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Gaddo Zanovello

Lucia (Padova), poetessa, vive nelle vicinanze di Padova.

Ha pubblicato diverse raccolte di poesia: Porto Antico (1978), Bramiti (1980), Da serpe amica (1987), Semiminime (1988), Per erbe più chiare (1988), nel 1998 la raccolta retrospettiva in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore); Fatalgìa; In Lúmine; La trilogia del volo; La partitura; Il sonno delle viole (1999); Un parlare d'acqua (2000); Solargento (2000); Memodía (2003); Silentissime (2006); Ad lucem, per undas (2007); Amare serve (2010); Illuminillime (2011), Rodografie (2012), Buona parte del giorno (2013), Disforia del nome (2014), Consapevolvenze (2015), Asincrono scacchiere (Poesie scelte 1962-2015) da Giorgio Linguaglossa (2016), Eventi primi (2017).

Alcuni suoi saggi storici sono stati pubblicati in riviste specializzate.

Negli anni ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi letterari, fra i quali si rammentano i primi premi: 1979, "Edizioni 2000" Sorrento, "Percy B. Shelley" Pisa; 1987, "Città di Alanno"; 1989, "le Muse in Ghetto" Padova; 1991, "Maggio Pontelongano", "Famiglia Bellunese"; 1998, "Cosmo d'Oro"; 1999, "Campagnola" Brugine; 2001, "Fiera di Casalguidi"; 2003, "Contini Bonacossi"; 2006: "Premio dei Lettori", Canaro; 2008: "A. Contini Bonacossi", Casalguidi; 2011: "Campagnola", Brugine; 2013: "Angelo Musco", Milo; "Calabria e Basilicata" (2014, 2015).

Sulla sua produzione letteraria hanno scritto, fra gli altri: A. Agostinis «…poesia che s’innesta sul tronco forte della quotidianità e che, partendo da un semplice oggetto o dallo strombo di un pensiero può dare spazio a parole che evidenziano un grandioso sconvolgimento..tutta la sua poesia è un diario dell’anima che accompagna da sempre il suo procedere nella vita…È la sua una personalità forte, pur contrassegnata da una evidente gentilezza e discrezione. C’è una chiave simbolica che apre al senso della sua poesia, che le è suggerita soprattutto dalla natura, in cui sa cogliere vibrazioni di rara intensità non solo dalle cose, ma perfino dal silenzio che la rimanda a significati ulteriori consegnati a un linguaggio scolpito e sintetico, nutrito di inusitate immagini e trasposizioni. Spesso il suo è un abbandono all’universo fisico, dove avverte il principio della vita e della morte con “l’acqua”, che assurge a simbolo energetico e purificatore.Pare che la vita psichica dell’autrice trovi un linguaggio aderente, quasi connaturato, un sentire intellettivo oscillante tra positività e negazione, che è poi la cifra dell’incerto esistere.»; G.G. Benedetti «Poesia non facile, in cui si concretizza l'acuminata e preziosa ricerca linguistica, capace immancabilmente di far fiorire e maturare in modo felice le ontologie del linguaggio stesso. L'a., nel gioco elegante, armonico, originale, profondo della parola, vitalizza doviziose isole liriche e, nel contempo, riflette il suo composito paesaggio interiore di fronte ai grandi interrogativi dell'esistere, dell'essere, del divenire…»; R. Bettiol «Credo che non vi sia espressione più esatta, per definire la poesia di Lucia Gaddo, dei versi di Gertrud Kolmar, poetessa ebrea di Berlino, morta presumibilmente nel 1943, nel campo di concentramento di Auschwitz . La scrittura per l’autrice (come del resto per la grande berlinese) è un colloquio continuo con sé e con l’altro da sé, in un’espressione fantastica che, pur escludendo una confessione autobiografica, realizza un procedimento di identificazione e di sdoppiamento. La forma espressiva che G.Z. sceglie è sempre alta, in quanto sa consegnare alla poesia la forza del suo pensiero, al limite dell’udibile... È infatti la scelta lessicale il dato da cui parte la poesia dell’autrice, dettata da moti interiori, da vibrazioni spirituali, atte a trasmetterci metafore lievi ed ardite come il pensiero stesso. La parola, per la Nostra, è un caleidoscopio attraverso il quale si possono intravedere i più diversi mondi, le più diverse verità, parola che viene utilizzata nel suo valore polisemico più ampio. Di frequente, inoltre, l’autrice fa ricorso a neologismi, o al contrario, ad arcaismi: per indicare, ad esempio, il suono, la voce stessa della luna che dallo spazio ci raggiunge, usa il lemma Volumine ed, invece, per sottolineare la sua ascesa solitaria al cielo, l’aggettivo raro ed antico erma.