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La figura femminile nell'opera di Hemingway

in: S. Perosa (a cura di), Hemingway a Venezia
Olschki, Firenze 1988, pp. VIII+236

La scelta dell'argomento può sembrare azzardata: Hemingway godeva in vita fama di machismo, sia pure temperato da protettività e tenerezza, che si riflette in parte nell'opera. C'è il sospetto che questo semplice fatto contribuisca ad appannare l'interesse della sua galleria di personaggi femminili.

Inoltre, in una letteratura come quella degli Stati Uniti ricca di lavori, e spesso capolavori, narrativi in cui compaiono, o agiscono, soltanto personaggi maschili, è proprio Hemingway ad aggiungere un celebre esempio del genere, The Old Man and the Sea che gli valse nel 1953 un Premio Pulitzer e, l'anno dopo, si rivelò determinante nell'assegnazione del Nobel.

Un critico-romanziere come Robert Peen Warren ebbe a scrivere in una sua prefazione del 1962 ad A Farewell to Arms: His test woman characters, by the way, are rhose who must nearly approximate the men; that is, they embody the masculine virtues and point of view characteristic of Hemingway's work. [R. PENN WARREN, 'Litro' to A Farewell to Arms in Three Novels of E. H., New York, Scribner's, 1962, p. XXVIII.]

Tuttavia si impone sul piano biografico l'importanza estrema della presenza femminile: che lo scrittore abbia avuto quattro mogli rappresenta, in questa sede, non più un pettegolezzo, ma un dato utile a testimoniare l'impegno, il candore – oserei dire – alieno da compromessi dello scrittore di fronte al fatto amoroso, una volta riconosciute le valide radici del nuovo rapporto. Testimonia quindi, paradossalmente, non solo il perdurante potere dell'educazione puritana ricevuta in famiglia, ma il rispetto per l'archetipo della donna amata e, in senso più lato, inevitabilmente, anche della donna, tout court.

E il noto womanizer era capace anche di accettare, di vivere, un rapporto platonico. Il suo machismo aveva sostanza e sfumature di generosità, di comprensione, di grande cavalleria. Non era possibile, vista la sua arte di romanziere, che questo atteggiamento non si coagulasse prima o poi nella creazione di alcune eroine umanamente ed esteticamente attendibili o di situazioni in cui figure femminili avessero un significativo risalto.

È stata sottolineata da alcuni la precoce iniziazione dello scrittore alla crudezza esistenziale. La storia del ragazzo Nick e della squaw nella raccolta del 1925 In Our Time – «Indian Camp» – sarebbe allora tipica: nei boschi del Michigan capita al ragazzo, seguendo il padre medico come sovente faceva lo stesso Ernest, di assistere ad un taglio cesareo praticato con mezzi rudimentali e senza anestesia. Ciò che più interessa qui è la soluzione inattesa del racconto, anche se, pare, inventata, anzi forse appunto per quello: si scopre che il marito della squaw, incapace di tollerare la sofferenza della moglie, si era silenziosamente ucciso, in disparte, tagliandosi la gola. Secondo il suo stile più caratteristico, pur trattandosi di pagine giovanili, Hemingway non fa commenti, non aggiunge frange al dramma di un primitivo per cui in definitiva il dolore fisico della propria compagna si era dimostrato più importante e travolgente che non la prospettata speranza e lo stesso istinto di conservazione.

Dall'umile donna indiana in cui il giovane autore aveva così bene sintetizzato la potenza dell'eterno femminino, passiamo con The Sun Also Rises ad un tipo di personaggio come la sofisticata Lady Brett Ashley, che avrà nel canone hemingwayano una serie di varianti consorelle, ma forse nessuna altrettanto convincente.

