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Il poeta è un clandestino

L’ultima fatica di Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestino, affronta in modo diretto il problema chiave della poesia, che nei volumi precedenti veniva enunciato ma non sviscerato con la necessaria improntitudine, e cioè la sua funzione di guida nella società, o più precisamente come esplicita Cipparrone «il proprio ‘diritto di cittadinanza’» che forse ha avuto in passato ma che oggi è completamente evaporato. I motivi sono intriseci ed estrinseci. Fra quelli intrinseci c’è indubbiamente la propensione genetica del poeta, inteso come categoria, all’auto isolamento, rafforzata da un linguaggio spesso simbolico, metaforico, criptico, che contribuisce ad allontanarlo ancor più dal lettore; fra quelli estrinseci “il consolidarsi del principio egemonico del profitto economico, che, esteso alla produzione libraria di carattere creativo […] penalizza la poesia, favorendo il diffondersi di prodotti letterari di massa in linea con i gusti volgari di spettatori e lettori ormai diseducati da certa TV e stampa…”

È questo il riassunto, in forma scheletrica, della “Premessa dell’Autore”, analisi spietata e purtroppo reale della condizione del poeta nella società odierna, che esalta solo poeti organizzati “in gerarchie che quasi sempre rispondono, più che a effettivi meriti, a motivi di comune appartenenza a clan, consorterie e gruppi detentori del potere culturale ed editoriale..” Ed è bene riflettere e meditare attentamente questa “Premessa” per apprezzarne la forza e l’amaritudine con la quale il poeta rifiuta con dignità e orgoglio di essere confuso con il “numero esorbitante di sedicenti poeti”, ma semmai essere considerato “un ‘minoritario’ per vocazione, un tangibile esempio della vitalità delle aree periferiche della cultura letteraria nazionale, che in modo appartato e schivo fa poesia, tenendo i piedi ben saldi a terra, nascondendosi – come Betocchi – onde evitare il facile scherno di chi ancora ritiene che il poeta sia un essere dedito ai voli pindarici e con la testa fra le nuvole”.

Betocchi, già. Solo dopo aver letto con acribiaca attenzione la premessa e le sei sezioni che compongono il volume possiamo capire fino in fondo, comparando di volta in volta la premessa con i versi, quanto l’orgogliosa rivendicazione di ‘minoritario’ sia al tempo stesso una dichiarazione di fallimento e di compiacimento per una situazione in bilico fra l’accettazione e la protesta. Emblematica l’ultima sezione “La comune strada” dedicata a Betocchi. Ispirandosi quel poemetto a un lontano incontro avvenuto a Cosenza nel 1957, e alla coincidenza che anche Betocchi avesse svolto la professione di geometra, che in qualche modo li accomunava, schioccano come frustate versi fulminanti “mentre sul suo viso tagliuzzato di rughe/ per i tanti anni trascorsi/ all’aria aperta e al vento dei cantieri[1] si disegnava l’amaro sconforto/ la delusione del poeta inappagato”. Ed ecco che Cipparrone, in controcanto aggiunge: “Anch’io, nel cuore della Sila,/ andavo per cantieri/ insieme a muratori e carpentieri/ sulle vette di Bottedonato e del Curcio,/ tra argini a strapiombo,/ lampi e rombi di tuono/ nebbie e tormente di neve”. E Betocchi, con una punta di compiacimento rassicura Cipparrone che “Tra coloro che scrivono non siamo/ un’eccezione, geometri sono anche/ Quasimodo, Lisi, Bargellini” disse,/ un po’ compiacendosi – aggiungendo/ all’elenco gli ingegneri Gadda, Sinisgalli/ e l’assistente edile Vittorini,/ per dimostrare che due mestieri/ tanto diversi possono convivere”. Una convivenza strana che impediva la piena assunzione di responsabilità, perché in quella occasione Betocchi incontrando a Cosenza un imprenditore toscano che sorpreso lo venne a salutare, alla sua domanda “immagino per la stessa ragione degli appalti” oltre ad annuire evitò “di precisare/ il vero motivo della sua presenza/ e poi giustificandosi mi confidò sottovoce:/ “lui di me ignora tutto, mi conobbe/ quando ancora dirigevo i cantieri”.

“Capii allora” conclude Cipparrone “che il destino dei poeti è nascondersi,/ che il poeta è un clandestino”.

