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Laura Pierdicchi si ripropone ai lettori con un libro di poesia dal titolo non facile, soprattutto a causa dell’inflazione di titoli contenenti termini legati alla variabile temporale (per fare soltanto qualche recente esempio di valore: Il tempo successivo di Carlo Cipparrone, Misura del tempo di Marco Gatto, Il tempo dovuto di Gabriela Fantato). Le premesse, comunque, non vengono tradite e il volume, dall’inizio alla fine, colpisce l’attenzione con nitidi frammenti.

A introdurre alla lettura è Gio Ferri con “La ricerca dell’ubiquità”: «La poesia, apparentemente distesa, andante in senso musicale, di Laura Pierdicchi rivela, al di sotto, appunto, di un’accettazione ancorché malinconica della quotidianità come non-tempo eternale, l’affanno represso»…«l’incertezza accentua il desiderio d’essere, noi, io, ancora una volta qui e altrove. Solo la poesia può renderci ubiqui. La ricerca dell’ubiquità» è «attributo del Dio del tutto e del nulla».

I frammenti del tempo diviso si susseguono senza alcuna sbavatura, come cassetti contenenti brandelli di vita di cui si è impossessata la finzione. La verità si frantuma in scaglie contrastanti e non rimane che orientarsi sulla base di sensazioni:  «L’occhio è il nostro universo. || Nell’iride le costellazioni – | la pupilla è la terra | il fulcro – il centro della visione. || La nostra verità | si perde nel bianco della sclera | ovvero nel nulla.».

Il nulla potrebbe coincidere con la forma assoluta, come nel caso di Quadrato bianco su fondo bianco di Malevič, ma servirebbe ancora un atto di fede nei confronti delle nostre facoltà percettive. Come quando «Da lontano avanza | un nero muro di particelle», la realtà ci viene incontro però persiste una sensazione di solitudine che sovrasta tutto quanto e il dubbio travolge con gli effetti di ottica illusione. Gli inganni tridimensionali producono disagi di certo inferiori a quelli cagionati dalla quarta dimensione: il tempo. Il tempo e il suo mistero (così indagato anche da Pavel A. Florenskij).

Laura Pierdicchi osserva come «Di fronte alle cose inerti | il nostro peso risulta lieve || fugace la nostra vita | rispetto al loro eterno.». Pare di sentire riecheggiare parole famose di Anna Achmatova: «Tutto quel che vedo mi sopravviverà.».

La poetessa coglie lo spirito del nostro tempo con alcuni tra i suoi frammenti più pregnanti, come il seguente: «Di questo incerto sentire | del malessere che s’insinua fisso | (e pesa il passo ed ogni movimento) | di questa voglia di non so cosa | del tutto e del niente | dell’attesa di un giorno | e un altro ancora | mi chiedo || ora che la realtà virtuale si specchia | in forme sempre più varie – sempre | più perfette nel consueto digitare || e mi sento ragno | di una smisurata ragnatela | oppure cellula | fluttuante in rete.».

Risulta utile rammentare un altro frammento di rilievo contenuto ne Il tempo diviso, con il quale l’autrice fissa, attraverso la filigrana di poche parole, il dramma della condizione umana: «Difficile arrendersi al tempo | che scava spazio per cellule morte | quando il respiro cerca ancora rugiada – | il battito ha il suono di una grancassa.».

La consapevolezza che la clessidra sta per spezzarsi (sotto la minaccia dell’oblivione) induce a riempire di rilievi nostalgici le fessurazioni dell’anima. Gli orologi si presentano liquefatti, simbolo della fuga del tempo, come in quadri di Salvador Dalì.

Le impressioni, in luogo delle anelate certezze, impaludano e paralizzano nel dubbio. Paradossalmente la società contemporanea, così avvezza all’idea di progresso, spesso si adagia ancorandosi al pregiudizio e alle finte verità. Occorrerebbe fare propria La lode del dubbio di Bertolt Brecht,  però prevale una sensazione di vuoto che tutto ingoia.

Laura Pierdicchi, in alcuni segmenti versicolari, ammette: «Ho imparato | a leggere il ritmo del fluire nell’infinito | intrigo del sistema – ma dall’inizio | a tuttora balbetto di fronte allo sgorgare | del mistero». Domenico Cara, nella sua produzione poetica e aforistica, si è spesso soffermato sul prevalere, oggigiorno, del balbettio: «ELIMINANDO IL GRIDO | non ha successo il silenzio»; «balbettando, nella perdizione, per sorsi, sintagmi».

Malgrado ciò, con lucidità di visione la poetessa osserva come «Nell’invisibile gabbia | della sconfinata ragnatela | ignari crediamo di scegliere» (anche tra le trame barocche cariane si annidano tanti inattesi e intraprendenti ragni).

Con versi puliti, parole precise, un controllo costante ma senza concessioni a inutili cerebralismi, nonostante le incertezze e gli smarrimenti Laura Pierdicchi, forte della sua solitudine, riesce a individuare spilli di luce inattesi: «Certi momenti segnano | una scintilla oltre la carne.».

Recensione
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