…La costante ricerca del bello e della parola alta e significante avvicina la poesia dell’autrice alla corrente mitopoietica, contraria ad ogni tendenza minimalista. La vita stessa resta comunque per l’a., come sottolinea Giorgio Poli nella prefazione, “un grumo dialettico, oscillante tra negazione e affermazione, ma soprattutto un enigma”, un enigma che va comunque vissuto nella sua pienezza, sembra dirci l’autrice, perchè un altro amore alla fine ci dovrà parlare...»; R. Carifi « Si tratta di un libro [Memodía] di ampio respiro lirico, che predilige lo stile alto, aulico, collocandosi con consapevolezza dentro la tradizione, nei momenti più riusciti rinnovandone i toni…un impegno che l’autrice affronta con evidente fiducia nella lingua poetica, nella sua capacità di parlare ancora in un mondo che tende piuttosto a incenerire la parola, a usurarla e a ridurla a moneta di scambio. Il recupero di termini desueti è certamente una sfida, una forma di resistenza al balbettìo, un atto di rifondazione linguistica, di recupero delle radici. L’antico, il remoto della poesia di Hölderlin, l’arcaico che nella grande poesia romantica fa appello dalle sue profondità e si tramanda nella memoria, rivive anche qui, nell’elegia e nel canto di questi versi.»; M. Conconi «Lievità ed eleganza di ordito, applicazione calibrata di immagini classiche e preziose, non come mero supporto erudito, ma come profonda adesione ed elezione ad un'aura eletta, fremiti di sognanti immersioni panteistiche in una natura più spesso amica (mai sfiorata dal dramma e pur tuttavia intrisa di una dolente e struggente malinconia), un sottile fabulismo coltivato dal di dentro come nelle ballate medievali, antiche ma ricche di ammonimenti su una restaurata provenzalità sono le caratteristiche più salienti delle intense liriche di G.Z.»; T. Cauchi [Presidente della Giuria "Leandro Polverini 2012", 4° Premio] «Sembra che la sola poesia scritta ad un certo punto non basti più e il ritorno ad una lingua primigenia fa restare con i piedi saldati, immersi nella terra e riesce a condensare nello stesso verso naturalista il vedere e il sentire, l'immagine e il concetto, il racconto reale e l'elemento fantastico.»; F. De Napoli «[…] sintesi del pensiero dell’autrice, alla base del quale credo si possa individuare, quale minimo comun denominatore con la funzione di cementare e armonizzare le sillogi […] una incrollabile fede “nel respiro della vita […] È il coraggio di chi sa che è impossibile sfuggire, sottrarsi a quella che è la partitura, il copione assegnato a ciascuno di noi nel “concerto universale” e tra lo “sconcerto quotidiano”[…] L’anima smisurata erra alla ricerca d’un sicuro asilo. Concetti come il viaggio, il cielo, il vento, l’eterno ricorrono anche nelle poesie de “La trilogia del volo”. Il punto fermo al quale aggrapparsi è la memoria, “intatta acqua di fonte specchio al diafano cielo”. Ma il ricordo potrà essere vivificato se saprà cercare “veri improbabili frutti o fiori da porre nella gerla chiara della conoscenza”. È un sapere che tuttavia, anziché pacificare, rende inquieti, insofferenti, oppressi, sicché L.G. dà sfogo alla sua insoddisfazione scoprendo l’arma dell’ironia e della satira […]. La poesia intitolata “Sopra una ragnatela”, con le sue avvinte memorie minacciate dalle trame intessute da “nuova seta di ragno” ribadisce l’importanza delle esperienze vissute e sembra richiamare certe atmosfere tipiche di Eugenio Montale: “un’aurora di campo finita fra rane di fosso e vaga la sera caduta di luna fra lucciole brevi di bosso”. “Fatalgìa” esorta lucidamente a liberarsi dalle catene, soprattutto di natura psicologica, che limitano e falsano le sollecitazioni dello spirito […] “La partitura” porta alle estreme conseguenze le conclusioni di ciascuna delle sillogi precedenti. La fede della poetessa non è cieca, non consiste in una passiva accettazione delle leggi e dei misteri della natura. Il destino crudele di leopardiana derivazione “sceglie tra i fiori rinati alla vita / anemoni senza memoria”; e così anche il mare, “specchio dell’enigma”, “non mieterà il grembo del richiamo”. Ma non importa, giacché il “domani