Lady Brett è ritenuta derivazione fittizia di una reale Lady Duff Twysden certo amata dallo scrittore a Parigi e a Pamplona in Spagna, quando era ancora sposato con la prima moglie Hadley Richardson: amata platonicamente, giacché la bellissima non corrispose al sentimento di Hemingway. [Per i dati biografici, mi sono valsa in particolare di: CARLOS BARKER, A Life Story, Scribner's, 1969; BERNICE KERT, The Hemingway Woman, New York, Norton, 1983; FERNANDA PIVANO, Hemingway, Milano, Rusconi, 1985.] Il quale adombra il fatto nell'impotenza da ferita di guerra del protagonista Jake Barness. Brett è figura che giustifica il giudizio sopra citato di R. Penn Warren: il suo fascino è costituito non solo dall'avvenenza ma soprattutto dall'autocontrollo, dalla lealtà e generosità con cui si muove nell'intrico dei corteggiamenti e delle relazioni passeggere, dall'eleganza spontanea e spregiudicata delle soluzioni che sceglie. Anche dalla capacità di ingurgitare e di 'tenere' una notevole quantità di alcool e di usare un linguaggio tough, conciso e duro. Innamorata di un giovane torero, idolo nazionale del momento, sarà lei a congedarlo: «I'm thirty-four, you know. I'm not going to be one of these bitches that ruins children». [E. HEMINGWAY, The Sun Also Rises, in Three Novels of E. H., cit., p. 243.] E accetta senza apparente rimpianto l'affettuosa ma sterile compagnia di Jake in un ultimo giro in taxi per Madrid prima di ritornare a Parigi e poi in patria verso la relativa solitudine di un matrimonio di semplice inclinazione.

Brett, come Jake, tipico eroe hemingwayano, ha capito e accettato il nulla, l'assurdo dell'esistere, ma coraggiosamente continua a porsi il problema di mezzi e modi di vita dignitosi, non inutili a sé e agli altri, in un mondo in cui la solidarietà umana pare essere l'unico comandamento superstite, trasformato in imperativo categorico per la sparizione del primo e maggiore, implicante una divinità cospicua invece nei romanzi del Nostro, per la sua assenza.

Arriva nel '29 il secondo e più convincente successo di A Farewell to Arms. Tema fondamentale, accanto alla guerra, l'amore. È stato opportunamente notato dai biografi come il personaggio della donna risulti dalla fusione, nella laboriosa officina della memoria, di almeno due persone reali: [Senza contare l'infermiera Elsie Jessup, che non lasciò testimonianze scritte né dichiarazioni ricordabili. Cfr. F. PIVANO, op. cit., p. 34.] Agnes von Kurowsky, la crocerossina di sette anni più anziana incontrata dal giovane autore sul fronte italiano, la quale rifiutò la proposta di matrimonio di Hemingway, e la prima moglie Hadley, anch'essa ugualmente più anziana di Ernest, incontrata in patria e da lui sposata nel 1921.

La fittizia Catherine è, pur nella praticità e sbrigatività del suo comportamento, del resto ostensibilmente condizionato dai fatti bellici, una delle figure più idilliche nella galleria di ritratti femminili di Hemingway. Anche lei, secondo il famoso `codice', ama chiamare le cose col loro nome, è parca di parole, lucida ma non fino alla preveggenza (l'elemento magico dell'esatto presentimento sarà riservato alla sola Pilar di For Whom the Bell Tolls), sensuale ma moralmente diritta, accetta con spontaneità un rapporto prematrimoniale con il protagonista e i due si riterranno poi sposati di fronte alla loro coscienza, e di fatto di fronte al mondo. Da non sottovalutare la gravità di una trasgressione che oggi quasi non sarebbe più considerata tale, specie sotto la spinta di avvenimenti così complessi. È inoltre decisamente colta, tanto che le bastano un paio di versi citati dal protagonista per riconoscere una poesia di Marvell, [E. HEMINGWAY, A Farewell to Arms, cit. p. 154.] ma non fa mostra di questa sua cultura che le serve solo per amare e capire più a fondo il compagno. A differenza di Lady Brett beve assai moderatamente e, ancora, solo per tenere compagnia al suo uomo. Si definisce lei stessa con finezza e modestia nell'albergo milanese che li ospita in una delle loro poche scappate:

«I'm a very simple girl », Catherine said.
«I didn't think so at first. I thought you were a crazy giri ».
« I was a little crazy. But I wasn't crazy in any complicateti manner ». [Ibidem, pp. 153-54.]

Più oltre afferma: «We have such a fine time» ... «I don't take any interest in anything else any more. I'm so very happy married to you ». [Ibidem, p. 154.]

Che è l'eterno ritornello del perfetto amore, dell'idillio ancor senza ombre.

