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Laddove si quadra il cerchio. Territorio di confine tra assoluto e relativo

È difficile far quadrare le geometrie del cuore e le dissonanze della vita; forse soltanto nell’arte è possibile tracciare le coordinate in cui s’intersechino il flusso incontenibile dell’essere con un ideale di perfezione: “Con ostinazione la poesia afferra il filo e | lo tira fino a trasformare | la linea curva del cerchio nella retta | che crea il lato del quadrato.” Nell’onnipotenza della creatività tutto quadra: l’assoluto s’incarna nel contingente, per cui si colmano le lacune e le aporie dell’esistenza: “Le poesie si generano faticosamente | l’una dall’altra per tentare | d’occupare anche gli angoli | oscuri, misteriosi del quadrato.” Cinzia Cavallo erige un’ingegnosa architettura di pensiero, con i concetti a incastro, per cui la parola in neretto della precedente poesia diventa il titolo e il tema della seguente. Svolge, così, un’articolata struttura filosofica, declinata nelle meditazioni incisive e nella forma compiuta dei versi, illustrata efficacemente nella prefazione, tentando “di rappresentare qualcosa della commedia umana del terzo millennio”: “Canto la fatica disperata e dolorosa | per cui l’uomo s’attrezza a quadrare | il suo cerchio, sperando che così | ridotto a fortezza lo preservi dal | finire lacerato tra ciò che il cuore | desidera e la mente ancora teme.” Tutto nasce dal grido di una “Voce che nessuno ha mai ascoltato, | estratta a forza dalle viscere oscure | della vergogna ed accompagnata | per mano all’aria da una coscienza | amica di fragili nascoste verità | e là mostrata finalmente adulta. | Voce isolata che raccoglie naufraghi | tra navi d’idee colate a picco in oceani | d’umana leggerezza, in cui onde semplici | provocano disastri agli insicuri collanti | cui sia stata affidata la tenuta della vita | e li restituisce ancora alla speranza.” È come il canto di sirena che ascolta un Ulisse distratto dal viaggio della vita, che insegue forsennatamente una sua impossibile chimera. È la stessa voce che nasce dal grembo trafitto del “Silenzio che accoglie, | Silenzio che nutre, | Silenzio che affascina. | Silenzio che nasconde, | Silenzio che tormenta, | Silenzio che uccide.” (Silenzio).

La maieutica è l’arte di estrarre la parte più vitale di sé, nell’autenticità della sua identità e nella pienezza della sua libertà, insidiata da ingerenze e manipolazioni: “Conosci l’arte di rimanere te stesso? | Anche se ciò che sei disturba i pensieri | di quanti t’hanno già sognato nei loro | sogni di potere, in cui tentano a forza | d’inserire te che gemi irato e dolorante.” (Maieutica).

La morte appare come il limite insormontabile, anche per chi sia stato un maestro di vita e un brillante professionista, come il giornalista Tiziano Terzani, di cui meraviglia, appunto, la tragica resa ad un male incurabile: “Come nei tanti incontri, in cui c’insegnò | a rispettare con ferrea dignità l’impegno, | vorremmo chiedergli un’ultima volta per | quale distrazione dell’anima abbia ceduto | un corpo, abituato a danzare tra proiettili | ed una mente acuta amica della verità, | ad un male che consacra la dannata | voglia di cellule impazzite e deliranti | di creare fiori artefatti negli organi.” (La sedia vuota In memoria di Tiziano Terzani). La sfida è “Che la morte ci trovi vivi, ancora | capaci di lanciare parole nell’aria | ed afferrarle poi per comprensione; | (…) Rivoltato il mondo zolla per zolla, | esigiamolo da noi coscienti, ostinati; | se non ci sia dato di decidere il luogo | o arrivare a stabilirne il tempo, almeno | ci sia concesso d’affrontare la morte, | guardandola dritta nelle orbite vuote, | riconoscendole un eterno significato | senza esaltarsi d’inutile sofferenza.” (Che la morte ci trovi vivi). È l’amore la misura della pienezza della vita, che restituisce la totalità e la gratuità del dono, che è capace di trasformarci per realizzare la nostra vocazione fondamentale: “L’amore ci cambierà sempre un po’, | se sapremo affidargli le nostre braccia | irrigidite dall’artrosi della solitudine, | braccia contratte che fendono il vuoto | senza trovare nella passione, nell’affetto | un motivo per cui stringersi a protezione. | L’amore ci restituirà le nostre mani fredde, | insegnandoci a non chiuderle come una morsa | su chi incrociamo per caso o per fortuna, | mentre ci muoviamo ad esigere dal mondo | la nostra quota sicura di appoggio, | con cui sfidare la paura d’essere invisibili.” (Cambiamento).

Il disegno che viene tracciato da questa ingegnosa concettualizzazione è quello di una ricerca dell’assoluto, che l’uomo affannosamente persegue, spesso in maniera sbagliata, con ideologie e fanatismi religiosi che pretendono di contenere l’identità dell’uomo e che invece si rivelano ingabbiature che finiscono per imprigionarla e mistificarla: “Non è impresa facile tirare quel filo | tanto che si adatti alle esigenze | del nostro disegno di vita. | Spesso sfugge per costruirsi altrove.” Scrive efficacemente l’autrice nella prefazione: “Far quadrare il cerchio diventa l’azione ossessiva e disperata di noi piccoli uomini, che ci affanniamo affinché la vita si sottometta alla volontà.”

