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Quello che leggerete è un dialogo a tre ma non perché siano tre le parti che interloquiscono tra di loro; o meglio, sono tre ma ognuna parla con l’altra dopo aver disquisito con se stessa: dunque un unico e trinitario discorso.

E, neppure, sono tre se si pensa che una quarta se ne aggiunge: mi riferisco al linguaggio figurativo del marito di Mariagrazia, Luciano Ricci (pittore, grafico e fotografo di riconosciuto valore nazionale e internazionale) che impreziosisce il libro con immagini artistiche di assoluto riguardo

Chi sono, dunque, i protagonisti di questo confronto? Sono l’Autrice, la Natura (specialmente, di essa, il regno vegetale) e la Poesia.

Bene - come dicevo - ciascuna di loro, ancor prima di esternarsi, s’interroga ponendosi quesiti profondi, domande che intendono portare in superficie ciò che si agita, come magma, nella pancia del vulcano, nel cuore dell’anima. Tanto che nel suo Invito, la poetessa così si esprime: Lasciami liberare voci / che dicano silenzi da toccare // che smuovano l’effimero / dal campo dorato del non detto.”, rivolgendosi ad un ipotetico lettore e concludendo con un icastico “verrai?” con il quale si apre appunto all’altro, e dunque al confronto.

E già prima di dirlo in poesia, nella sua nota introduttiva al testo, - che in parte intendo riportare per non privarvi di un’autentica emozione -, con queste parole ella si rivolge a chi si appresta a leggerla: “ […] Così, a te che leggi, vorrei consigliare di sfogliare queste pagine, come fossero foglie di un albero che si incontra, si guarda, magari si ammira, con la consapevolezza, però, che la forza, la bellezza, il ristoro e il dono vengono dalle radici che non si vedono, dal loro lavoro profondo, sotterraneo, capace di far circolare il nutrimento in superficie. Una metafora che i fogli/foglie della silloge spero lascino intravedere, tanto da far apparire, come in una radiografia interiore, la linfa che li percorre.”.

Il fruitore viene chiamato in causa, ma non soltanto da lei. Anche le foglie, appunto, gli parlano: “…sotto / l’empietà delle nubi / tenacemente / il respiro doniamo / al mondo.”. Anche i versi lo fanno: “Ascoltami di notte / quando i respiri / entrano nel sonno / e le stelle chiudono le ciglia / sotto coltri di nubi / riempite dal mio soffio”; “Ascoltami di notte / quando rubo ai lupi / l’ossessione / quando gl’incubi covati / nel cupo della mente / straziano il gelo del cielo / dell’inverno”.

Questo, tuttavia, è il secondo passaggio: prima v’è stato il rapportarsi, lo stabilire un contatto interiore che consentisse di trasferire l’essenza di sé alla comprensione della sostanza dell’altro. Né più e né meno ad imitazione ed esempio del lavoro oscuro, ma essenziale, che fanno le radici nel loro produrre, non viste, linfa vitale.

Testi come Violino (stupenda), ad esempio - lo strumento che prende la parola per raccontarsi - non sarebbero mai nati se la Natura, precedentemente, non avesse trasfuso il fruscio della selva, i respiri dei nidi, il sapore del miele, il colore della resina in quel corpo di legno, e mai e poi mai il violino avrebbe potuto “suonare la foresta che (è) / sublimata”.

Allo stesso modo, mai e poi mai Mariagrazia avrebbe scritto Questo verde se l’accoglienza non fosse partita proprio da lì, dalla vegetazione dell’Appennino, così antico, aspro, carezzevole, ostile. E, meno che mai, sarebbe riuscita a chiudere con l’epifanica scelta di quel suo - graficamente e etimologicamente voluto - bene dico.

Ecco: direi proprio una benedizione questi versi, un dire bene e un dire per il bene da parte di ognuna delle voci che si svelano e si danno appuntamento in queste pagine di vera e intensa spiritualità; un coro che si alza dall’orizzontalità piatta ed asfittica del nostro tempo per elevarsi a più alte vette, a più vitali ed aperti orizzonti.

È improrogabile il bisogno di ascoltare cos’hanno da dirci la Natura e la Poesia, la necessità di tastare la sofferenza dell’una e dell’altra: un pianto che, tuttavia, si rende necessario per tornare a sorridere sul serio, non vanamente; un riscontro, una verifica perciò, che spingano a renderci consapevolmente edotti sull’effettivo grado di benessere della società umana e dei singoli individui che la compongono. I libri di storia, purtroppo, ci hanno insegnato poco o nulla ma c’è un altro libro - non scritto - che quotidianamente mette a nostra disposizione, con gli esempi, tutta la saggezza che ci occorre, non dico per essere felici, ma equilibrati e in armonia con le leggi cosmiche: il che vale molto di più della felicità.

Abbiamo preso (e non da oggi) un grosso abbaglio razionalistico, ossia ritenere che separandoci, prendendo le distanze da quelle coordinate ci saremmo finalmente liberati dalle catene della necessità; non è così ma esattamente il contrario: abbiamo barattato la nostra libertà con una sempre più chimerica e ingannevole illusione (basta guardarsi intorno per rendersene subito conto).

C’è un testo, tra quelli qui raccolti, che è premonitore (come d’altro canto si legge nel sottotitolo): mi riferisco a Il fico. Si tratta di una scena alla quale forse tutti abbiamo assistito: il frutto, giunto a maturazione completa, si spacca in un parto aperto ed il moscone gli gira attorno in un fastidioso e continuo ronzio. Mariagrazia - bambina - cerca di sottrarvisi facendo acquistare velocità all’altalena sulla quale sta oscillando ma lo stratagemma non funziona: il volo la insegue e diviene ossessivo. La poesia si chiude con questi versi: “Di fuggire speravo / il nero ronzio…// ed è trascorsa una vita”.

Non è una persuasiva metafora dell’esistenza umana? Non è la stessa un’alternanza di stati contrastanti che ci fanno continuamente fluttuare? Nel nostro caso, però, la poetessa va oltre: non si limita a constatare l’ondeggiamento, ella si sente molestata da quel nero ronzio (incisiva sinestesia, tra l’altro). E cosa - di nuovo allegoricamente - rappresenta il brusio? Simboleggia una sorta di malessere, un qualcosa che turba e distoglie, che ci allontana dal gioco, dall’altalena che, pur portandoci ora in alto ora in basso, ci tiene in equilibrio.

C’è un essai di Montaigne - riproposto all’inizio, in calce alla prima delle opere di Ricci - che recita così: “La natura non è altro che una poesia enigmatica”: sarebbe opportuno riflettere su questa affermazione, anche alla luce di quanto lui stesso affermerà sulla sua opera più importante: “L'argomento del mio libro sono io”.

Contiene, l’aforisma, contemporaneamente, la migliore definizione che si possa dare e della poesia e della natura. Sono termini - anche questi - di cui si sta abusando omologandoli, facendoli rientrare nella generale massificazione: l’enigma, il mistero se si vuole, di cui parla il noto scrittore, filosofo ed aforista francese, sfugge a qualsiasi tentativo d’ingabbiamento; la poesia - al pari della natura - non vuole svelare nulla ma insegnare (etimologicamente: “imprimere segni nella mente”) senza alcuna presunzione, senza mettersi in cattedra, invitandoci maieuticamente a rinvenire in noi il senso arcano dell’esistenza.

Per chiudere il cerchio: Foglie e fogli, certo. Voli di foglie dai rami alla terra e, sulla carta, cascate di sillabe, concerti di parole.

Recensione
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