era”: “già stavi prima del viaggio[…] Domani era nascere ancora”.»; R. Fassina (2001) «Ritengo innanzitutto che il suo lungo cammino in versi sia poesia di pensiero, caratterizzata da un lirismo delicato, che non rinuncia al senso, e pur originando da una tradizione ermetica, si inoltra coraggiosamente in percorsi più moderni, stabilendo un rapporto virtuale tra parole e cose. Non rinuncia alla tensione comunicativa e oscilla spesso fra l’autoriflessività, propria della ‘poesia pura’ (Rimbaud, Mallarmé, Valéry), e la ricerca di un equilibrio fra intelletto e senso, fra soggetto e oggetto (secondo l’intuizione eliotiana del ‘correlativo oggettivo’). La Natura diviene così metafora di vita, specchio di emozioni, strumento particolare dell’io creativo. Preziosi neologismi e aggettivazione mai scontata, l’utilizzo del sostantivo aggettivante, la presenza discreta della rima, di consonanze e assonanze, e la levità di alcune strofe (simili ad haiku) impreziosiscono il dettato poetico e le portano a vette espressive non comuni. Se mi chiedessero come si pone prevalentemente l’opera di L.G. nel panorama poetico generale, credo che risponderei: nella scia dei poeti ‘metafisici moderni’...»; E.C. Incoronato «Le liriche di G.Z. si sgranano come le perle di un prezioso rosario: perle opalescenti che riflettono e rifrangono mille colori rosati cerulei, accesi, tenui, sempre magicamente iridescenti. Colori caldi o sfumati, sospiri aspri o flebili come lamenti si fondono armonicamente in questi versi, creando una mirabile sinfonia di luci e di suoni.»; G. Lanciani (2004) «…Le sue parole poetiche mi hanno ricordato Eugénio de Andrade "tecidas são de luz e são noite": un contatto luminoso con le cose, con il mondo, ma del mondo e delle cose colgono anche in splendide immagini il peso e l'ombra…»; G. Luongo Bartolini «La sua visione della poesia [Un parlare d’acqua] che, molte volte, fa centro nella concezione della vita, si evidenzia senza sforzo nella prima lirica, posta quasi in apertura di un discorso che, per avere esiti letterari, poggia certamente su un lungo processo interiore, su un’attenzione al proprio personale essere al mondo che giustifica le scelte prioritarie nel campo della sensibilità, del pensiero, del gesto che la guida all’interpretazione di se stessa attraverso l’incontro con l’altro. E. in questo caso, col lettore…Gioia e dolore si alternano, attraverso l’andamento lirico di queste opere, nell’animo dell’autrice, confidenza e distacco, amore e abbandono, in un orizzonte di lontananze che, pure, non le impedisce di rivolgersi all’altro da sé, nella quotidianità del vissuto, nell’ampiezza di una fraternità sofferta e ambita, nonostante la fluidità e, quindi, l’instabilità di ogni rapporto, su questa terra. Si tratta di un discorso diretto che non divaga, non si scioglie in gocciole di parole piovigginose, misericordiose e, men che meno, mendicatrici di comprensione vittimistica, ma guarda semplicemente al divenire, spesso improprio ed apparentemente incongruo alla vita, consapevole che la forza del dire risale all’accettazione della realtà, in un crescendo di possibili alternative. G.Z. conosce bene le misteriose impronte della retorica che apre alla metafora e al simbolo, adatti al riferimento dello scavo interiore, sul piano ideologico e sensibile…il verso appare limpido, sereno; se ne avvantaggia la perfezione del dettato che assume, dall’interiorità della donna quel calore di vita che si determina nell’immediatezza e nell’universalità del sentire.»; P. Mirabile «…propone su onde sognanti l'intero strazio esistenziale dalla tortuosa e sfuggente immagine […] elabora un particolare canto aulico costruito, a volte, con l'aiuto esclusivo di descrizioni dai contorni onirici e, a volte, col ricorso a programmatiche amare pause atte a stimolare la riflessione. Altre volte, invece, si nota, come in Ballata, un martellante e premeditato indugio oggettivale che ossifica le immagini in brevi e nette espressioni poetiche. Sul tutto veleggia un'aspirazione 'antica' all'attracco esistenziale: la ricerca di un 'porto' dove la libertà non sia un'utopia e dove primeggino realmente il cristiano messaggio di pace e di amore…»; S. Montalto «…La preziosità del lessico si sposa con la “levitas” dell’architettura, testimoniando un uso della lingua sgravato da ogni insincero artifizio e vissuto come gnoseologia portante dell’esistenza.»; L. Nanni «La poesia [Porto Antico] di G.Z. elude il significato primario delle cose per evidenziarne l'aspetto figurativo, sino a riversare internamente la forma, che si traduce quindi in atto poetico. L'intento restaurativo, che riveste in particolare le composizioni più recenti, si deve alla disposizione/connessione del tessuto linguistico, e rappresenta la fuga verso un antimondo lirico, il segno di una sensibilità a priori non esaurita nei rapporti quotidiani con il concreto.» ed ancora vent'anni più tardi «…limpido scavo nell'oltre, ritorno alla profondità spirituale dentro una natura dove ogni essere si esprime nella sua totalità.»; W. Nesti «[Il sonno delle viole]...Mi limiterò pertanto ad osservare che la poesia della G.Z., se da una parte affascina per quella capacità tutta artigianale di rinverdire vocaboli per altri versi ormai superati, conferendo loro nuova vita e vigore, perché amalgamati in un contesto sapientemente predisposto, dall'altra si impone anche per una personale riflessione e costante osservazione della vita e della natura, dove riesce a stemperare in una visione naturaliter religiosa i momenti di pessimismo, facendo ricorso ad un pensiero forte che la sostiene e la guida lungo il travagliato percorso esistenziale. A quel pensiero essa si attacca, lo coltiva, ne sugge le linfe più pure, per restituircelo poi, nuovamente modellato in un linguaggio tutto personale, come viatico o portolano per affrontare le inevitabili sfide della vita. Poesia intimista, certo, ma non chiusa in sé stessa, aperta invece su orizzonti vasti, dove la levigatezza della parola si incontra col panico sentire di chi si affida alla vastità del creato per trarne indizi di viaggio. Del resto, la morte, non è mai vista in queste poesie come una nemica, semmai come una compagna di viaggio alla quale eventualmente affidarsi per un eterno presente.»; V. Nicchi «La voce poetica di G.Z. si erge chiara sulle alture dello spirito come il grido dell'elegante cervo che lacera il selvaggio mondo che lo ospita. Non a caso ella ha voluto, dando il nome di Bramiti alla sua nuova raccolta poetica, identificare nell'angoscioso verso del cervo lo struggente anelito dell'uomo di ieri e di oggi sin dal dischiudersi della vita.»; T. Paternostro (2003) «Il titolo della silloge di poesia [Memodìa] è già emblematico e significativo. È un canto della memoria sia rispetto a quel suo importantissimo elemento che è l’arte poetica, e sia rispetto al concetto greco di “verità” (alétheia) intesa come “non dimenticanza”… Una poesia che sa essere equilibrata tra l’affermare e il negare, ma che sa dare un desiderio di vita, quando relega il pessimismo nel mondo dell’oscurità…armonia controllata, verso misurato, fermezza gentile, emozione, immagine, traduzione di memoria, espressione dello spirito. Si trovano versi che vibrano, fremono ed emettono suoni di una soave melodia. ...parole che hanno una certa somiglianza fonica ed esprimono con mirabile proprietà la loro essenza, la loro musica, i loro ritmi e la loro rarità, fissandosi nelle più segrete pieghe della memoria, grazie all’ironia, con il risultato di una sensibile leggibilità. ... Lei sa fermare sulla carta l’intimo raccoglimento che viene esaltato dall’obbligato percorso dell’esperienza terrena. Le ombre e le luci sono create dai colori che si rincorrono: giallo, rubre, rosa; azzurro, blu, viola. Sembra di vedere l’eterea a. dinanzi ad una tela bianca sulla quale rimangono dense e spesse pennellate, intrise di colori luminosi e quasi violenti che traducono in tonalità accese l’inquietudine umana, per poi passare ai colori freddi e tenui, dove emerge la fragilità del mondo delle ombre. E sono certa che in questa tavolozza di colori, G.Z. ha trovato il colore dell’assoluto.»; F. Pilli «Linguaggio semplice ma simbolico, immaginativo ma soprattutto trascendente. […] La semplicità così ardita di visioni consone alla delicata comprensione dei colori dei suoi ricordi, ci consente di immedesimarci nei suoi versi e di pensarli quasi come una parte integrante dei nostri ricordi, sia pure con movenze diverse… Ma per lei è certo che un ricordo