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Passive perlustrazioni

Madori di corpi

Colpisce d’immediato il taglio della prosa di racconto. Nelle Passive perlustrazioni (Fermenti, Roma 2018) di Velio Carratoni la durezza, la superficie butterata del linguaggio, con punte talora acute, è una costante. Nessun trucco coprente, nessuna correzione abbellente è dato ravvisare; infrazioni alla composta acconciatura dello stile si incontrano, invece, con alta frequenza. Qualora fosse necessario far menzione di possibili precedenti, e di filoni letterari ai quali sia pensabile un aggancio intertestuale, farei il nome del Moravia dei pezzi brevi, e ruvidamente “morali”, della sua primissima stagione (il miglior Moravia, a mio giudizio); e circoscriverei, contemporaneamente, un’area ideologico-culturale sulla quale insistono suggestioni espressionistiche e atmosfere riverberate dall’esistenzialismo.

D’altra parte tutto è qui nel segno di un chiudersi stretto e di un raggricciarsi fino ad una immedicabile costipazione. Spiragli che lascino intravvedere vie di fuga sono tutt’affatto inesistenti. Gli esterni, nelle figurazioni narrative, sono intasati da personaggi dalla consistenza quasi di macchine semoventi, che paiono seguire tracciati eterodiretti e rispondono ad impulsi come automatici; traiettorie alienanti attendono i gesti e i movimenti delle sagome antropomorfe appaltate nei racconti e le attirano in uno scenario obbligato a forte, congestionata, sperdente urbanizzazione; i percorsi che si registrano sulla mappa del testo, al dunque, sono strade sbarrate e non portano da nessuna parte, sempre uguali.

Gli esterni, insomma, è come se fossero fatti ripiegare, trasferire negli interni, saturandone i volumi: nella consapevolezza di una standardizzazione e di una omologazione globalizzate, che hanno occupato qualunque spazio vitale, Passive perlustrazioni si dà ad una scrittura tutta di interni. E tutta di atmosfere asfittiche, di aria che manca.

Non v’è dubbio che questo sia, storicamente, l’habitat che l’espressionismo ha avuto in cura, come tanta pittura e tanto cinema ci hanno mostrato; non v’è dubbio, al tempo stesso, che nel chiuso degli interni il corpo a corpo dei personaggi con gli altri che si fanno loro accosti, e i conti di ciascuno di essi con se stesso, siano esposti a verifiche esistenzialistiche della tenuta e del senso dei rapporti, a ripetute autoanalisi non sostenute da certezze. In questa chiave i racconti scelgono pressoché tutti inquadrature di primo piano sui soggetti in scena e tengono ferma la macchina da ripresa ricusando ogni piano-sequenza, ogni campo lungo.

Nel fermo delle immagini, che corrisponde alla stasi irremovibile, al fermo raggrumato di una generale condizione comune, neppure v’è dubbio che le figure umane subiscano esse medesime un blocco e appaiano appena reduci da un processo di spossessamento, di svuotamento, di riduzione all’inanimato (all’inautentico). Il titolo del libro è un segnale assai chiaro: gli sguardi, le esplorazioni nei loro dintorni sono inattive, non producono alcunché: le parti in copione sono quelle degli inetti all’ennesima potenza. Ogni azione è interdetta o abortisce: non vi sono attanti né logiche attanziali nei segmenti narrativi del testo; e il racconto è come se, per scelta autoriale deliberata, rimanesse avvitato su se stesso. Fermo, appunto, in passive perlustrazioni.

Per certo, in un contesto siffatto, e in un siffatto sistema di connessioni, ogni identità è smarrita. I personaggi sono stati derubati della loro identità e se ne mostrano irreversibilmente privi. Di racconto in racconto il non sapere chi siano, e come siano in relazione, li stringe in costipazione: hanno nomi che talora si ripetono, indizi di un reale anonimato, in situazioni che a volte sembrano reiterarsi sempre uguali. Quale sia il loro genere, quali le inclinazioni affettive e sessuali, quale sia il rapporto di coppia in cui sia più facile ritrovarsi e riconoscersi, cosa vogliano da sé e dagli altri resta comunque oscuro, indeterminato. Nessuno è in grado di appurarlo facendo chiarezza nella sua esistenza; tutti si presentano esitanti e incompleti; tutti sono incapaci di individuare il proprio volto e finanche di scegliere la propria maschera. Una prova del nove aggiunta è che non reggono linee di ascendenza, o filiazioni: accade in alcuni casi che il padre sia dichiarato assente, in una società che è tutta senza padri, interrottasi ogni trasmissione di esperienze o di mondi con i quali confrontarsi.

Con un rigore assoluto, e crudele, Velio Carratoni ricusa il racconto come compiuta, risolta storia di formazione (essa, al contrario, non è fatta neppure cominciare); e con ribattuta tenacia, in asprezza, porta in scena una diffusa, contagiosa, ormai endemica perdita di identità. Una sindrome dei nostri sciagurati anni.

I soggetti ameboidi chiamati alla ribalta in Passive perlustrazioni puntano sul corpo e sulle sue proiezioni sessuali la localizzazione di un possibile ubi consistant. E in effetti la corporalità senza sublimazioni o rimozioni, ripresa da vicino nelle sue manifestazioni, funzionali al principio del piacere, condensa e trattiene un tema dominante, reiterato in leitmotiv. Epperò l’eros non c’è verso che si sottragga alla stretta di thanatos e che rinunci a segnare, rimarcandola, una condizione di crisi irreversibile.

Non solo il sesso si configura, in questi racconti, ancora sotto l’egida dell’inautentico, come strada con divieto d’accesso ad una formazione da compiere, ad una identità da conseguire; e non solo i suoi atti si riproducono infine automatici, incoativi. Lo stesso corpo, che ha ricevuto incarico di supplenza, e mandato esplorativo di perlustrazione dell’altro da sé, termina rotto, frammentato, dissolto. Frammentato in una realtà frammentata: la prassi ospedaliera a cui è esposto lo disseziona in particole e gli atti relazionali che lo impegnano prendono a liquefarlo in madori, che è parola la più ricorrente, e indicativa di una diatesi di forte valore semantico, in Passive perlustrazioni.

Una silloge di racconti tra editi e inediti, scritti nell’ultimo decennio, in linea perfetta con il rigore e la consapevole coerenza con cui Velio Carratoni conduce il suo ragguardevole percorso di ricerca letteraria dentro il groviglio e le panie del nostro tempo, fuori dagli schemi di letteratura correnti che distillano melassa: questa la testimonianza viva, e polemicamente attiva, di Passive perlustrazioni.

Recensione
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