La sua morte di parto – e quella del bambino – costituiranno il correlativo oggettivo della mancata unione, nell'ambito del reae,i con Agnes. Anche, forse, del divorzio dalla pur indimenticabile Hadley seguito nel '27 da un secondo matrimonio con la ricca, elegante e disinvolta Pauline Pfeiffer.

Catherine Barkley resta, in sostanza, immagine non idealizzata ma certo ideale per lo scrittore medesimo come per i lettori, scevra da qualunque sbavatura sentimentale. Ne troveremo reminiscenze in altre caratterizzazioni: la P.O.M. – poor old mother – moglie affettuosa e remissiva, ma robusta e gaia e intenta a seguire dovunque il marito di Green Hills of Africa. O la ragazza spagnola innamorata di For Whom the Bell Tolls o la Marita di The Garden of Eden, pubblicato postumo di recente, con la quale il protagonista alla fine sceglie di vivere.

In Green Hills of Africa troviamo, accanto alle lodi per la compagna del cacciatore, un dichiarato attacco contro la donna carrierista che diviene ambiziosa e competitiva perfino nei riguardi del marito [E. HEMINGWAY, Green Hills of Africa, Harmondsworth, Penguin, pp. 60-61.]: quasi un presentimento, si direbbe, dell'incontro con Martha Gellhorn, giornalista durante la guerra civile spagnola; l'unica delle sue quattro mogli di cui lo scrittore avrebbe conservato un ricordo negativo.

L'antipatia dell'autore non va, comunque, alle intellettuali in quanto tali: P.O.M. ama leggere buoni libri ed è lei soltanto fra i cacciatori impegnati nei safari che paragona i paesaggi a questa o quella realizzazione pittorica. [Ibidem, p. 83.] Eppure «she's like a littie terrier» osserva felice il protagonista [Ibidem, p. 59 e p. 98. Lo dice e lo ripete con le stesse parole.], e «She was always lovely to look at asleep, sleeping quietly, close curled like an animal» [Ibidem, p. 66.].

La sua non-aggressività, non-competitività, unitamente ai tratti di freschezza istintiva che la rendono simile, appunto, a un buon animale (come non ricordare la famosa poesia di Saba, che fece scandalo fra i più ...) vengono presentati come elementi infinitamente rassicuranti e perciò positivi.

In The Short Happy Life of Francis Macomber, la lunga short-story che uscì su «Cosmopolitan» verso la fine del 1936 abbiamo ben altro tipo di protagonista: una variante negativa della dama di alto rango che aveva il suo precedente in Lady Brett. Questa volta la donna è americana ed è caratterizzata da bellezza, eleganza, forza di volontà, lucidità di mente e prontezza di riflessi, il tutto da usarsi a proprio esclusivo vantaggio in quella lotta senza scrupoli che è per lei la vita. Il suo spirito di sopraffazione è volto innanzitutto contro il consorte, miliardario e insicuro di sé. Lo stile asciutto dello scrittore racchiude la situazione di partenza in una frase icastica: They had a sound basis of union. Margot was too beautiful for Macomber to divorce her and Macomber had too much money for Margot ever to leave him [E. HEMINGWAY, The Short Happy Life of Francis Macomber in American Literature, A Representative Anthology, ed. by Geoffrey Moore, London, Faber Faber, 1964, p. 1241.].

Con antenne sensibilissime Margot fiuterà il pericolo di una presa di coscienza da parte del marito, della propria virilità e del proprio potere, durante il safari a cui entrambi partecipano. Date le premesse, l'uccisione di lui ad opera di Margot, che simula abilmente un incidente di caccia, giunge come una conclusione di logica quasi inevitabile.

Della stessa razza è Hélène Bardley, la ricca e viziata signora di To Have and To Have Not (1937), il romanzo sociale per eccellenza di Hemingway. Hélène consuma adulteri con disinvoltura e schiaffeggia Richard Gordon, l'aspirante scrittore che, come amante, non la soddisfa sino in fondo giacché viene colto da un soprassalto di riguardi umani. Dorothy Hollis – protagonista svogliata e poi semicompiaciuta di una celebre pagina di autoerotismo, nella sua ansia di sfuggire ad una insonnia cui ormai nemmeno i sonniferi possono sempre ovviare – rappresenta con lei in questo romanzo la parte caduca di una società contro cui Hemingway sentiva in quel periodo di doversi battere con le armi di cui disponeva.