del passato non è tale se non ci spinge al futuro, perché nell'onnisentire di G.Z. le stagioni sono eterne (passate e future insieme)…»; G. Poli «Constatato che i versi si succedono con la morbida fluidità e l'esatta scansione di un meccanismo dagli ingranaggi ben oliati, viene spontaneo chiedersi quale sia il segreto di tanta perfezione. Una prima risposta la dà la quarta di copertina, dove è dato leggere che l'autrice ha al suo attivo ben dodici libri di poesia. La seconda e definitiva risposta viene da un'analisi puntuale di questo Solargento (felice univerbazione che crea un orizzonte d'attesa sfavorevole ad una poesia "solare"). Il lessema "sole" appunto (insieme a "luce" configura un campo semantico d'indubbia rilevanza) è presenza costante in questo libro gaddano. Spesso circonfuso dalla nebbia fino a presentarsi come una sua offerta ("...e della nebbia parlo quando offre il sole come un'arancia che galleggia sulle reste degli arbusti già in progetti di fronde e di sementi"), il sole rimanda in prima istanza ad un determinato contesto padano, ma poi questo naturalismo si piega con docile spontaneità ad aperture metafìsiche e metastoriche, sino a far emergere una singolare coincidenza tra apparenza e essenza ( "...è vero sempre che quello che pare è.": incisiva clausola di Quello che pare è, poesia di forte tensione concettuale). Non con l'esistenza, essendo fin troppo ovvio che ciò che appare esiste. Ha perfettamente colto quest'aspetto L. Nanni il quale, esprimendosi sull'autrice, ha parlato recentemente di "limpido scavo nell'oltre, ritorno alla profondità spirituale dentro una natura dove ogni essere si esprime nella sua totalità...". Il linguaggio è alto, teso, prezioso e ricco di figure foniche (allitterazioni, rime anche interne, al mezzo, equivoche - paronomasie, talché la melodicità prevarica lievemente sull'icasticità). Esso si dà nella più ampia varietà delle strutture formali onde assecondare ora lo scatto del sentimento, ora la pausa descrittiva, ora il ripiegamento del pensiero. In buona sostanza tutta l'esperienza simbolistico-ermetica è stata meno assimilata che interiorizzata al punto tale da presentarsi come saldo e personale possesso. "Dei tre possibili comportamenti della lirica - sentire, osservare, trasfigurare - nella poesia moderna è quest'ultimo che domina, tanto nella visione del mondo che nella lingua". Il giudizio di H. Friedrich è storicamente giustificato, ma non pienamente applicabile al libro in questione. G.Z. ha infatti l'acuta sensibilità del poeta, la capacità di osservare le forme della vita umana e naturale (unificate sulla base di una creaturalità tesa e sofferente, ma non doma e rassegnata) e l'attitudine a "trasfigurare", cioè ad andare oltre tali forme. Tuttavia questi tre "comportamenti" li possiede e li utilizza nella stessa identica misura.»; L. Pumpo «…un libro di poesie che ci ha lasciati sospesi per il caldo ermetismo rivestito di quella musicalità che nell'allitterata eleganza dell'espressione rafforza il gusto dell'indagine; e con questo, il desiderio di penetrazione si fa più vivo, quasi a voler scoprire le segrete bellezze di quel talamo spirituale espresso, ma in maniera velata e sempre gelosamente custodito dalla poetessa […] l'eleganza e la musicalità dei suoi versi continuano ad alimentare in noi il fascino di un'indagine permanente.»; G. Rago «…il suo è amore per la Parola, l’ultimo, vero, insostituibile farmaco, o antidoto, contro il peggiore dei mali dell’uomo d’ogni luogo e d’ogni stagione: la corruzione della coscienza!! Non già “parola innamorata”, ma fiducia piena nel fare poetico... Memodía, prova poetica che conferma, approfondisce e affina grande parte della poesia “fatta dalle donne” o della poesia al femminile (da Antonia Pozzi ad Amelia Rosselli, dalla Spaziani alla Merini, ecc.), segnala una voce ferma e riconoscibile nel panorama, spesso balbettante, della poesia contemporanea – nella quale quasi mai la ricerca poetica riesce a frasi sangue, progetto infranto, carne addolorata – ed è destinata non solo a lunga durata ma, ed è ciò che più conta, a influenzare non poco la sensibilità dell’ars poetica e il gusto estetico della nostra civiltà letteraria. Ritmo, cadenza, lessico inconsueto, disciplina e forza immaginativa