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Bonsai

A tre anni dalla silloge Abbandonare Troia,con la quale Lucio Zinna proseguiva l’interessante excursus poetico iniziato nel 1976 con Sàgana, esce ora per i tipi della italo-latino americana Ila Palma un’altra raccolta di testi poetici che sono una indubbia conferma delle capacità di questo scrittore di usare il linguaggio per mostrare i reconditi abbagli della vita, gli angoli male illuminati del vivere quotidiano, gli strani interstizi del pensiero che si scontra con la realtà del vivere e la dura necessità di subire adattamenti e rivolte.

Anche questo libro, che già dal titolo pare rimandare a un lavoro di alta pazienza per raggiungere la perfezione miniaturizzata, ci presenta un universo multipiano, dove alla banalità del vivere quotidiano e alle inevitabili delusioni connesse ai rapporti con gli altri, si fa strada un sottile torrentello di acido muriatico che scava nel letto friabile della vita la sua dolorosa verità (La sezione « Prossimo »).

La «calibrata ironia», cui avevo accennato a proposito di Abbandonare Troia, è la chiave di volta, il quasi invisibile tassello d’incastro che regge tutta l’elaborata costruzione. Perché, se da una parte Zinna rifugge dai luoghi comuni del poetume che solo nel gioco di parole (spesso scontato e neppure intelligente) riesce a trovare alibi al proprio far poesia, dall’altro il suo registro discorsivo e accattivante, la sua ilare abitudine a prendere il faceto per serio e il serio per faceto, potrebbe far cadere nel trabocchetto di una errata valutazione con il rischio di fermarsi alla crosta, negligendo, invece, ciò che appare dietro il velo scintillante e scoppiettante di parole giocose.

Ne sono un esempio le sezioni «Casablanca», «Nuove epistole metriche e una ballata», «Epigrammi e sbandamenti», dove ogni testo scivola oltre il pre/testo e l’occasione, si sostanzia di una «filosofia del vivere» che trova in quel punto il solo modo di rivelarsi, ma lo fa come sull’aria di un minuetto, con nonchalance, quasi che la cosa non lo riguardi, mentre invece attinge alle più profonde radici del pensiero per suggerne l’essenza e farne lievito e indicazione di vita, senza con questo assumere atteggiamenti sciamanici o dogmatismi profetici, con la semplicità disarmata del bimbo che indica il re nudo. Ne sono esempio esemplare due versi scoccati come una freccia contro l’imbecillità del mondo «salvaguardare l’intelligenza | primo scudo stellare».

Una sottilissima vena di elegia, ma così diafana da dover fare molta attenzione per decelarla, è rinvenibile, forse, solo nella «Ballata atipica del poeta paladino». Qui, l’omonimia trova parametri di riscontro nello svolgersi della vita e nello stesso esito funesto dei due Rolandi; l’autore della chanson de geste è L’alter ego di un altro Rolando, quello che a Budapest trova la Morte in agguato che come al paladino, gli aveva teso sulla strada interminabili tranelli, sempre schivati, fino all’ultimo col quale la partita doveva chiudersi » (... come un amante... che risolva | un rapporto nel delitto »). Tuttavia, anche in questo testo, che è indubbiamente uno dei più belli della raccolta, il verso si snoda con misurata cadenza attento a non lasciarsi coinvolgere dal sentimento, ma attento ancora a dare, del poeta amico, una vibrante testimonianza.

«Ti sfascio ancora un po’ finché ti pieghi» e mentre | stava per vibrare il nuovo colpo colse un disarmato | sorriso di fanciullo la joie de vivre raccolta | in un frammento dell’iride sgomenta e intatta. Mirò | al cuore (una fredda notte in una solitaria strada | di Budapest come un amante da feuilleton che risolva | un rapporto nel delitto ». Così, la partita con la Morte si chiude come un incontro d’amore.

L’ultima sezione Lisieux approfondisce in modo «filosofico», se così si può dire, i temi della vita e trova, nel riposo del pensiero, alcune ragioni alla speranza, di cui peraltro non c’era da dubitare, perché Zinna, ironico, sarcastico e corrosivo a volte, è comunque per e non contro l’uomo; non distrugge, ma in ogni rapporto, anche il più difficile, cerca una ragione di vita. Questa ragione può risiedere perfino nel volto di una foto di quasi un secolo fa (il volto di Teresa di Lisieux). «Per un volto così si può tornare | a ri/sentirsi fra uomini e salire».

Una voce originale, quella di Lucio, da seguire con particolare attenzione e che si distingue senza troppa difficoltà nel mare magnum dove navigano con inopportuna baldanza tante imbarcazioni di piccolo cabotaggio.

Recensione
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