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Lo scialle

That’s All… Sì, questo è tutto.
Titolo di un blues. Di un blues religioso, ma potrebbe essere il blues dell’universo, del mondo universale dell’uomo.
“Quello che voglio dirvi è che uno può anche non capire la//Bibbia,//è tutto qui, vi dico che è tutto qui,//ma farebbe bene ad avere un po’ più di religione, ora vi dico//che è tutto qui. …….
Quel tipo di predicatore, con i suoi sermoni elevati,//lui deve andare a scuola, deve imparare a predicare,//ed è tutto qui, vi dico che è tutto qui,//ma farebbe bene ad avere un po’ di religione, ora vi dico//che è tutto qui…”.
I versi del blues scavano le pareti dell’anima, le fanno sanguinare, le fanno folleggiare, graffiano l’impossibile interiorità, annullano la fantasia, creano la pazzia…, e il buio del distacco dell’anima dal corpo pone davanti agli occhi il geroglifico intraducibile del dolore.

Ci potranno essere tutte le gioie del mondo, tutte le cascate diamantine dei sorrisi e delle promesse di benessere e di ricchezza. Sì, ci potrà essere il treno senza fine che sparge i suoi doni dai finestrini incorniciati di oro zecchino. Ma il dolore resta e la felicità non arriva.
Non arriverà mai.
Non arriva neppure l’illusione, non arriva neppure il riposo. Forse potrebbe arrivare la speranza di una soluzione finale; ma solo se questa speranza soffia sul dolore la grazia di un mistero che sta al di là di ogni confine terreno.
Forse.
Ma ci sarà questa speranza di soluzione finale del dolore offerta da un mistero ultraterreno?
Ricordarsi del blues That’s All, e poi ancora di questa domanda, dolorosa,:
cos’è questa predica della soluzione finale del dolore?
“… io vi dico che è tutto qui… ma (il predicatore) farebbe bene ad avere un po’ di religione… io vi dico che è tutto qui”.
Ciò che è stato appena detto, vale per non ‘predicare’ mai nulla. Il dolore è dolore, il mistero è mistero, la speranza è speranza.
Ed è così!
Qui, nello “Scialle” di Cinthia Ozick, c’è il dolore, ed è il dolore del distacco definitivo, senza speranza e senza mistero. E’ il dolore di un distacco irreparabile, quando tu non sai più dove sei e chi sei. Tu puoi perfino sognare, se vuoi; puoi anche liberarti del vuoto di sterco e di artigli che ti stringe e ti stritola.
Tu sei invincibile.
Ma dentro vive soltanto il tuo scheletro – tu sei soltanto scheletro -, e quando questo tuo scheletro cerca di riprendersi tutto il sangue perduto e tutti gli organi bloccati e tutto il resto che non si vede; - ma il sangue, gli organi e il resto non si curano e non si recuperano se non con le parole aride della lontananza, dell’annullamento totale dell’amore… -; ebbene, quando questo tuo scheletro cerca di rivestirsi di tutti gli abiti della dignità umana – compresa quella dello spirito -, lui, questo tuo martirizzato scheletro prosciugato di tutto il sangue dell’amore, soccombe, non ce la fa più, dimentica chi è, chi è stato, chi potrebbe essere nel prossimo futuro.
Soccombe e poi resta uno straccio per lavare pavimenti. Non di più.
Lui resta uno scheletro, soltanto uno scheletro. Eppure questo scheletro possiede tutte le caratteristiche del corpo di un uomo: fisicamente, visibilmente, concretamente valido. Qui, nello “Scialle”, il corpo è di una donna di nome Rosa.
Rosa, prima del fatto era un essere umano che viveva per la vita. Lei teneva nascosta nello scialle la perla del mistero della vita. E non aveva paura di nulla.
Di nulla!
Lei viveva; lei aveva vissuto; lei avrebbe vissuto.
Sì, dentro di lei, con quella ‘cosa’ dentro lo scialle, avrebbe donato al mondo tutta se stessa.
Il dono più importante della vita.
Lei sapeva. Lei sapeva di donare al mondo tutta se stessa. Lei non aveva – non avrebbe mai avuto – paura di vivere, di affrontare ogni difficoltà, di relazionare con il mondo intero, di raccontare in seguito ogni cosa. Il mondo sarebbe stato per lei un grande giardino, dove ci sono fiori, colori, ruscelli e acqua limpida e fresca; e insieme a queste belle cose, ci sono anche insetti, vermi, serpenti e acqua marcia di rigagnoli senza tempo.
Lei tutto sapeva.
Ma adesso, con la distruzione di quella ‘cosa’ miracolosa nascosta dentro lo scialle, il mondo è diventato per lei soltanto un giardino pieno di filo spinato e di brutture di ogni specie, compresa la bruttura della - Vitalità Repressa: una teoria sulla base biologica della sopravvivenza -. La bruttura del grande nemico ‘metafisico’, che appoggia i suoi artigli sulle Quattro Nobili Verità del pensiero buddistha, usando le quali tutto il ‘dolore’ scompare, e così scompaiono dalla mente e dal cuore bruttezza, vecchiaia, cordoglio, malattia, disperazione e… nascita.
Il grande nemico del rinnovamento.
Il grande rinnovamento di chi ha avuto ‘Vitalità Repressa’ nei campi di sterminio nazisti. La grande opera di umanità realizzata dall’Associazione Americana di Sociopatologia Clinica.
