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Paura della bellezza. Aforismi

Sul dizionario di retorica e di stilistica del grande saggista e critico letterario Angelo Marchese, alla voce aforisma si legge: “breve massima che racchiude, per lo più, una riflessione etica o un ideale di saggezza”.

E’ esattamente quanto possiamo leggere negli aforismi raccolti da Velio Carratoni sotto il titolo Paura della Bellezza (Fermenti, 2019). A farla da padrone è, in particolar modo, una sorta di j’accuse nei confronti della sostanziale volgarità della vita attuale, in senso lato, della sua aridità cui, suo malgrado, ancora si oppone una frangia di resistenza/ostinazione che tenta di mantenere in vita cultura e senso della comunicazione.

Prettamente più che di comunicazione vera e propria si potrebbe parlare di un contatto potenzialmente continuo che contraddistingue la nostra società ma che molto spesso si trasforma nel suo contrario, giacché così come è facile raggiungerci ed essere raggiunti lo è altrettanto divenire irraggiungibili, allorché talvolta, sempre in modo più pervasivo, scegliamo l’assenza di contatto, decidiamo di non mostrarci, di non rispondere e quindi anche di vivere rapporti interpersonali svuotati di concretezza.

In molti degli aforismi dedicati al tema della comunicazione Carratoni se la prende con la tecnologia attuale che spesso ci porta a schermarci dietro un sistema di dispositivi i quali ci conducono verso un modello di società fantasmatica. Sembrerebbe che ci sia una tendenza a difenderci al contatto, che sia diventato normale non esserci, non rispondere, professare sentimenti realmente non vissuti.

Forse anche da questa problematica si innesca la paura che spicca nel titolo del volume, una paura consistente anche nello svelare ciò che ciascuno, per riserbo, finzione o falsità stenta ad ammettere. La paura è anche timore che la bellezza che difendiamo in noi possa improvvisamente scomparire, che diventi un ricordo, che si riduca ad un’illusione. Nella bellezza, ci mette in guardia l’autore, non c’è infatti soddisfazione ma un coinvolgimento che comporta sgomento e sofferenza.

A proposito di bellezza, Velio Carratoni scrive: “La bellezza si estingue. Il fascino resta. A far rivivere la genialità delle ombre.” Questo mi sembra l’aforisma-principe dell’intera raccolta. La bellezza, massimamente coinvolgente, è soggetta a deterioramento, come tutto ciò che è dotato di vita, quindi si logora e anche chi la possiede è destinato ad una perdita ed ecco quindi anche la sofferenza; del resto la sofferenza interviene ove ci sia stato prima un piacere, derivando essa dalla mancanza di un piacere. Ma attenzione al repertorio lessicale utilizzato: la bellezza non muore, non finisce, si “estigue” e questo lessema ci conduce in un’atmosfera quasi incantata nella quale il lettore intravede un movimento funambolico ove in un intervallarsi di apparire e scomparire un essenza importante svanisce in modo leggero ma al tempo stesso definitivo. A fare da contraltare c’è il fascino, l’anima interiore della bellezza, il quale invece non si estingue ma “resta”. In tale suo restare possiamo osservare una forma di resistenza, di impegno, in qualche modo, quasi ineludibile e finalizzato ad una sorta di resurrezione, di qualcosa che in realtà non è mai morto: la genialità delle ombre. Leggerei queste ombre come la parte, per assurdo, più consistente della vita dell’uomo, il cui percorso esistenziale si compone sostanzialmente di ombre, talora più vivide, tali altre meno appariscenti ma sempre presenti. E allora chiediamoci qual è il significato di “genialità”. Probabilmente potremmo rispondere: un nascere con un talento (gignere/genium) il talento che ciascuno di noi, perseguendo la bellezza e soffrendo (quindi patendo per essa) attua nella fascinazione dell’ entità dell’ essere.

Carratoni distingue nel libro sette sezioni: cultura, politica, psicologia, costume, attualità, collettività, prassi. Colpisce come da un termine onnicomprensivo come “cultura” si finisca con uno concreto e definito come “prassi”. Se nella prima leggiamo aforismi come “Gli altri non sono competitori ma nostro collegamento. Sia pur sgradevole. Preferibile al gelo del non contatto” o “Chi non crede a se stesso, non calcola gli altri. Repellenti ma necessari.”, nell’ultima sezione troviamo per esempio “L’umanità è un ricordo sbiadito”.

Cosa è accaduto nel passaggio dalla teoria/cultura alla pratica/prassi? Risponderei con un altro aforisma: “ Moine. Sorrisi. Ammiccamenti. Per far scattare tanti muoviti e seguimi. Prefissati.” E’ intervenuta la FINZIONE, è sopraggiunto il gioco umano del vedo/non vedo, del sono/sembro, del dico/nego, della eterna bilancia tra il sì e il se, l’incessabile movimento che ci sballotta tra ciò che è vero ab Aeternum e ciò che è rappresentazione. La finzione si produce per assenza di contatto.

Scrive Carratoni “Volgarità e finzione seppelliscono la poesia” e “L’ambiente è finto. Noi siamo figuranti. Veri sono i contorni che non riusciamo a decifrare” e ancora “Lo scudo delle parole. Ci coinvolge nelle finzioni d’obbligo”, “Il benessere è tutta una finzione, soprattutto se di sapore cellulare”.

Trasversalmente alle varie sezioni leggiamo, poi, i riferimenti alla politica, che non è più servizio sociale e civile ma attività svolta in funzione autoreferenziale “Padroni della politica. Non ci avevano abituato a pensare che ogni suo esponente dovesse essere un servitore?”. Qui si innesca anche una costruttiva critica ai giovani, oggi detentori di una status di unicità che li slega dal passato e dal futuro comune, apparentemente facendoli sembrare liberi, in realtà sprofondandoli in un caos di indeterminatezza. Si legga: “E chi non si sente seguito da vivi o morti è come se non ci fosse” o “ I giovani sono cresciuti come se ci fossero sostegni perenni, pur biasimando le dimore d’origine”. La visione profetica del futuro, che finalmente accomuna tutte le generazioni, ci vede inermi: “Dove ci porteranno certi padroni della Terra? Coloro che credono di dominare cielo acqua mare. Come se tutto fosse loro.”

E infine la predizione: “Sarà la nostra conoscenza a conservare o approfondire. Anche se si tenterà di ignorare o dimenticare”.

Conoscenza per conservare, il progresso per custodire ciò che è stato, per cercare ciò che sopravvive al contingente ovvero la BELLEZZA.

Di bellezza si tratta non soltanto in questa ricerca profonda del lessico e del significato intrinseco delle parole ma anche nella struttura del discorso posta in rilievo da un uso, direi, filosofico della punteggiatura, che in questi aforismi segue lo stesso ritmo del pensiero piuttosto che il banale uso comune.

Velio Carratoni prende per mano il lettore e lo conduce in un mondo composto di riflessione, di ostinata vitalità, di non resa alla volgarità del vivere che si rivela per “non vita”, alla luce dell’amore che è conoscenza vera, di mistero che è anima della conoscenza stessa, di apertura verso l’incognito che è paura ma al tempo stesso bellezza.

Recensione
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