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Michele Prisco: scrittore europeo

da: Atupertu (1993)

Le cronache letterarie parlando di libri e di autori si soffermano su novità di catalogo e su nomi di autori di grande circolazione, pubblicizzati per motivi che spesso non coincidono con quelli di una vera cultura intesa come conoscenza dell'uomo e della società in cui egli vive, dimenticando o trascurando libri ed autori che di quella autentica cultura sono stati referenti e protagonisti. Tra costoro v'è certamente Michele Prisco, autore fortunato di tredici titoli di romanzi, tradotti nelle principali lingue del mondo, di cui il primo "La provincia addormentata", edito nel 1949, e l'ultimo "I giorni della conchiglia" uscito nel 1989. Tra i numerosi riconoscimenti sono certamente da ricordare il Premio Strega del 1966 con "Gli eredi del vento", il Premio Napoli del 1971 con "I cieli della sera" ed il "Verga" e l'"Hamingway" del 1985 con "Lo specchio cieco", oltre al "Fiuggi - una vita per la cultura" dello stesso anno per il complesso suo lavoro letterario.

Benito Sablone, poeta e critico, di lui ha scritto: "Il suo nome é tra i più riconoscibili della narrativa italiana e si colloca tra i pochissimi che sono stati capaci di creare grandi tessiture sullo sfondo di una società borghese con problemi e dilemmi etici e morali. Intrecci, atmosfere, analisi psichiche e percorsi labirintici tendono ad evidenziare il percorso della coscienza del nostro tempo ancora e sempre in lotta con "egoismi inconfessabili, gelosie, chiuse rivalità, invidie, desideri respinti". Per Raffaele Nigro, "I giorni della conchiglia", dove un esistenzialismo "disperato" dipana tutti i possibili segreti dell'inconscio, si tratta di un "romanzo di difficoltosa tessitura, arduo nella strutturazione narrativa e tuttavia di agevole lettura, costruito su toni assolutamente analitici, ma denso di poesia". Per Giorgio Pullini la prosa di Prisco si caratterizza per i continui rimandi ai precedenti percorsi, concatenando i personaggi e gli umori nel segno "dell'evoluzione compiuta sulla via della maturità".

Michele Prisco ha ricevuto a Pianella il "Rosone d'Oro" 1990 quale scrittore intenso e raffinato, premio che negli anni precedenti per la sezione "Lettere" era stato assegnato a Giorgio Bassani, Ernesto Sabato, Eugenio Evtuscenko e nel 1989 ad Alberto Moravia (1). Walter Mauro ha tenuto il discorso di presentazione dell'opera dello scrittore precisando che "Michele Prisco ha preso le distanze dal neo-realismo anche se nei suoi primi libri, fino al 1957, ha compiuto un'operazione propedeutica nei confronti di quello che Prisco considera l'inevitabile, indispensabile scavo nell'uomo e dall'altra parte segna la nascita, l'organizzazione di un laboratorio di scrittura che ä sicuramente tra i più affascinanti della nostra letteratura." E ancora ... "Una scrittura che ä andata via via raffinandosi e che ha rappresentato un po' l'alternanza indispensabile a quella che era la progettazione dolorosa, drammatica dal punto di vista esistenziale, dei contenuti. Michele Prisco ä stato il testimone non soltanto di cinquanta anni di storia, ma direi di cinquanta anni di dequalificazione dell'Io, di cinquanta anni di degrado dell'essere, di annullamento della figura umana, dei valori tradizionali e, puntualmente lo troviamo nei suoi libri, nella concentrazione che attraverso i suoi romanzi si ä verificata nei confronti dei tanti personaggi che ha creato." Il critico letterario ha pure detto che "la scrittura è in Prisco come riscatto della vita, scrittura come momento mai ripetitivo di uno scrittore la cui coscienza sta nel confronto, nella sfida con la parola e con il linguaggio" e chiude la sua puntuale analisi critica dicendo: "Scrittura anche come attività, come azione reattiva nei confronti della precarietà del reale, nei confronti delle carenze del vitale quotidiano. Questa è una forma di autoesaltazione che sicuramente colloca Prisco tra gli stilisti della nostra letteratura. Perï sarebbe un grave errore, una grave scorrettezza critica considerare questa elaborazione della forma come fine a se stessa nei confronti del contenuto. Cioè in Prisco si verifica continuamente un forte potenziale di mediazione fra quell'arte per la vita, che inevitabilmente lo deve accompagnare perché come giustamente dice Vito Moretti "lo stoicismo incombe", la storia ä sulla nostra testa, e dal cui protagonismo Prisco prende sempre le distanze, e la vicenda, l'avventura umana delle vittime della storia. E ricordo in proposito che Alfonso Gatto scrisse un meraviglioso libro di poesia intitolato "La storia delle vittime". E Michele Prisco ha creato attraverso i suoi romanzi tante "vittime della storia".

