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Rame e cioccolato, Alzheimer e memorie del cuore

Un prudente racconto di fatti estranei al proprio mondo o protetti da robusti filtri è tutto sommato agevole. Diverso è il discorso quando si sente di volere o dovere raccontare qualcosa che davvero scava nel profondo. Ci si avventura in terreni pericolosi, in tal caso. Il rischio è scivolare nel patetico, o, peggio ancora, in cliché abusati, corrosi dal tempo e dall'uso. Brina Maurer è conscia di questo rischio ma si inoltra da sempre in quei terreni, restando immune, evitando l'insidia, rimanendo se stessa, coerente con il proprio modo di essere, di sentire e di raccontare.

La protegge l'autenticità, la necessità sincera che sente e trasmette di parlare delle condizioni più fragili, più bistrattate, più scomode, quelle di fronte a cui spesso si chiudono gli occhi per evitare di dover aprire il cuore. Parlare di dolore, di emarginazione sociale e mentale, per alcuni è uno svago, uno sport, un modo per farsi belli con le pene altrui. La Maurer, senza strafare, senza effetti speciali da sceneggiata alla Mario Merola, senza colpi di scena eclatanti e mirabolanti intrecci, parla del lato in ombra delle vita, delle zone in cui si osserva, si percepisce, si respira “il male di vivere”.

L'utilizzo della prima persona è un primo passo verso l'immediatezza. Non un resoconto astratto di scene viste ma un racconto di vite vissute. E il plurale non è casuale: in primo luogo perché è duplice già in partenza il rapporto tra l'esistenza reale e quella narrata, ma, in maniera non secondaria, per la volontà dell'autrice di far sì che una vicenda individuale possa anche farsi specchio di altre strade e altri destini. «Mi assaliva il terrore. Ancora una volta. Come quando ero bambina e poi ragazza. Non riuscivo più a vedere con chiarezza. Troppi erano i traumi, i tagli che l’anima aveva subito, le toppe che rammentavano i buchi nascosti, le nubi di amianto che opacizzavano il cielo, le combustioni degli organi interni, del cuore, del cervello. Ero Serena, la figlia unica di sempre, quella su cui ricadeva tutto, nel bene e nel male», osserva.

Il tempo passato, l'infanzia e l'adolescenza, in realtà non trascorrono mai, non sono mai distanti, collocati in un altrove innocuo, a tenuta stagna. Sono sempre presenti, sono dentro noi, sono noi. Il terrore rimane lo stesso, solo trasformato da escamotage, trucchi, cerone, abili finzioni. Ma i traumi restano, così come i nodi mai sciolti, quelli che lentamente ma inesorabilmente ci soffocano. Le due componenti che avvitandosi l'una all'altra formano il cappio sono citate nel brano del libro riportato qui sopra. Vengono poste una a fianco all'altra, parallele e contrapposte: il cuore e il cervello. Se funzionassero di pari passo, tutto filerebbe liscio, serenamente armonico. In realtà accade molto di rado.

Accade, a volte, quando si trova il coraggio di osare, di provare a essere davvero ciò che si è, a dispetto di tutto, perfino di noi, delle maschere che abbiamo messo sul volto, sperando in una protezione che invece si rivela corrosione, annichilimento progressivo. Assieme a questo, per rendere possibile questo piacere dell'onestà che comporta enorme sforzo e grande dolore, serve un colpo di vento, uno scarto del destino. Uno degli aspetti più interessanti e di maggior rilievo di questo romanzo è la sottolineatura, concreta, controcorrente, che a volte un evento di per sé negativo può portare con sé effetti inattesi, nuovi terreni di dialogo, di consapevolezza, potremmo dire di “agnizione”, facendo sì che finalmente due personaggi, anzi, due persone, si incontrino davvero, si riconoscano nella loro identità autentica.

«Stavo male moralmente, mentalmente e fisicamente (l’ansia stava impossessandosi anche del mio corpo), eppure una vocina ogni tanto si insinuava chiedendomi: “E se tuo padre si fosse ripreso proprio perché ha rivisto te?”. Pensare al bene degli altri è necessario, ma tutti abbiamo dei limiti e non si può fare troppa violenza su se stessi. Potevo davvero resistere? Ero veramente diventata più forte, capace di farmi rispettare? Ma soprattutto avevo rispetto, a trentotto anni, finalmente per me stessa?». In queste frasi del libro (e non è un caso che siano espresse in forma di domanda) sono contenute le coordinate fondamentali, l'evoluzione, i mutamenti di orizzonte, le nuove sfide imposte dalla sorte. L'accadimento determinante è la malattia del padre. Correlato ad esso, il primo passo verso la nuova direzione: il rivedersi, che diventa vedersi davvero, fragili, quasi diafani. Il cambiamento impone la reazione; e qui, come spesso accade nella vita, il gioco è serissimo e aspro. L'affetto può essere una sfida, un peso, una violenza. Il più normale dei sentimenti, l'amore verso il padre, impone una ricollocazione del modo di essere e di sentire sedimentato dentro per anni. La domanda di fondo riguarda i limiti. Può un essere normale, privo del dono della santità, trasformarsi e riforgiare il proprio modo di essere? È possibile pensare al bene degli altri senza fare del male a noi stessi? Donare gesti e parole vivificanti senza uccidere i propri ricordi, il bene e il male accumulati nel tempo fino al punto in cui sono diventati carne e respiro? Non è facile. Non è possibile senza pagare uno scotto. Nelle pagine di questo romanzo si ragiona su questo, si riflette accuratamente, mentre la vita quotidiana scorre con i suoi piccoli e grandi eventi, se valga la pena pagare il prezzo di essere umani, a dispetto di tutto, perfino del dolore.

