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La stanza alta dell'attesa tra mito e storia

Credo però che sia rilevante sottolineare che questi studenti, secondo il progetto creato dall’insegnante Maria Pia Dimech, hanno espresso i loro commenti dopo la lettura personale de “La stanza alta dell’attesa tra mito e storia” di Maria Luisa Daniele Toffanin che qui presentiamo. Prova che hanno recepito il messaggio, lo hanno elaborato, qualcuno addirittura invitando alla lettura di questo libro.

Elisa P.

La stanza alta dell’attesa – tra mito e storia” è un libro in versi e prose poetiche di Maria Luisa Daniele Toffanin a cura di “Valentina Editrice” pubblicato nel 2019. Si presenta come un sottile libro – di circa 150 pagine – molto curato sia nella grafica e nell’impaginazione sia nella copertina che presenta la raffigurazione – realizzata da Marco Toffanin nel 1968 – di una via di Padova. riflessione sulla tragedia bellica, sul dopoguerra, sulla vita di un tempo e quella di oggi, testimonianza della corrispondenza tra i suoi genitori divisi durante il periodo di guerra e grande omaggio alla città di Padova, la Toffanin presenta un’opera unica nel suo genere.

È una lettura che si divide in tre principali sezioni – “rituali nella grande attesa in cui si formò un’anima, l’attesa, luoghi-persone, giochi e stupori” – legate tra loro dal lungo filo conduttore che il tema dell’attesa rappresenta in questo libro. Che si tratti dell’attesa in campagna, di quella del presepe, di un’attesa innocente – sorgiva nativa d’un tempo felice – o di quella della vita e della morte, l’autrice dà spazio al racconto delle tante attese che sono parte della vita, sottolineandone conseguenze, circostanze ma soprattutto le emozioni che caratterizzano quel frangente di tempo.

Nel libro si definisce l’attesa come “il ritmo che cadenza la vita e della natura e dell’uomo”, “un sentiero-percorso vita / che si allarga in radure di germogli / si restringe in strettoie di rinunce / inconscio esercizio di accettazione / poi cifra del proprio dovere” definizione che porta alla luce ogni più piccola sfaccettatura dell’atto di rimanere in attesa fiduciosi, con il fiato in sospeso, trepidanti di speranza e aspettative che, talvolta, finiscono con il venire deluse. L’aspetto razionale viene affiancato a quello emotivo e la combinazione dei due dà luogo a un microcosmo che l’autrice chiama “stanza alta dell’attesa”, un luogo in cui tutte le sensazioni disordinate e indefinite che rimandano al momento dell’attesa trovano una loro sistemazione o, talvolta, qualora l’attesa si sia conclusa in modo spiacevole, una spiegazione che ne renda più facile l’accettazione.

La natività, e la grande attesa tradizionalmente legata ad essa, è l’altro tema che trova grande spazio tra le pagine di questo libro, ed è in questo frangente, ancor più che in altri, che diventa difficile non notare l’unità della famiglia di cu viene raccontata la storia, un’”universa famiglia” a cui l’autrice dedica l’intera opera – “a mia madre Lia e mio padre Gino / in Padova la mia città natale”.

È Padova forse la chiave e il tema centrale di questo libro, luogo natale, per l’appunto, della Toffanin e “sua città dell’utopia / mondo limpido di gente fida / il sentire sincero e umile”; la prima sezione di questo libro si apre proprio con queste parole che sin da subito sottolineano quello che si rivelerà essere il profondo legame dell’autrice con questa città. “Via Aristide Gabelli 15” – “nascondevi il virginale riserbo di eleganti dimore / strette insieme da affettuosi portici / in verdi arpeggi rossi guizzi d’acqua / segreti in giardini oltre discrete soglie inizia così la poesia a lei dedicata” – riecheggia tra le righe con insistenza diventando familiare al lettore dopo sole poche pagine, così come il Caffè Pedrocchi, l’abside di Santa Sofia, il Monumento al Gattamelata e tanti altri importanti punti di riferimento di Padova che sono stati parte fondamentale della vita e dell’infanzia dell’autrice. La “sorgiva bellezza” di questa città ha ispirato numerose delle poesie presentate in questo libro alcune delle quali già apparse in precedenti volumi così che vediamo le vie e i portici sotto i quali camminiamo ogni giorno venire celebrati e raccontati da chi forse li ha vissuti più di noi.

La poesia che, per la sua semplicità o per il tema di cui tratta, mi è rimasta più impressa è la poesia “A Elvira” con la quale l’autrice si duole per la morte del suo usignolo regalatole dallo zio Nino; con sole due strofe piuttosto brevi la Toffanin riesce a esprimere il dolore per aver perso la parte felice di se stessa e a riconoscere il preludio dell’amara verità che scoprirà solo da adulta: quando si perde una persona cara si perde una parte di se stessi.