- "Prisco: i suoi personaggi?"

"Di solito i miei personaggi non sono descritti nel loro aspetto esteriore se non raramente. Essi vivono per me come persone reali. Io li vedo nella loro realtà iconografica e cerco solo di capirli nella loro identità interiore prima di stabilire in anticipo come si comporteranno in una certa situazione, per scoprire che si sono comportati magari in modo diverso di come avrei anche potuto immaginare."

- "Il momento della creazione?"

"C'ä un momento nel lavoro di un narratore che ä di grande felicità pienezza, che da solo compensa di tutte le fatiche e magari le delusioni provocate dallo scrivere e che non ä quello in cui l'autore comincia a convivere con la sua storia ed i suoi personaggi, né quello in cui la stesura corre più o meno spedita e risponde all'idea che si voleva realizzare, né quella di contemplare l'opera finita o le prime bozze, ma il momento in cui, terminata la prima stesura, l'autore ä ancora pieno del libro appena scritto e interviene nuovamente nel testo, carico di questo "di più" che gli "continua dentro", per rifare una scena, ln un episodio o una aggiunta di due/tre righe o un taglio di periodi o di pagine. E' questa una sensazione che ho provato e che mi si ä sempre rinnovata ogni qualvolta ho terminato un libro. Ed ä anche una sensazione di felicità e di amarezza insieme perché in questi momenti si avverte in filigrana l'intenso distacco di un'opera che ä stata dentro di noi, che ci ha nutriti dalla sua prima iniziazione per tutto l'arco del suo svolgimento e che adesso ci abbandona, ci lascia come svuotati, inutili, nell'attesa (quando avverrà, e se avverrà nuovamente) di ricaricarci per un altro lavoro."

- "Cosa c'ä di vero o di meditato nei suoi romanzi?"

"Benché sia uno scrittore di sola fantasia, tranne per "Gli ermellini neri" tratto da un fatto di cronaca veramente accaduto, i miei libri sono tutti inventati e non rifacimenti o trasformazioni di vicende reali, tuttavia pago anch'io il tributo alla realtà in cui mi trovo in quanto i miei libri di fantasia nascono sempre dall'osservazione di quanto mi circonda. E poi lo scrittore ä sempre, inevitabilmente, un testimone del proprio tempo e questo tempo finisce con lo specchiarsi nei suoi libri anche quando sembrano essere sganciati da sollecitazioni esterne perché la realtà che vive attorno a noi e fuori di noi è talmente preponderante e prevaricante da dilatare anche sulla pagina dello scrittore l'apparenza più disimpegnata. Il lavoro di uno scrittore ha un senso solo e quando si fa per certi aspetti mediatore, attraverso la pagina, della realtà circostante."

- "C'ä un'ambizione nello scrittore?"

"La sua ambizione, la sua speranza, pur nella crescente disattenzione della vita odierna, ä di potersi ancora rivolgere a sparute isole di lettori che vorranno e sapranno ascoltare la sua voce; che le sue parole possano ancora far del bene a qualcuno, non nel senso consolatorio perché oggi non c'ä posto, ammesso che ci sia stato nel passato, per libri consolatori che sono sempre libri falsi ed inutili, bensì come un contributo a riconoscersi perché il romanzo, e qui ä la sua forza, sopravvive malgrado che ricorrenti dibattiti lo vorrebbero finito, morto, all'avanzata della tecnologia che, tuttavia, non può soddisfare il bisogno che ha l'uomo nella solitudine di confrontare sugli altri e negli altri l'immagine che si fa di se stesso. Un vero romanziere conversa con gli sconosciuti; il suo ruolo non ä quello di suggerire delle soluzioni. La sua missione ä ad un tempo più modesta e più alta: egli forza il lettore ad interrogarsi su se stesso e sul senso del suo destino."

- "E la Napoli di Michele Prisco?"

"E' una Napoli mediata, filtrata. Sono un narratore di una certa provincia, di una Napoli particolare. Ho la sensazione che Napoli sia una città poco raccontabile, a meno che non si talloni la cronaca, per cui si finisce con lo scrivere un libro che non regge il passo con la realtà. Quando ho scritto "La dama di piazza", tra il 1958 ed il 1961, che ä la Napoli storicizzata, ancora conservava una sua struttura, una sua fisionomia, una sua identità. Vivere a Napoli oggi ä molto triste, questa città, non dico che uno deve conquistarsi ogni giorno, ma con la quale si ä in polemica quasi ogni giorno. Di questa necessità ad un certo momento di svicolare, forse sarà vigliaccheria, di non parlare di questa Napoli così come ä oggi. Ed ä una cosa amara."

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