Uno di questi stravolgimenti nell’inseguire una chimera è l’evasione nelle sostanze, che Cinzia Cavallo, forte della sua esperienza di prevenzione delle tossicodipendenze, descrive molto bene nel suo processo alienante: “Chi li abbia visti volare nell’assoluto | ha cercato di trattenerli sulla terra, | inchiodandoli alla croce della vita, | ma il loro sangue intossicato ha | preferito spesso il fascino del vuoto | alla sicurezza della loro precarietà | (…) tornare bambini una volta ancora | a succhiare disperazione insieme | ad un latte magico e dolcissimo | Poi arriva l’incontro fatale, quello | che libera per sempre un corpo già | da tempo abbandonato al silenzio e | quale dio esigente, dopo la schiavitù | d’incantesimi rituali, li assolve dal | ricercare un motivo per sopravvivere.” (Sopravvivere, forse).

La bellezza è un’altra deità sconsacrata, come un esemplare raro ormai in via di estinzione, costretto a nascondersi perché sempre perseguitato, esposto alla cattura e alla profanazione, cui è dato rifugiarsi soltanto nella sacralità inviolata dell’arte: “Bellezza ha disertato i luoghi del mondo | per rifugiarsi in un quadro di Van Gogh. | Resiste esasperata tra quelle pennellate | di folle assoluta genialità a contestare | le brutture di un misero ambito culturale. | Offesa, resta tra il giallo cadmio dei girasoli | e tra le ossa aguzze di un autoritratto serio, | aspettando che il mondo la cerchi ancora.” (Bellezza). Il simbolo, infatti, riscatta dalla tirannia dei daimones che popolano la nostra vita interiore, esorcizzando il loro tenebroso potere con la catarsi che li rappresenta e dà loro voce, addomesticandoli, per così dire, nelle forme artistiche: “Nel segreto della nostra coscienza, | quanti attori recitano dentro di noi | copioni che ci sovrastano per potenza | e drammi in cui rappresentarsi eroi, | lasciati oltre i propri limiti angusti. | Chiusi ci piangiamo vittime ed assassini, | giudici e bricconi, usurai e generosi. | (…) Prima che il seme indigesto s’impianti | e cresca su terreni malamente dissodati, | conviene propiziarci, come amico fidato, | il demone che benefico occupa fruttuoso | l’oscura notte della nostra anima, perché | quale genio creativo venga a riscattare | la nostra fragile coscienza fino a farla risalire alla sua piena umanità.” (Demoni).

La pazienza è un’arte tutta da apprendere per poter vivere con armonia, come c’insegnano l’istinto ancestrale delle madri e la saggezza atavica dei contadini: “La pazienza vive di tempo senza ore e | come il sapere è in cerca di stabilità. | L’hanno accolta in dono le madri che | accarezzano per mesi un ventre rotondo | e, cantando alla luna, formano in sé | tra organi ed ossa un fiore d’umanità. | Pazienza fu consegnata ai contadini, | perché scegliessero di fidarsi della terra | dissodata e restassero quieti a spiarla | uguale per tanto tempo, prima di veder | germogliare un frutto, con cui arginare | la fame incontenibile degli impazienti.” (Pazienza).

Infine, l’autrice rivolge a se stessa un’esortazione, affinché nella sua arte non diventi preda dell’ambizione dell’assoluto, che vuol travalicare a tutti i costi il relativo, inalberandosi in costruzioni ingegnose, avulse dall’umano, che abbiano la pretesa di spiegare tutto: “Se mi vedrai distesa sulle mie poesie | allargarmi senza rispetto tanto | da inghiottirle, cosicché un verso | fatichi a vivere di vita propria, | distoglimi veloce da quel sogno, | prima che diventi l’incubo di chi, | invasato, professi solo una verità. | Se mi vedrai occupare tutto lo spazio | ostinata a spiegare con la mente | immagini aperte solo all’invisibile, | scuotimi dolcemente con la mano per | liberare aria stagnante che non crea | più mondi di demoni da riscattare | anche solo con una folata di vento.” (Versi).

Cinzia Cavallo, in questa imponente cattedrale di pensiero, svolge una geniale intuizione, declinata per temi in una versificazione oculata e stilisticamente elevata, che ella stessa esplicita nella prefazione: “L’uomo è nato finito, imperfetto, solo. E proprio la finitezza che percepisce nel corpo e nei pensieri lo condanna a cercare sempre e dovunque l’assoluto. Lo persegue in qualsiasi forma si mostri, consolante o distruttiva, in una lotta disperata contro il tempo che, spietato, cerca di fargli accettare ad ogni istante il suo essere relativo. (…) Così la quadratura del cerchio diventa l’assoluto da confermare con la forza, la tensione che protegge tanti esseri umani dalla fatica di cercare il senso nella propria finita individualità. È il comodo contenitore collettivo, cui consegnare ogni ricerca personale; è quel tutto a cui affidare fuori di sé il divino, il potere e la bellezza.”

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