Si contrappone alle `dame' la popolana fisicamente rozza ma belloccia, e appassionata nella sua attrazione totale per il marito Harry Morgan, un pescatore che si fa contrabbandiere per necessità di guadagno e viene ucciso. L'ultimo capitolo del libro in particolare è tutto un soliloquio di lei, rivelatore a questo riguardo, dal quale risaltano la genuinità affettiva, il pragmatismo pur nel dolore dell'improvvisa vedovanza, il senso del dovere della donna. In altre parole, la fedeltà al `codice'.

Ma compare nel racconto di successo del 1939 The Snows of Kilìmangiaro una figura che smentisce ogni eventuale atteggiamento programmatico e preconcetto di Hemingway in rapporto alle sue compatriote della high life: vi troviamo infatti una Helen, signora matura, ricchissima e ancora affascinante, accanto alla quale il protagonista ha molto amato vivere, godendo – lui, scrittore che non ha ancora dato il meglio di sé – di agi e privilegi che difficilmente avrebbe potuto ottenere altrimenti che non attraverso quella unione. Ha molto amato vivere e può ora – sereno anche per la sensibilità e il tatto di lei – prepararsi a morire a seguito di un banale quanto disastroso incidente di caccia.

Vale la pena, prima di lasciare questa novella, di sottolineare quanto sovente si presenti nella narrativa dell'autore, come del resto nella sua esperienza esistenziale, il personaggio della donna-mecenate-amante. Che forse sarebbe troppo elementare ricondurre all'immagine della donna moglie-materna. L'argomento, comunque, darebbe luogo ad una disquisizione che non può trovare spazio in questa sede.[La discussione potrebbe spaziare, infatti, da usanze medioevali e rinascimentali (in base alle quali l'uomo apportava all'unione matrimoniale prestanza fisica, avvenenza e status; la donna vi entrava essenzialmente con la propria dote) fino al moderno costume della donna collega/collaboratrice. Il tipo di personaggio femminile ricordato nel testo sta comunque a testimoniare che Hemingway non era afflitto né come uomo né come autore dalla malinconica fobia per la donna di condizione o cultura superiori, o pari a quella dell'uomo.]

Della figura di Pilar – la più compiuta e interessante fra le caratterizzazioni di cui ci stiamo occupando – già molto è stato detto. Il romanzo in cui compare è da parecchi critici ritenuto il migliore di Hemingway nonostante certi lessismi di linguaggio. Direi, abbreviando ormai al massimo i tempi, che tutta la vasta azione si svolge, dalle montagne dove si aggirono i guerrilleros al quartier generale di Madrid, in una tensione verso un dovere da compiere – ciascuno il suo – e in uno sforzo di danneggiare il meno possibile almeno il proprio prossimo che finiscono per creare un'aura di religiosità in cui anche l'imprevista preghiera di miscredenti ín pericolo non sorprende. La complessità di questi sviluppi narrativi, che durano tre giorni quasi sacramentali, e in qualche modo dominata, appare snodarsi sotto l'egida di una strana trinità femminile: la madre (Pilar), la figlia d'anima (la ragazza Maria) e un'altra invisibile, intangibile, indimostrabile entità che è la Virgen Maria, Madre de Dios. La quale occupa assai bene – invocata come è in ogni momento difficile, fatta segno di speranza al di là della disperazione da parte dei combattenti di entrambi gli eserciti – il posto di un muliebre Spirito Santo. E si impone in definitiva anch'essa com personaggio essenziale.

C'è anche una esplicita dichiarazione dell'autore sulla Mariolatria spagnola. Eppure non è certo questo l'unico romanzo di Hemingway ambientato in Spagna. Osserva lo scrittore verso la fine della storia: Forgiveness is a Christian idea and Spain has never been a Christian country. It has always had its own special idol worship within the Church. Otra Virgen mas. I suppose that was why they had to destry the virgins of their enemies. [E. HEMINGWAY, For Whom the Bell Tolls, Harmondsworth, Penguin, 1969, n. 336.]

Questo medita il protagonista Robert Jordan prima di addormentarsi, nell'ultima notte che trascorre accanto alla sua ragazza.