Dal ritmo piuttosto lento e dal lessico molto ricercato, è in generale un libro la cui lettura richiede concentrazione e attenzione e la cui comprensione non è sempre facile e immediata. L’utilizzo dell’endiadi, enumerazione, anastrofe, anacoluti e frequenti metafore rende la scrittura molto elevata, piacevole alla lettura anche se poco scorrevole. Le frasi lasciate in sospeso e le spiegazioni non ultimate rendono questo libro quasi da completare e non solo da sorbire in modo passivo, come se venisse richiesto al lettore di inserire l’ultimo tassello di un grande puzzle traendo in questo modo le proprie conclusioni.

È un libro in cui Maria Luisa Daniele Toffanin ha riposto l’essenza della sua vita, una trasposizione degli eventi che più l’hanno segnata, dei suoi affetti e dei suoi ricordi di infanzia; l’autrice dà la possibilità al lettore di avere tra le mani il proprio diario personale, lo rende partecipe di racconti, emozioni, attese che si susseguono tra le pagine che scorrono con un ritmo che ora rallenta ora incalza la lettura. Le poesie, numerose e sempre molto diverse tra loro, rappresentano un mezzo capace, con parole ricercate ed efficaci di condensare ciò che l’autrice esprime nelle pagine successive con una concretezza e una tensione emotiva di molto maggiori.

Come nelle favole dei bambini, come nelle antiche mitologie, i versi e le memorie così personali e vive di Maria Luisa Toffanin […] infondono nel nostro cuore un’intima armonia, alludendo ad un’unità compiuta, e tuttavia in continua evoluzione, tra materia e forma” scrive Luisa Scimemi nelle primissime pagine del libro e sempre così credo si possa concludere questo percorso di lettura con “La stanza alta dell’attesa” che, unico nel suo genere, costituisce un omaggio alla città di Padova, d’amicizia, familiari e di condivisione.

Beatrice R.

Maria Luisa Daniele Toffanin nata a Padova è l’autrice di una grande raccolta di poesie tra cui “La stanza alta dell’attesa”, pubblicato a novembre del 2019, un libro in cui è presente un alternarsi e mescolarsi di prosa e poesia.

L’autrice, attraverso il ricordo, visita diverse stanze nella sua memoria: stanze che racchiudono la sua infanzia felice ricca di affetti, figure, ambienti, sogni e attese compiendo un viaggio a ritroso nella sua mente, è una riaffermazione di quei valori familiari e d’amicizia da lei sempre sostenuti.

Nel susseguirsi delle pagine intrise di ricordi, nel succedersi delle vicende diventano simbolo di una comunità viva, seppur lacerata dal dopoguerra, la solidarietà, la gioia, il conforto, l’accoglienza e lo stare insieme. Una storia che deve essere insegnata alle nuove generazioni attraverso la quotidianità della gente comune.

Il filo conduttore del libro è proprio l’attesa che scandisce i vari momenti, tra tutte la più bella era quella del Natale che sottolinea il senso di appartenenza dell’autrice ad una grande famiglia, a lei molto cara.

Nello sfondo del ricordo dell’infanzia occupa una grande importanza la città di Padova, che definirei un personaggio principale al pari delle altre figure descritte: giardini, portici, piazze, negozi e case vengono raffigurati come luoghi magici e vividi, grazie ai dettagli con cui vengono illustrati, e solo una volta cresciuta la protagonista diventerà consapevole di quanto questi siano stati importanti per la sua crescita.

Al termine del racconto l’autrice descrive un presente, un nuovo orizzonte, lontano dalla sua amata città, che comunque riserva ancora attese e magie. In questo modo il libro si chiude con una riflessione sullo scorrere del tempo e sull’importanza che i ricordi hanno su di noi e sul nostro futuro.

Non avevo mai letto un libro di questo genere ma, nonostante questo, l’ho trovato molto coinvolgente e curato, solo inizialmente mi è parso un po’ confusionario, ma poi leggendolo una seconda volta ho capito ciò che l’autrice voleva trasmettere attraverso la descrizione attenta anche ai minimi dettagli. Nonostante questa sia un’autobiografia molto personale, mi ha permesso allo stesso modo di ritrovarmi nelle varie osservazioni e riflessioni dalle quali si può comprendere che noi stessi siamo frutto delle nostre esperienze passate che non vanno dimenticate ma anzi custodite nella nostra “stanza alta”.

Giada L.