ben sostengono i temi segnalati brillantemente da Giorgio Poli, dentro i quali i colori – espliciti e suggeriti – si fanno lievito e spinta catalitica a sostenere il destino dell’uomo nello spazio e nella Storia.»; R. Raviola «Tecnica e contenuti mirabilmente fusi in una vasta rappresentazione poetica spaziante tra visioni, aspirazioni, esperienze.»; C. Ruffato « Nel panorama letterario contemporaneo, piuttosto fragile e stranito, una presenza testuale così nutrita [Memodía] è già elemento rimarchevole e significativo di appassionata operosità e di una personalità elitaria dallo stile sapientemente controllato, con innovativa eleganza formale, cogitata, insistita, in un vissuto inventivo fluttuante ed esteso costantemente nei vari registri e morfologie compositivi…Risaltano, anzitutto, l’elevato senso estetico, escatologico e il dominio della parola recuperata, culta, elettiva, in una fosforescenza lessicale pregnante di entità etico-filosofica, di sapienza, di segreto, di astrazione e fuga nel tempo. Sono frequenti rime baciate, alterne, rime incostanti, rapide, accordi metrici, sia pure in “metrica” libera o che indulge a licenze tecniche.»; P. Spataro «Un volume che il supremo "canto della memoria" (da cui, appunto il titolo Memodìa). E' un intreccio di futuro e presente, di passato che resta come velo sulla nostra vita, che ci carica di ricordi in un rincorrersi di dolori e di gioie, dolce e amaro. Il messaggio è di ottimismo, di ricerca, di correre in avanti, di darsi un orizzonte che contenga l'esistere...»; M. Stefani «A partire da un certo anno, G.Z., pare affrettarsi a dire molte cose, a comunicare, perché come si può facilmente evincere dalle pubblicazioni, le date di alcuni libri si sovrappongono. In lei, dunque, vi è un bisogno istintivo e primigenio di parlare agli altri. La sua poesia a volte, come nell'ultimo libro [La partitura], suscita una dolce malinconia, che ha una naturaliter ragione d'essere nella consapevolezza della vita, nella riflessione della realtà che i versi suggeriscono con grazia… Invece, ironica e divertente è la confessione che troviamo in Ippoterapia… La validità di G.Z. sta proprio in questo, nel saper suonare tutte le canne di uno zufolo, dai versi melici a quelli più forti ed inquietanti, sì da far mutare la musica in cui si distende il verso.»; I. Thomas «Poesia di speranza, riflessioni poetiche che pur rivelando l’umano turbamento, riescono a riflettere un animo sereno a cui porgere ascolto e da cui attingere una pausa di quiete…L’uso della parola crea una singolare tavolozza di colori che raggiunge nel profondo il cuore e colpisce l’animo con la musicalità perfetta dei versi…»; A. Tonegno «Sembra un epinicio che celebra la vittoria dello spirito sulla materiale vita contemporanea, che ci aiuta a scoprire l'armonia del mutevole peregrino senso di angoscia vagante nella palude del profano.»; N. Vacca «“…la G.Z. affida la riflessione ad un canto di memoria [Memodía]. Il filo del pensiero è suggestionato dalla magia del ricordo che si strugge nella verità dell’avventura umana, scrutata nel profondo delle sue ragioni intime. Contro ogni minimalismo o debolezza del pensiero, la poetessa modella il magma della vita, tra passato, presente e futuro, affidando lo scorrere del tempo al destino eterno della sapienza del cuore e del suo fuoco che non muore…(2004)»; V. Vettori «La prima osservazione da fare davanti alla poesia di G.Z. riguarda la sua autenticità incontestabile, la sua sorgiva freschezza, la sua chiara qualità originaria. Si tratta non tanto di una nuova voce quanto di una voce nuova, o, più semplicemente, di una voce: unica, irripetibile, vera. La verità di una voce, in poesia come nella vita (ma non è forse la poesia essa stessa vita, sublimata e quintessenziata, divenuta stile?), risulta direttamente proporzionale alla verità della persona che in essa si esprime. Ho detto di proposito verità, specchio in cui si riflette il paese sincero dell'anima, e non appena sincerità, dove potrebbe anche specchiarsi un paesaggio interiore falsificato e convenzionale. Il problema della poesia (della vita) è pur sempre un problema di identità».

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2016

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