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Accompagnate dal degno preciso ed essenziale della matita di Franco Rossetto, le poesie di Laura Pierdicchi affrontano il lettore in modo semplice, colloquiale, come le favole di un tempo: "C'era una volta una città unica". E in realtà questo volume, che ha la struttura del poemetto con un prologo, tre parti ed un epilogo, mantiene l'aura, se non la cadenza della favola, trasportandoci in un mondo incantato dove l'agglomerato sociale, la città, manteneva la sua unicità, o meglio la sua splendida compattezza ambientale e nella quale la famiglia, unica anch'essa, svolgeva il suo ruolo insostituibile. Ma subito dopo avviene il distacco, proprio qui, all'interno della famiglia, insidiata dal subdolo tarlo della malattia che scava le sue gallerie sotterranee nelle membra del pater. La favola assume subito un andamento dolente, anche se non perde la sua luce, la sua necessità di vita. I corsivi inseriti sapientemente che conferiscono il sapore di una lauda sacra di antica memoria, si alternano ai blocchi di memoria in cui la vicenda della malattia paterna è lentamente svolta, passo dopo passo, rivelazione dopo rivelazione, come un in-sopportabile via crucis in cui il portatore di croce sembra procedere verso il martirio incosciente e inconsapevole.

La consapevolezza del suo percorso, dell'epilogo inevitabile nonostante la pazzia della speranza, è il contrappunto sensibile col quale l'autrice svolge la sua trama, conosciuta fino al duro nocciolo della disperazione, anche se lenita, di quando in quando, con altri inserti in corsivo manuale che rimandano a momenti di gioia del passato, alla bambina che era stata, al padre che quella bambina aveva adorato. Così, passando per gradi, ma inevitabilmente, dall'unicità della città all'unicità della famiglia, si giunge ad una bianca stanza d'ospedale dove si consuma l'inevitabile tragedia. Ora il padre non è più in-consapevole, ma non è neppure rassegnato perché la morte non entra nella visuale del suo sguardo. È un yomo nato per la vita e in quell'ottica egli si vede eterno. La figlia si chiede "davvero non sapevi? oppure era amore | il solito gioco per non farci male". Il padre non sapeva, perché la vita era dentro di lui, egli la sentiva fluire, di là dal dolore, e non poteva comprenderne la direzione. Sapeva che c'era, comunque c'era e questo bastava.

È la consapevolezza della vita che alla fine comprende anche la figlia quando afferma "e tu padre rinasci vita sommersa | grembo primordiale", e non tanto perché "padre risorgi | e i tuoi occhi celesti | traspaiono più dello specchio | del cielo in questa atmosfera | di poster giganti", quanto invece "perché la mia carne è la tua carne | la tua quella dei nostri avi".

Ecco che la favola di una vita e del dolore si chiude ma non si annulla: la città, la famiglia, il nucleo hanno ristabilito i loro confini, entro quei confini la morte, anche se scende, non riesce ad annullare le certezze.

Recensione
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