Maria Luisa Daniele Toffanin, poetessa e scrittrice padovana, si impegna nel promuovere corsi di scrittura e iniziative culturali quali il concorso di poesia e disegno “Mia Euganea Terra” e collabora con alcune riviste letterarie. Della stessa casa editrice, si trovano altre raccolte di poesie come “L’attesa perlata di stelle e rugiada” (2015), “La casa in mezzo al prato” (2018) e “Pionieri a San Domenico” (2019).

L’autrice ha una notevole padronanza del proprio linguaggio, che è forbito ed elegante, anche se – a tratti – può risultare pomposo e difficile, tanto da rendere la lettura, per coloro che non sono avvezzi a sfogliare poesie, poco scorrevole, cosa dovuta anche alla presenza di numerose anastrofi ed ellissi. D’altro canto, molto apprezzati sono stati i vari punti in cui il parlato padovano si fonde perfettamente con l’italiano, dando vita ai versi dal suono conviviale e vero. Un invidiabile talento dell’autrice è quello di saper dipingere a parole immagini meravigliose, perfettamente vivide nella memoria di una lei bambina quanto sulla carta: leggendo il libro, sono riuscita a vedere Giannina, amica di famiglia, intenta a scrivere in quel suo ameno giardino, fra edere rampicanti e balconi adornati dal viola del glicine, ma anche lo sguardo di quei bambini che guardavano desiderosi lo zucchero filato tenuto da lei tra le mani. Splendida, forse – a mio parere – anche più della poesia stessa, è la prosa, che accompagna i versi arricchendoli di dettagli, che si fa lirica, quasi intima per quanto intensa.

Quelli che Maria Luisa Daniele Toffanin racconta, sono gli anni del secondo dopoguerra che si palesa nella figura del padre, prigioniero di guerra, e in quella dei parenti e degli amici partigiani. Padova, però, si presenta agli occhi della scrittrice, che guarda tutto con l’innocenza dei fanciulli, come un’utopia e in via Aristide Gabelli, con le sue stanze alte, si ha il suo piccolo mondo, dai tratti fiabeschi, colmato dal colore dei fiori e dalle voci di coloro che, insieme a lei, abitavano quel luogo. Padova si ripropone in chiave antica, fatta di tradizioni, di pomeriggi trascorsi a giocare dinnanzi alla basilica di Sant’Antonio e alla chiesa di Santa Sofia, di girotondi davanti al capolavoro di Giotto, non ancora pienamente apprezzato, e della gioia dei giorni di festa. Il filo conduttore del libro è l’attesa: l’infanzia – trapunto di stelle di un cielo aperto ai miracoli –, l’attesa del tempo natalizio e dell’Epifania, che si incarna anche nel presepe “affidato ad altre mani // tante, come una mitica leggenda”, delle giostre e dei dolci nel prato della Valle. Vi erano anche altre attese più semplici, come la nascita di un virgulto di un fagiolo – cosa grandiosa agli occhi di un bambino –, ed altre che vertevano sulla vita, come la nascita di una sorella. Il mondo dell’autrice bambina è fatto dell’affetto dei suoi familiari, dei nonni in campagna che cantavano canzoni che risuonano ancora come echi sul suo futuro di poetessa, degli zii e delle zie in città, che la accompagnavano in bicicletta per le vie del centro, del padre, conosciuto veramente solo dopo il ritorno dalla guerra e della madre, “vestale della casa”. Questo libro, che ho davvero apprezzato – nonostante lo scetticismo iniziale –, narra l’importanza della famiglia, della solidarietà nei momenti del bisogno, di luoghi ormai mutati in quelli da me conosciuti, di ricordi che rimarranno per sempre tra queste pagine come nella memoria dell’autrice.

Alex M.

“La stanza alta dell’attesa – tra mito e storia” è un libro che colpisce immediatamente il lettore per la sua forma letteraria di prosimetro, di dantesca memoria, originale quanto inconsueta, dove prosa e poesia si alternano in maniera sapiente ed armoniosa. L’autrice e poetessa è la padovana Maria Luisa Daniele Toffanin, docente per anni negli istituti superiori della nostra città e attualmente impegnata nelle scuole in incontri con l’autore, momenti di poesia, laboratori di scrittura e attività di orientamento scolastico.

Il libro è autobiografico e si focalizza sul tema dell’attesa nelle molteplici forme, sfaccettature e situazioni vissute dall’autrice durante la sua infanzia: l’attesa del padre che ha combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, la Vigilia di Natale, la notte della Befana, la festa di Sant’Antonio del 13 giugno… Una pagina dopo l’altra, leggendo questo libro, ci immergiamo nell’esperienza della protagonista e insieme a lei viviamo la trepidazione, la gioia, l’impazienza e l’aspettativa dell’attesa, l’eccitazione che precede i momenti importanti della vita familiare e di quella della comunità, emozioni che, così intense e profonde come vengono tratteggiate dall’autrice, caratterizzano in modo particolare il sentire e il mondo interiore dell’età giovanile. Il tema dell’attesa si intreccia con quello della memoria e della rievocazione della sua famiglia, dei luoghi, delle persone care, di fatti ed eventi della vita quotidiana.