Ma qualcosa qui non va.
No, assolutamente non va!
Questa umanistica Associazione Sociopatologica evidentemente non conosce la storia di Rosa – di tutte le Rosa -; di Rosa, che ha tenuto nascosta nello scialle una cosa terribile e miracolosa.
Questa Associazione umanitaria non conoscerà mai la storia di Rosa – e di tutte le Rosa -, né vorrà mai conoscerla.
Ciò che contiene lo scialle di Rosa non è visibile. E’ una ‘cosa’ che si vede e si sente e si avverte in ogni suo movimento, in ogni suo respiro e pianto, ma ciò che trasmette la ‘cosa’ di Rosa nascosta nello scialle non è possibile avvertirla, e non è possibile neppure ‘vdere’ ciò che essa trasmette al cuore di Rosa.
Questa ‘cosa’ vive e urla, e ha un nome: Magda. Ma tutto finisce qui. Magda, e poi basta: questo per tutta l’umanità.
Naturalmente non per Rosa.
Non per Rosa, la madre.
Magda per Rosa è luce – soltanto luce -, luce che non abbaglia, che non infastidisce, che non mette in risalto segreti, mancanze, iniquità. Magda è luce che scalda e dà forza; scalda il cuore e dà forza di vivere, di credere, di conoscere la serenità, la felicità, l’ordine dell’interiorità. Magda è luce che dà equilibrio al cuore, a tutto il corpo e all’anima.
Sì, anche all’anima: perché no?
Rosa ha ricevuto da Magda una luce esclusiva che non è di questa terra.
Ma la malvagità dell’uomo non conosce confini. L’uomo resta impigliato nei rami affilati e pieni di spine della sua disumanità.
Rosa non è, ‘pazza’.
E’ l’uomo, pazzo. E’ quell’uomo che crede di vedere nei corpi e nelle immagini il frutto proibito della sua impossibile brama e vanità. In ogni pezzo di pane consacrato da parole arcane e vuote, per questo uomo c’è la presenza visibile di un dio; e così, in ogni immagine del corpo umano – per questo uomo -, deve esserci purezza, purezza intoccabile e intaccabile da nessuna razza impura.
Tutto ciò, per l’eternità!
Se questa immagine non corrisponde al mio volere, io la distruggo, la incenerisco, le brucio il corpo fino all’ultimo ossicino. Se questa immagine non appartiene alla razza a cui io appartengo, io la dissolvo nel fumo acre del camino crematorio. Magda è il frutto di un essere umano che non riconosco, dunque deve essere distrutta.
Che ne sa, colui che ha acceso i forni crematori dell’Olocausto, di quella luce che dà forza di vivere, di credere in se stessi e offre la conoscenza della vita a chi l’ha portata in grembo e poi creata e poi vissuta insieme? Che ne sa, colui, della vera serenità, della vera felicità, del vero ordine interiore, del vero equilibrio del cuore, del corpo e dell’anima?
Lui non sa.
Rosa ha perso quella ‘cosa’ che dà la vera – e unica – luce a tutta se stessa. Rosa vive adesso – ed ha incominciato a vivere da quel giorno che ha perduto, in quel campo di sterminio nazista di Varsavia, la ‘cosa’ che le dava luce – la sua vita che non è più vita, perché la luce si è trasformata in buio.
Soltanto in buio.
Ma per l’Associazione Sociopatologica, Rosa è soltanto una superstite dello sterminio, non un essere umano, non una donna che ha perduto per sempre dentro di sé la luce del vero significato della vita.
L’Associazione Sociopatologica non ha capito che Rosa, con la ‘cosa’ della vera luce dentro di sé, avrebbe superato ogni contaminazione nociva del vivere sottomessi agli altri; contaminazione che porta alla distruzione della personalità esclusiva di ogni essere umano.
Rosa, per questa Associazione, è soltanto un numero, una sigla, una lettera dell’alfabeto cucita sulla manica a strisce; Rosa è una superstite del Grande Sterminio che può dar lustro – e prestigio – agli accoliti dell’Associazione, raccontando in prima persona la tragedia dell’Olocausto, la tragedia del suo numero stampato sulla manica che ha prodotto l’Olocausto, la tragedia che tanto piace alla gente che non ha conosciuto l’Olocausto ma vuol sapere.
E vuole rifletterci sopra, vuole elucubrarci sopra, vuole – sentite un po’ – piangerci sopra; piangere lacrime aride che non hanno umanità.
Già, rifletterci, elucubrarci, piangerci sopra: tanto sono i ‘superstiti’ a raccontare. Cosa raccontano i ‘superstiti’? Loro raccontano – sanno raccontare proprio bene – la fiaba del ‘Fuoco che ha bruciato il mondo’; la fiaba che non dà scampo a nessun essere umano, e non dà scampo a nessuna umanità.
Ecco dunque la letteratura di Cinthia Ozick; ecco la sua opera “Lo Scialle”con la sua potente scrittura che offre al mondo la chiave che apre occhi, mente e cuore della gente. La letteratura di Cinthia Ozick fa conoscere al mondo la perdita della propria dignità umana di chi muore prima del tempo, di chi ha perso la serenità della vera luce ed è costretto – lo sarà per tutta la vita – a vivere nel buio dell’incomprensione di tutto il genere umano.
Qui di seguito, una pagina di grande letteratura di Cinthia Ozick.

