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Eventi primi

Il libro Eventi primi, uscito in Prima Edizione per i tipi di Macabor (Francavilla Marittima - CS) nel 2017, è stato inserito nella Collana “I Fiori di Macabor”, diretta da Bonifacio Vincenzi, ed è proprio questa opera di Lucia Gaddo Zanovello la numero 1, l’opera che inaugura la prevista collezione di soli trenta volumi. Si possono ravvisare, pertanto, talune “magiche sincronicità” che accompagnano questa pubblicazione, la quale può, a sua volta, rappresentare un “evento primo”.

La fotografia “alfabeti” in copertina è stata scattata il 16 marzo 2017 dall’autrice, alle ore 11. Qui compaiono sia l’elemento floreale, sia il numero primo 11, entrambi tanto cari a Lucia Gaddo Zanovello, che ha fatto della presenza vegetale molto più di un leitmotiv in tutta la sua produzione poetica. Riguardo alla ricorrenza del numero 11, in questo libro compaiono anche la poesia “Undici indici puntati” e «centoundici segni».

È la stessa poetessa a dare una definizione esaustiva di quali siano gli “eventi primi” secondo la sua particolare concezione, in una nota collocata a chiusura del libro: «‘eventi primi’ come ‘numeri primi’, ma sul piano esistenziale. Gesti di spinta, innovazione, indicatori di spostamento, di mutamento; varianti atte ad operare cambiamenti di direzione o metamorfosi; talora, più semplicemente, segni che esercitano l’ispirazione». Occorrono, però, sensibilità e umiltà, accortezza e prontezza, per captare i segnali significativi e metterli a frutto, senza sprecare il dono di occasioni inattese che, con frequenza variabile, la vita concede a ognuno: «se la persona non percepisce appieno l’accadimento, in tutto il suo valore e potere, avendo questo agito inconsciamente rispetto al giudizio e alla consapevolezza individuali, è destinato a giacere in una fluttuazione sterile, vagante senza fine». E soprattutto, quale diretta conseguenza di tale atteggiamento o distrazione, «si interrompe l’evoluzione spirituale dell’essere o in ogni caso fallisce quell’occasione preziosa offerta dall’evento, di essere processato da cuore e psiche». Il che spesso si traduce in una non sufficiente attenzione nei confronti di chi sta vicino o di chi vorrebbe abbattere le barriere che dividono.

Opera poderosa, quella complessiva di Lucia Gaddo Zanovello, che già da tempo appartiene alla storia della poesia e che dona al lettore soluzioni formali inconsuete e mai di superficie, soluzioni che affondano nelle viscere del dire.

I versi degli Eventi primi, in particolare, si caratterizzano per “Polifonie di luce” e “Cromíe sonore” (è risaputo l’amore dell’autrice per gli accenti, come testimoniano molti dei titoli dei suoi libri), che ben esemplificano la musicalità originalissima raggiunta da questa poetessa.

Nelle opere di Lucia Gaddo Zanovello solitamente si ha l’impressione che ella, proprio scrivendo, riesca a riempire i “vuoti” e ad alleggerire i “pieni” della vita, della realtà, secondo un piano meticoloso che nulla lascia al caso o all’improvvisazione. Eleganti e ricercate sinestesie, immagini che vibrano e sprigionano note musicali dai suoni chiari, si sposano a profumi delicati e afrori.

Già semplicemente scorrendo i titoli delle Sezioni che compongono gli Eventi primi, si può immaginare la densità e complessità del piano, dei significati e dell’architettura che sorreggono la molteplice silloge: “verbamentaria pulvis”, “cromíe sonore”, “eventi primi”, “in alea”, “sbilanci”, “asole fragili”.

L’autrice, tra i tanti nodi tematici che affronta, si sofferma anche sulla differenza che intercorre tra il concetto di “distanza” e quello di “lontananza” (come nella canzone “Il Conforto”, contenuta nell’album Il mestiere della vita e cantata da Tiziano Ferro con Carmen Consoli). Lucia sottolinea come la distanza non crei di per sé lontananza, perché l’amore non conosce limiti: più si ama, più si può amare; in un altro individuo (animale non umano incluso) si può ritrovare se stessi e proprio grazie a esso talvolta ci si può meglio comprendere. Più si condivide, più si cresce e maggiori sono le risorse a disposizione. Sulla scia di queste considerazioni, ella ha immortalato l’amore per ogni cuore pulsante del creato nella lirica “Sono nel palpito”, poesia dedicata alla madre: «Sono nel palpito di ogni vita, / sosto nell’ape dell’orto di pace / che cuce materna / un miele di seta. / Procedo fra Ave ed Eva» …«Cercatemi tra i fiori del mio giardino, / la mia dimora è nel cerchio delle stagioni». Lucia dimostra pure una competenza botanica degna del Pascoli, mentre descrive e cattura l’armonia naturale, la ricchezza e la bellezza del mondo vegetale, persino il suo canto inascoltato («La melodia nativa dell’ortaggio», «il saldo denso lusso della patata»).