L’attesa più grande e logorante che ha affrontato l’autrice è stata quella del padre in guerra, una lontananza straziante e dolorosa confortata però dalla madre, figura fondamentale che ha infuso consolazione e coraggio sia alla figlia che al marito.

L’autrice dà ampio spazio alla descrizione della casa e della via in cui è nata, ovvero Via Aristide Gabelli 15, luogo che non solo ha fatto da sfondo alle sue attese, ma è anche il vero e proprio simbolo e luogo della memoria dell’infanzia e dell’adolescenza, dove ha passato molto tempo con la sua famiglia, con i suoi amici e con i suoi piccoli animali domestici in terrazza. La casa è il luogo fisico, spirituale e ideale che sintetizza e rappresenta la semplicità della vita di una volta, quando la voglia di fare era tanta e ancora di più quella di ricominciare dopo la fine della guerra. La sua casa era dunque, per dirla con la metafora dell’autrice, “un faro comune a cui rivolgersi/ col mare in tempesta”.

L’autrice ricorda poi con affetto e nostalgia i nonni paterni che le sono sempre stati vicino durante l’infanzia nel periodo bellico, colmando, per quanto potevano, il vuoto creato dalla lontananza del padre, a cui inviavano cibo e lettere premurose sul campo di battaglia e poi nel campo di lavoro di Benjaminow, vicino a Varsavia, per tenerlo aggiornato su ciò che accadeva nella sua famiglia e nella sua città.

Un luogo per la Daniele Toffanin molto caro e carico di ricordi è la chiesa di Santa Sofia, dove incontrava zii, cugini e amici del quartiere: lì era stata battezzata insieme alle sorelle, lì si sono sposati i suoi cugini e amici e lì sono state celebrate anche le esequie degli zii.

L’autrice ricorda poi Prato della Valle per l’attesa delle giostre nel periodo della festa di Sant’Antonio, la Basilica di Sant’Antonio e l’attesa della processione che ha luogo ogni anno il 13 giugno, i Colli Euganei, luogo incontaminato in cui faceva gite e pic-nic con familiari e conoscenti, e l’abbazia di Praglia, luogo di feste giovanili e di ispirazione poetica.

I pomeriggi passati con la famiglia sono all’insegna della semplicità e della frugalità di un mondo in cui non esistevano ancora le tecnologie moderne che avrebbero cambiato poi drasticamente Padova e, in generale, tutto il mondo. Consumismo e social network, pilastri portanti della modernità, non esistevano ed erano parole sconosciute: ci si accontentava del poco che si aveva e prevaleva la voglia di stare insieme e divertirsi.

Questo libro presenta un linguaggio ricercato e colto, che richiede una certa attenzione per affrontarne la lettura. Il significato delle parti in poesia non è sempre di facile ed univoca interpretazione, abbondano le metafore e le similitudini.

“La stanza alta dell’attesa – tra mito e storia” è un libro interessante e intenso perché l’autrice tratta un argomento affrontato normalmente in modo veloce, quello dell’attesa vissuta durante la sua giovinezza. Durante questo periodo di transizione avviene la maturazione e il cambiamento del bambino che lo porterà a diventare un adulto e a essere più consapevole e responsabile della propria vita. La giovinezza è inoltre costellata di molte attese che non ci sono più durante l’età adulta; è un periodo di spensieratezza in cui i problemi sono lontani o quasi inesistenti.

Questo libro mi ha fatto riflettere molto sul cambiamento sociale che si è verificato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e mi sono reso conto che la vita di quei tempi era molto semplice, prevalevano valori come l’onestà, la lealtà e la fiducia. Oggi invece viviamo in un mondo in cui la tecnologia ha cambiato molto la nostra vita,si dimenticano gli antichi valori e le piccole cose che ci rendono felici e diminuiscono i contatti sociali che avvengono esclusivamente via cellulare tramite i social network.

Personalmente, consiglio vivamente questo libro a tutti, specie alle giovani generazioni, perché, facendo riflettere sulle differenze tra la giovinezza dell’autrice e il periodo attuale, aiuta a prendere maggiore consapevolezza del presente e a considerare il passato un bagaglio di esperienze da far fruttare nella quotidianità.

Recensione
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