***

Prima, una premessa.
La scena avviene in un tempo che va all’indietro di più di mezzo secolo; in quel tempo di viltà e di malvagità estreme; in quel tempo dove non c’è nulla e non si vede nulla. Buio estremo.
Un inchino, un piccolo inchino, un attimo di riposo; il riposo della Grande Letteratura.
“… Ma ora la bocca di Magda rovesciava una lunga corda viscosa di clamore.
- Maaa...
Era il primo suono che Magda avesse mai emesso dalla gola da quando i capezzoli di Rosa si erano seccati.
- Maaa… aaa!
Di nuovo Magda barcollava nella luce pericolosa dell’arena, scarabocchiando su quelle zampette torte così pietose. Rosa capì che Magda piangeva per la perdita del suo scialle, capì che Magda stava per morire. Una marea montante di comandi martellò nei capezzoli di Rosa: Vai, corri, prendi! Ma non sapeva qual era la cosa da prendere per prima. Magda o lo scialle. Se fosse saltata nell’arena per acchiappare Magda, l’urlo non sarebbe cessato, perché Magda lo stesso non avrebbe avuto lo scialle; ma se fosse corsa nella baracca a cercarlo, e l’avesse trovato, e se avesse inseguito Magda tenendolo e agitandolo, allora avrebbe riportato indietro Magda, Magda si sarebbe messa lo scialle in bocca e sarebbe tornata muta.
Rosa s’infilò nel buio. Fu facile scoprire lo scialle: Stella (la nipote che aveva rubato lo scialle a Magda) ci si era rannicchiata sotto, addormentata nelle ossa esili. Con uno strappo Rosa liberò lo scialle e volò – poteva volare, non era che aria – nell’arena. Il calore del sole mormorava di un’altra vita, di farfalle d’estate. La luce era placida, morbida. Dall’altra parte del reticolato, in lontananza, c’erano prati chiazzati di denti di leone e di violette dal colore intenso; al di là, ancora più lontano, innocenti gigli tigrati, alti, che drizzavano i loro berretti arancione. Nelle baracche parlavano di ‘fiori’ e di ‘pioggia’: escrementi, rigide trecce di sterco, la lenta cascata marrone puzzolente che colava giù dalle cuccette di sopra, il fetore misto a un fluttuante fumo acre e oleoso che restava appiccicato alla pelle di Rosa.
Rimase per un attimo al margine dell’arena. Talvolta la corrente elettrica dentro il reticolato sembrava ronzare; persino Stella diceva che era soltanto immaginazione, ma Rosa sentiva voci reali nel filo: tristi voci granulose. Più era lontana dal reticolato, più chiaramente le voci si affollavano a parlarle. Le voci lamentose facevano vibrare le corde con tanta convinzione, con tanta passione, che era impossibile sospettare che fossero fantasmi. Le voci le dicevano di levare in alto lo scialle; le voci le dicevano di agitarlo, di farne una frusta, di spiegarlo come una bandiera. Rosa sollevò, agitò, frustò, spiegò. Lontano, molto lontano, Magda si chinò sulla sua pancia nutrita d’aria, tendendo i bastoncini delle braccia. Era in alto, su in alto, portata sulle spalle da qualcuno. Ma la spalla che portava Magda non veniva verso Rosa e lo scialle, si allontanava, il puntino di Magda si perdeva sempre di più nella distanza fumosa. Sopra la spalla brillava un elmetto. La luce batteva sull’elmetto e lo faceva scintillare come una coppa. Sotto l’elmetto un corpo nero come un domino e un paio di stivali neri si affrettavano in direzione del reticolato elettrico. Le voci elettriche cominciarono a schiamazzare forsennate. – Mammaaa, mammaaaaa – ronzavano, tutte insieme. Come era lontana da Rosa ora Magda, di là da tutto lo spiazzo, oltre una dozzina di baracche, completamente dall’altra parte! Non era più grande di una falena. Tutt’a un tratto Magda nuotava nell’aria. Tutta Magda veleggiava sospesa. Sembrava una farfalla che andasse a toccare un viticcio d’argento. E l’istante che la testa piumata di Magda e le sue gambe a matita e la pancia a pallone e lo zig-zag delle braccia schizzarono contro il reticolato, il ringhio delle voci d’acciaio impazzì, incitando Rosa a correre e correre fin dove Magda era caduta dal suo volo contro il reticolato elettrico; ma naturalmente Rosa non obbedì. Rimase lì immobile, perché se avesse corso loro avrebbero sparato, e se avesse provato a raccogliere gli stecchi del corpo di Magda avrebbero sparato, e se avesse lasciato erompere l’urlo di lupo che ora le saliva lungo la scala dello scheletro, avrebbero sparato; così prese lo scialle di Magda e se ne riempì la bocca, lo pigiò e lo pigiò finché non si ringozzò l’urlo di lupo e sentì l’intenso sapore di mandorle e cannella della saliva di Magda; e Rosa bevve lo scialle di Magda fino a che non fu secco”.