Tra possibilità speranze desideri errori abbagli e delusioni, nel ritmo altalenante delle giornate, e tra le intermittenze gli umori e gli eventi mutevoli, attimi di sconforto si alternano a zampilli di luce che non ammettono dubbi. Credendo sempre più nel giorno eterno che sopraggiungerà, e anche che l’errore e il male potranno essere riassorbiti in un disegno di perfezione, Lucia Gaddo Zanovello abbraccia la gioia del “sì”, poiché «Spingono tra le gemme ferite / monconi di rami nuovi», ossia si può verificare sempre qualcosa di nuovo e inatteso «dopo i giorni del massacro».

Tuttavia porgere la mano o l’altra guancia può non bastare, se le porte cui si bussa non si aprono, se nessun bottone entra nell’asola. Rimane necessaria la collaborazione delle diverse parti in gioco, per poter raggiungere la tanto agognata concordia, altrimenti il disegno non si completa. Senza voler giudicare nessuno, la poetessa rammenta al lettore che si può, anzi che si deve comunque denunciare il sopruso.

Ella non si arrende all’abitudine, sa che nulla è mai scontato né banale; non dimentica che il sorgere del nuovo giorno non è cosa certa. Talvolta, anzitempo, la assale una sensazione di lutto, tra timori e presentimenti, ipotizzando che ultime o penultime volte possano essere le occasioni che sta vivendo o che altri non colgono.

In un crescendo di intensità, proprio nella parte finale di questo volume compaiono alcune tra le sue poesie più belle, quelle dedicate ai suoi cani e gatti e al livello massimo di intimità e intesa che con loro si può raggiungere: «Perché si direbbe ‘soffre come un cane’ / se non fosse stato proprio quello l’amore più grande»?; «Alla natura lasciami / e all’amore di chi ha seguíto ogni mio passo / con la cura che spetta all’amato»; «Tutto quanto sapevi dire dell’amore» … «la sciarpa lunga della coda / gremita del suo morbido piumino. // Avrei potuto rubarne un ciuffo, / prima della terra». La poetessa vorrebbe poter garantire protezione a tutte le creature: «Come me non sei che un pullus, / di turdus merula, tu, d’umana specie io». Nella democrazia delle anime non esistono gerarchie, né la parola, così spesso contrapposta al presunto potere superiore dell’immagine, è segno di intelligenza o forma di pensiero superiore, ma solo di diversa veste che cinge l’anima. E allora, nella diversità degli idiomi, Lucia può dire: India, «lupetta che parli una lingua infinita / di sguardi sagaci e di baci», «della materia degli angeli resti, / d’innocenza custode, / canina creatura»!

Lucia Gaddo Zanovello si è inventata una lingua tutta sua, una lingua accogliente con cui vuole mettere a suo agio il lettore, ospitandolo in un mondo di armonia dove sono stati inglobati e riassorbiti i dissidi, divenendo essi stessi parte irrinunciabile del tessuto.

Una lingua fatta di luce e diramazioni che vanno oltre la pagina del libro, una lingua arricchita di concrezioni minerali e vegetali, agli imbocchi di una grotta in cui le memorie custodite gelosamente nutrono una promessa formulata come quotidiana preghiera: «Bussano ai vetri dei ricordi / le dita ininterrotte delle anime / che avanzano / con l’insistenza del vento / vogliose di baci» (qui in un’atmosfera che ricorda La Voce nella Tempesta).

Via via, nell’infinito poema delle sue opere, emerge anche un maggior scavo psicologico: chi è interessato soltanto al danaro e schiaccia l’innocente, non è isolato, anzi ha pure i suoi alleati: «Chi lo vuole / per amico, per padre, / per figlio o in ispirito accanto?»; «fammi il favore, se credi che troppo mi sfregi il livore, / davvero ch’io pieghi i ginocchi davanti al richiesto perdono. / Ma no che non giunge». E ancora, in “Ignavia”, poiché sapere è dono ma pure condanna, per quanto concerne la pigrizia spirituale leggiamo: «basta formulare domande / per avere risposta. / È che spesso non chiede / chi non vuole sapere» … «nel comodo / particolare / di non cambiare». Anche parole dure, dunque, in questo libro, e non solo ricerca di armonia a tutti i costi.

Del resto rimane lecito chiedersi quale senso possa ancora avere la scrittura, se le parole «non prendono l’osso del cuore» (Lorenzo Pittaluga). Perché la poesia - «argine / che trattiene le piene - // ha cura dei figli / dell’occidente – si fa // carico delle orbe - / insensate voglie di // uomini insofferenti / all’ordinario fluire // delle cose» (da La buona lentezza).

Recensione
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