Un clandestino che però non ama arrendersi e se “La strada da percorrere/ non era breve né comoda,/ disseminata di polvere, sassi aguzzi,/ forre, gore, faglie,/ s’inerpicava per colline incolte;/ di giorno l’illuminava un sole avaro/ nascosto dalle nubi,/ di notte un’imbronciata luna”, non mancava “l’ostinazione del solitario andare” “nella dignitosa umiltà di chi sa/ che raggiungere la meta è difficile,/ ma ogni piccola tappa è un passo avanti/ un punto in più: avamposto da cui/ ripartire, perché la parola è il sangue dei poeti:/ vive oltre la morte nel cuore degli altri”.

La parola, già. Infatti è su questo sangue, la parola, che Cipparrone intesse il suo racconto partendo da “Le parole non bastano” se “Sull’anemica pagina/ scorre un filo di sangue:/ Scrivere è opporsi, resistere”. Non bastano e sono disordinate: “Il disordine delle parole” infatti “compone sciarade,/ lasciando freddi gli animi.// L’acqua non irreggimentata/ corre lungo le pendici del monte,/ scende a valle sparsa in mille rigagnoli,/ si disperde in un labirinto di sterili tragitti”. È la requisitoria di una poesia che cerca giustificazione alla mancanza di fiato e si rifugia in sterili elucubrazioni prive di qualsiasi significato. “Ci sono poeti/ che intrecciano versi/ come fili di una matassa/ difficile da sbrogliare,/ illudendosi d’interpretare/ la complessità del mondo”. E poi “Le parole non cadono dall’alto”, bisogna cercale, trovarle dentro di noi, farle diventare nostro sangue Altrimenti “Vana l’insania di molti/ d’apparire arrangiandosi,/ patetico il loro sgomitare,/ far carte false, vendersi/ l’anima al diavolo,/ pur d’arraffare il possibile/ tranne l’irraggiungibile,/ ciò che non si può ipotecare/ prendere per il culo: il futuro”.

In “Poesie sulla poesia di questi anni” Cipparrone si sofferma sul mutamento (evoluzione o involuzione?) della poesia odierna nel tentativo di dare a questa ricerca uno sbocco positivo, ritrovare cioè con la poesia un rapporto diretto, libero da fronzoli, fumisterie e trucchi. “Adesso finalmente i piedi in terra/ la vita nel suo vero rapporto” anche se a volte manca il coraggio di uscire allo scoperto:”Pur volendo/ non riusciamo a parlare terra terra/ dire pane al pane”. La speranza della poesia però è nel futuro perché “Dove un poeta anemico e servile/ sparge delebile inchiostro di menzogne/ vi sarà domani un ragazzo/ innamorato della verità/. Più non la lascerà scappare/ o trafelata prendere un taxi per allontanarsi/ dal marciapiede insanguinato”. No, non sarà così perché “In ogni poema le parole/ avranno ragione da vendere,/ sfileranno in corteo/ lungo le strade e le piazze.”

Nelle “Invettive – contro gli altri e contro se stesso” l’ironia diventa corrosiva come in “Epitaffio per un poeta libertino” che “Cambiò spesso metro e stile/ così come moglie e amanti”. Ma ce n’è per tutti: dal critico venale che “Prese in giro la gente/ riempiendosi le tasche fraudolentemente” al poeta logorroico che “…ha il vizio/ di fumarsi cento sigarette al giorno,” o “scrivere migliaia di versi all’anno”. Ma Cipparrone non risparmia nemmeno se stesso, e si fustiga, ingiustamente, perché vorrebbe volare alto e quando si accorge che non ci riesce come l’albatro di Baudelaire si accanisce: “L’ispirazione – quella bassa/ e alla mia portata – è la madre sciagurata/ dei miei libri imperfetti”. Però, malgrado tutto alla poesia non si può rinunciare “…sono un tuo figlio,/ spurio, illegittimo, indesiderato/ che tuttavia esiste” e quindi, volere o non volere mi devi accettare perché “Scaturito dal tuo grembo, anch’io/ sono sangue del tuo sangue/ vuoi o non vuoi, anch’io ti appartengo”.

Non so se Cipparrone, con questo volume ha voluto levarsi qualche sassolino dalle scarpe, ma sicuramente è un libro utile per tutti coloro che frequentano la poesia con passione, sincerità ed onestà, perché è uno specchio nel quale riflettersi e scorgere le non poche mancanze o debolezze di ciascuno di noi.

 

 

[1] I versi in corsivo riprendono alcune espressioni di Giorgio Caproni, tratte da un articolo su Betocchi, apparso su “Le Fiera Letteraria”. Nota di Carlo Cipparrone.

Recensione
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