«Veniamo al mondo da soli e moriamo da soli, indipendentemente dal fatto che ci sia o non ci sia qualcuno fisicamente accanto a noi, a gioire o a piangere per la nostra venuta o per la nostra dipartita o sofferenza, nelle varie fasi altalenanti dell’esistere». Questa frase del libro ricorda, per assonanza, Joseph Conrad, il mistero del Cuore di tenebra. Ma, tra le righe, nelle pieghe delle parole, è nascosto un bagliore. Se non la soluzione, almeno un percorso, la possibilità di dirigersi altrove: piangere per la sofferenza altrui, nelle fasi altalenanti dell'esistere. Il mutamento si verifica, in modo emblematico, nel momento in cui, affermando l'assoluta solitudine dell'individuo, si riconosce che c'è la possibilità della com-passione, la sofferenza condivisa, e con essa la gioia, la tenacia, la volontà di dare, a dispetto di tutto.

«Il presente è la sola dimensione temporale che veramente ci appartiene. Si dice che l’uomo occidentale sprechi quasi tutta la sua vita a pensare al futuro, a quello che ancora non è riuscito a fare, non apprezzando le mete già raggiunte, i traguardi faticosamente conquistati e magari fino a poco prima ritenuti impossibili», annota la protagonista. Questo libro è, anche, un tentativo di smentire questa tendenza a vivere distanti dal presente, quindi dalla vita che davvero conta, dall'istante che fa di noi quello che davvero siamo. Ci viene raccontato, o meglio mostrato, pagina dopo pagina, che i gesti normali sono i più importanti: preparare e portare una colazione, chiedere come stai, accertarsi che la persona che si ha accanto abbia mangiato, che possa stare meglio possibile, nei limiti di quanto ci è concesso.

Anche l'ironia può essere utile, toglie peso al male, sdrammatizza, rende la pena meno solenne e ineluttabile. L'ironia, tra pensieri e riflessioni, slanci, arrabbiature, corse e rincorse, è una delle armi della protagonista, Serena (nome adeguato e ossimorico allo stesso tempo) e, tramite lei, dell'autrice.

«Inorridisco se penso che per quasi trent’anni non ho avuto una vita veramente mia! Cosa ne sarebbe stato di me, se non avessi avuto i cani e il talento artistico? Sono stati i miei fratelli e sorelle pelosi a educare il mio cuore, ad aprirmi gli occhi sulle meraviglie del creato, a dare un senso al mio cercarmi». Accanto all'ironia, adeguata a loro, appresa anche dal loro comportamento, uno dei Leitmotif più cari a Brina Maurer: l'amore assoluto per il mondo degli animali. Mai accessorio, mai posto a fianco a quello degli umani, ma, al contrario, parte integrante della volontà e possibilità non solo di comprendere il senso della vita ma anche di assaporarla appieno. Nella trama specifica di questo romanzo, l'amore condiviso per i cani sarà il fulcro, la leva che consente il recupero del rapporto tra padre e figlia. Attraverso lo sguardo e la presenza di un cane gli occhi tornano a guardarsi, uscendo da antichi egoismi, barriere e trincee erette a separare caratteri, difetti, vizi, manie, imperfezioni. Nello specchio degli occhi di un cane, l'autrice vede se stessa e suo padre. Guarda e finalmente si lascia guardare. «Anche se non mi sono mai considerata figlia unica, perché i cani sono sempre stati i miei fratelli, non posso fare a meno di domandarmi se, ai tempi di Villa Viola, almeno qualche volta mio padre abbia riconosciuto la sua unica figlia di umana stirpe».

Il recupero del rapporto tuttavia è presentato in modo maturo, onesto, lontano da soluzioni miracolistiche da fiaba della buona notte. Il mondo era imperfetto e tale rimane, l'alcol e il cemento continuano a contrastare il rame e il cioccolato. Gli echi letterari si intravedono in controluce, appena rilevabili, ma in grado di dare sostanza a una vicenda del tutto originale. Si sente l'eco della Lettera al padre di Kafka, de La coscienza di Zeno, di Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi. Qui tuttavia i gesti più semplici riescono a fare la differenza: «Serena dagli animali aveva imparato tanto e con umiltà. Gli angeli con la coda erano stati i soli responsabili della sua educazione sentimentale. Eppure, proprio a quel padre tanto odiato, ella doveva quanto aveva di più caro e prezioso: l’amore per i cani, senza il quale nemmeno la passione per lo studio e per l’arte avrebbe avuto alcun significato». La chiave, forse, è in queste parole: l'umiltà che è innata negli animali per gli uomini è cammino aspro, meta che conduce ad una nuova consapevolezza, ad un modo differente di relazionarsi con il mondo, con gli altri, con noi stessi. Il gesto finale del libro è a sorpresa, una maniera simbolica e concreta allo stesso tempo di legare il proprio affetto, tutto il bene e il male, il rapporto ritrovato con una figura chiave dell'esistenza, all'amore assoluto per i cani, nello specifico per un cane. In tal modo tutto, la vita e perfino la morte che della vita fa parte, assumono una dimensione. Il senso, se esiste, è nella cosciente incoscienza del vivere seguendo istinto e passione: «Fu allora che potei nascondere all’interno della sua giacca due sacchetti contenenti i resti di Amina (li avevo fatti riesumare per farli cremare pochi giorni prima, sapendo che mio padre si stava spegnendo). Così nessuna legge, né nessun dio, poté frapporsi tra loro, nemmeno nell’aldilà».

Recensione
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