***

Una pagina dell’Olocausto difficilmente eguagliabile.
Difficilmente eguagliata.
Per questa ragione la si è voluto riportare tutta per esteso, integralmente, responsabilmente, oggettivamente, spietatamente, consapevolmente.
Quando si leggono di queste pagine, ci si inchina davanti a chi le ha scritte Non c’è altro da fare.
Inchinarsi, forse inginocchiarsi anche un po’, forse – ma il forse è da togliere – chiedere perdono per chi ha voluto, e messo in pratica, l’Olocausto.
Chiedere perdono? Forse, o forse no.
Chiedere perdono? E’ una domanda che non ottiene risposta.
La soluzione della domanda? La soluzione è dentro le crepe degli abissi che non hanno eco.
Chissà.
Noi, qui, riportiamo soltanto un fatto minimo; un fatto minimo nello sterminato fatto della guerra che ha coinvolto il mondo intero. E ha prodotto l’Olocausto.
Ma è poi tanto minimo il fatto riportato?
Ancora un chissà.
Ma il fatto resta scolpito nel cuore di chi viene a saperlo; poi questo ‘chi’ trarrà le sue proprie conclusioni. Personali, esclusive, tormentate, liberatorie; di rabbia, di odio, di misericordia.
Nulla c’è da aggiungere, la vita umana è questa e un’altra non c’è.
Ma la guerra! Ma l’Olocausto! Parole, parole da predica, e così si ritorna al blues iniziale. “… Quel tipo di predicatore con i suoi sermoni elevati//lui deve andare a scuola, deve imparare a predicare,//ed è tutto qui, vi dico che è tutto qui,//ma farebbe bene ad avere un po’ di religione, ora vi dico//che è tutto qui”.

