costruire la vita. Per fortuna, non sono tutti così gli uomini, ci sono molte eccezioni". Ecco, sorgere la sesta luna, composizione che ha una musicalità diversa dalle altre, ricca delle vibrazioni del sangue. Più prosegue la gestazione, più s’accresce l’innamoramento della propria creatura che, alla fine, inglobata nella carne e nella linfa della madre, diviene un tutt’uno con lei. Allora, l’amore di sé s’identifica con quello del figlio, in più, si accresce il senso di pienezza e di completa realizzazione dell’essere. Continua anche la navigazione nel mare esistenziale fra i sogni e le fantasie del futuro, che disegnano l’arco della vita del figlio, non privo d’incertezze e di sbigottimenti.

Non so tuo padre e non so i tuoi occhi di pianto e luce mescolati ai miei, se mai potrò dipingerti nel sonno dondolarti al mio seno di bambina.

È qui contenuta la premonizione del dramma che si compie all’apparire della nona luna, quando invece della gioia della nascita, esalano l’angoscia della morte prematura e una collera feroce.

Hanno detto che avevi ciglia lunghe, bellissimo il tuo viso nella cera. Non saprò mai il tuo volto disegnato, scolpito nel dettaglio delle ore.

La madre esplode in un urlo lacerante alla maniera jacoponica, nella scia del Lamento della Vergine per la crocifissione di Gesù.

Al posto mio ti hanno lapidato. Oh figlio dell’ angoscia e del furore.
Un grido che presto si colora di una sublimazione spirituale.
È la galassia la tua culla ora che bevi la Via Lattea succhiando splendori dalle stelle.

Il volume è pavesato d’immagini e, contemporaneamente, è attraversato da un’onda sonora di fremiti e battiti, di respiri e sussulti, di palpiti, di tonfi e scalpitii che la donna avverte nel proprio ventre, così come la creatura percepisce il flusso del sangue materno. Questi rumori si alternano a quelli del mondo esterno, ai suoni-rumori dei galoppi, ai rombi di tuono, agli scrosci, alle cadenze della grandine, ai miagolii, all’irrompere improvviso di un notturno di Chopin. Nella Prefazione all’attuale silloge, Paolo Ruffilli afferma" Una poesia sospesa tra la natura, con i suoi elementi vivi, in carne e ossa, e la parola immaginosa e concreta ispirata dal naturale spirito religioso che aleggia dentro il mondo e che sembra colmare il dilagante vuoto di Dio". All’ombra delle nove lune è la raccolta della maturità di cui la Slomp Ferrari va giustamente orgogliosa, una raccolta densa di poesia come un favo di miele. Alla fine di questa lettura mi pongo un’altra domanda: se il poeta è la sua poesia, più semplicemente mi chiedo se l’autrice s’identifichi con All’ombra delle nove lune. In parte sì, solo in parte, perché la poesia è la sublimazione degli aspetti concreti e spirituali che intessono la quotidianità, in contrapposto la vita è un vortice melmoso e sublime che trascende la poesia. Di certo, in questa silloge lirica traspare in penombra il volto di Lilia. Infine, All’ombra delle nove lune, un alto canto tramato di emozioni viscerali, d’istinti e di razionalità, rappresenta la gioiosa e drammatica realtà dell’esistenza, sentita e pensata come un’esaltante divinità.

Cà Quadre di Sant’Omobono Imagna
8 settembre 2005

Recensione
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