Né mi pare del tutto casuale che proprio Maria sia il nome di quest'ultima, la quale – già vittima lei stessa di atroci persecuzioni e torture – lo ama, lo aiuta praticamente, lo assiste fino al compimento di ciò che Jordan ritiene suo preciso dovere. In quanto a Pilar, altro nome connesso col culto mariano, non c'è attributo di qualche importanza che l'autore non le conferisca, senza per questo rinunciare al tratto più vistoso dell'opera, cioè il realismo di insieme e dei dettagli. Di Pilar già si parla a Jordan prima che compaia, come donna straordinaria, superiore al marito che si è scelta dopo una vita piuttosto avventurosa. Ma l'irregolarità dei suoi trascorsi si appanna e comunque resta giustificata di fronte all'energia, alla saggezza, alla statura morale da lei raggiunte e dimostrate pur in quella guerra fratricida. Pilar è un'artista, una grande scrittrice in potenza, conclude Jordan – chiaro portavoce di Hemingway in questo – dopo averla udita narrare la strage compiuta dai partigiani ai danni di fascisti sia colpevoli che innocenti, al paese di Pablo, ad opera di Pablo e dei suoi compagni: «If that woman could only write ... God, how she could tell a story. She's better than Quevedo, he thought ». [Ibidem, p. 131.] Pilar è la vera salvatrice, è in seguito la psicologa di Maria, che, dopo le torture subite, pareva avere perduto equilibrio mentale e salute fisica. Completa la raffigurazione della `donna straordinaria' come antica matriarca la scelta che lei stessa fà di Jordan come sposo per Maria. Perché perfezionerà la di lei guarigione, sarà comunque un buon ricordo, e finirà di salvarla. Questo non senza avere accennato a suoi vaghi diritti, a un suo possibile desiderio di tenere Maria per sé, di vera capotribù di preistorica e premorale memoria. Robert Jordan capisce più di quanto la ragazza non voglia intendere nel suo incondizionato affetto per Pilar.

'You are a very hard woman', he told her.
'No', Pilar said. `But so simple I am very complicated. Are you very complicated, Inglès?'
`No. Nor not so simple'. [Ibidem, p. 152.]

Pilar, mezza zingara di origine e mezza strega, o maga, per vocazione, saprà ben in anticipo la conclusione tragica dell'avventura di Jordan. Ma, con il suo senso delle opportunità reali, si comporterà come non sapesse. Questa capacità di preveggenza attribuita alla donna dall'autore la stacca decisamente dal gruppo degli uomini che essa domina e guida. Così come le sue qualità materne non permettono che si applichi a lei il giudizio di R. Penn Warren, riportato all'inizio. Si potrebbe forse concludere che la figura di questa popolana è la più ammirevole – e ammirativa – caratterizzazione che lo scrittore ci abbia dato.

La Catherine dell'ultimo romanzo, The Garden of Eden, con tutta la sua sofisticatezza gratuita ed egoistica, viene paragonata dal battage pubblicitario a Pilar. In realtà manca di uno sfondo potentemente drammatico come quello della guerra civile spagnola e di un coprotagonista, o di antagonisti, in qualche modo atti a controbilanciarla come elemento narrativo. Resta forse solo una buona metafora della femminilità moderna, quando portata a certe estreme conseguenze.

In quanto alla Renata di quel mediocre romanzo che è Across the River and into the Trees non potrò ormai soffermarmi su di essa se non per notare come – per quanto finora mi risulta – possa essere vista in rapporto a Venezia come l'unico simbolo umano della città in ambito letterario, contraddistinto da sana giovinezza e curiosità e gioia di vivere. Il miracolo fu reso possibile dal tipo di approccio che, sul piano narrativo, l'autore riservò all'ambiente lagunare. Un approccio diverso da quello di quanti – letterati o scrittori – lo avevano preceduto.

I suoi tòpoi sono infatti quelli dove Venezia ancora autenticamente vive ... Il mercato di Rialto: pagine che potrebbero essere antologizzate nella loro vividezza ed efficacia rappresentativa; le aree di caccia e di pesca, dove l'uomo ancora si immerge nella natura perpetuamente rinnovantesi.

In questo sfondo – che è di vita e non di monumenti culturali – la figurina di Renata può inserirsi con l'agile passo della sua felicità senza ricordi né rimpianti.

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