***

Con dentro quel fatto del reticolato elettrico, Rosa resta il personaggio impossibile, improbabile, ‘pazzo’, dell’opera di Cinthia Ozick. Nella donna Rosa tutto è possibile, e tutto è impossibile. In lei non c’è vita, in lei c’è buio, in lei c’è soltanto quel fatto: decisivo, indipanabile, irrisolvibile.
L’Olocausto fatto donna.
L’Olocausto della donna.
Rosa ha perduto la luce, il buio la circonda e la rende un essere senza vita.
Così segna per sempre, nella vita di una donna, un fatto che solo la grande letteratura può trasmettere, se scritta con vera umanità.
La lontananza dal cuore di ogni soffio di uguaglianza umana.
Tentativo di spiegare con l’opera pittorica universale il tormento di Rosa.
Si possono spendere parole per un’opera pittorica di Paul Klee o di Alexei von Javlensky? Si possono spendere parole per la fantasia di Chagall, Russolo, Severini e Pablo Picasso? C’è caducità in ogni respiro umano, e la caducità sta nelle opere di Erich Heckel, di Emil Nolde, di Maurice de Vlaminck, di André Derain, di Albert Marquet, di Matisse e di Fresz.
Imprendibile comunicatività, irripetibile mistura di forme e di colori, che allontanano l’uomo dalla terra e lo rendono ‘solo’.
Tutto è incognita, tutto è sfuggente sovrapposizione, appesantimento, solitudine, soffio di fantasia (pazzia), voli negli spazi, accostamenti impossibili, luci impossibili, forme impossibili, farfalle e fili liberati nell’immensità… Ray, Schwitters, Sutherland, Matta, Charchaune, Berlevi, Kassak, Muche, Itten, Sironi, Mathieu, Jean Paul Rapelle…
Tutto si fa buio, tutto si fa piatto, spessore, imprevedibilità. E’ la volta di De Kooning, Gustau, Frankrnthaler, Noland, Reinhardt. E lo scoppio della mente si fa sorriso dell’attimo e la fine dell’avventura è definitivamente annunciata… Matterwell, Diller, Hofmann…
Realtà spezzate, immaginazione, immagini che corrono nell’imprevedibile futuro. Urlo della mente, urlo che non ha quiete, e gli occhi vedono al di là di un drappo strappato. C’è l’inutile quadrato da cui non si scappa, c’è la lotta dei contrasti che impazzisce, c’è l’utopia dentro la reazione di ogni cellula vitale, del cuore e della mente… Schnabel, Baselitz, Grutzke, Heisig, Matheur…
No, non è possibile esprimere il buio di Rosa. In ogni allucinante forma di espressività universale della mente e dell’anima tutto è relativo. Nulla si avvicina alla ‘fine della vita’ di Rosa Lublin. Tutto si intorbidisce e poi si fa calmo. Ma il deposito del torbido resta, quieto e invisibile, nel fondo. Quieto e invisibile fino al prossimo scontro con l’allucinante realtà del fatto terribile del reticolato elettrico con le voci impazzite della crudeltà.

***

Dalla postfazione allo “Scialle” di Mario Materassi.
“Cinthia Ozick: chi è costei?
Una domanda impensabile, questa, negli Stati Uniti… nessun effimero… L’immaginazione è più che una finzione, più che il potere di inventare. E’ anche il potere di penetrare nel male, di assumersi il male, di diventare il male, e in tal senso è la più terribile delle facoltà umane. Chiunque scrive un racconto in cui sia presente la malvagità, vi entra dentro, e diventa il malvagio… L’immaginazione crea l’indicibile e il non fattibile, e lo dice e lo fa. E ancor più pericoloso: l’immaginazione sempre brama di far crollare il senso, di distruggere l’interpretazione, di logorare il razionale, dileggiare la sorpresa della redenzione, sostituire la forza fluida dell’attesa con una immagine di stasi; di pietrificare e paralizzare piuttosto che di incitare, di far traboccare, come per un prodigio d’ordine mercuriale, un idolo dopo l’altro. Ma l’idolo non serve nessuno: un idolo lo si serve…”.
Sì, un idolo lo si serve! Non c’è altra soluzione. Un idolo ti entra dentro e tu lo devi servire.
Sei uno straccio per la pulizia dei pavimenti. Tu raccogli tutte le brutture che l’uomo lascia sotto di sé, poi tu, straccio per la pulizia dei pavimenti, verrai buttato nel cassonetto dei rifiuti. La fine è questa, la fine è nota.
Rosa è obbligata a servire l’idolo della malvagità che l’ha fatta sua per sempre. E Cinthia Ozick, nata nel Bronx da genitori ebrei – entrambi immigrati dalla Russia – assorbe, e fa sapere al mondo con la sua scrittura incisiva e spietata, tutte le cellule di umanità derubate a Rosa da quel tipo di uomo che non può – né potrà mai – possedere umanità.


Recensione
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