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Goffredo Mameli: poeta ed eroe

Antiga, Cornuda 2001, pp. 22.

Il nome di Goffredo Mameli in Italia è sempre d’attualità, sia perché egli è l’autore dell’omonimo inno (che più precisamente dovrebbe chiamarsi Inno di Mameli-Novaro) sia perché ogni tanto circolano con insistenza voci d’adozione d’un nuovo inno nazionale, magari preferendo ad esso il popolare coro Va’, pensiero dell’opera Il Nabucco di Giuseppe Verdi.

1. Un “gagliardo fanciullo”

Nato a Genova il 5 settembre 1827 da nobile famiglia (suo padre era ammiraglio della marina sarda), Goffredo Mameli dei Mannelli frequentò gli studi classici in scuole religiose, presso gli Scolopi, e si appassionò alla lingua e letteratura greca, ma amò tanto la poesia che cominciò da ragazzo a scrivere apprezzate liriche. Entrato poi all’università per il corso di laurea in giurisprudenza, ne fu subito espulso per il suo carattere forte. Leggendo, conversando e riflettendo, cominciò ad interessarsi ai moti patriottici che avrebbero unito l’Italia: ben presto capì che sua patria era non tanto Genova e la Liguria, che pure amava moltissimo, ma ogni contrada d’Italia, per la cui riscossa nazionale voleva prodigare il suo impegno; e lo prodigò fino a farne il proprio destino.

Nel 1847 in occasione della festa per la costituzione della lega doganale tra Piemonte, Toscana e Stato della Chiesa fu cantato per le strade di Genova il suo Canto nazionale degli Italiani che dalle prime parole prese il titolo di Fratelli d’Italia. L’inno, scritto dal Mameli all’età di 20 anni durante un’agitazione popolare, era stato musicato in una notte dal maestro Michele Novaro e ben presto si diffuse per tutta l’Italia. La sorte poi volle che cent’anni dopo, il 12 ottobre 1946, esso sia stato scelto come inno nazionale della Repubblica Italiana.

Nel 1848 il Mameli fu portavoce a Carlo Alberto della richiesta dello Statuto e partecipò alle campagne contro gli austriaci, guidando a Milano una colonna di alcune centinaia di genovesi in appoggio alla rivolta popolare delle Cinque Giornate e combattendo sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri. Tornato a Genova, protestò contro l’armistizio firmato dal generale Salasco a Vigevano e con un’intensa attività propagandistica, incitò i giovani a seguire Garibaldi nella spedizione a Roma. Per Venezia scrisse l’ode Milano e Venezia, al fine di sollecitare la solidarietà a favore della città lagunare, “la gran Mendica” affamata, ode che lesse in un teatro chiedendo che si donasse “a Venezia un obolo” per la difesa della sua indipendenza dall’Austria.

Nel 1849, quale rappresentante genovese della Repubblica romana poi capeggiata dal Mazzini (che il Mameli stesso aveva invitato a venire da Firenze a Roma inviandogli il famoso messaggio “Roma! Repubblica! Venite!”), guidò a Roma con Nino Bixio il battaglione di volontari mantovani che a Ravenna si era unito agli altri volontari provenienti da tutta Italia. Alle porte di Roma si unì a Garibaldi; il quale, pregato dal giovane di farlo “procedere avanti ove più fervea la pugna”, lo nominò suo aiutante di campo. In questa veste partecipò al combattimento di Villa Pamphili, in cui un centinaio di giovani, guidati dal varesino Emilio Dandolo di 22 anni, quelli che Luigi Mercantini (1821-1872) — l’autore dell’Inno di Garibaldi e della Spigolatrice di Sapri — definì “gagliardi fanciulli”, si batterono a sangue contro i francesi per la difesa ad oltranza di Roma indipendente e repubblicana. Di questi giovani facevano parte anche il bergamasco Luciano Manara di 24 anni, il bolognese Angelo Masina di 34 anni e il milanese Emilio Morosini di 19 anni.

Qui bisogna ricordare che cosa stava succedendo a Roma. Dopo che da Milano e Venezia erano stati cacciati gli austriaci e Carlo Alberto aveva dichiarato guerra all’Austria, quasi tutti gli Stati italiani avevano inviato delle truppe di sostegno all’azione del regno di Sardegna, compreso lo Stato della Chiesa. Pio IX, però, che all’inizio del suo pontificato aveva dato molte speranze ai liberali italiani, subito dopo, dichiarando che non poteva favorire la guerra e voleva abbracciare insieme austriaci e italiani, ritirò le proprie truppe: e ciò,anche se molti dei volontari pontifici rimasero a combattere, diede un duro colpo alle sorti della guerra intrapresa da Carlo Alberto in quanto che anche altri sovrani italiani ritirarono le truppe inviate.

Per sedare l’indignazione popolare conseguente a queste sue decisioni, Pio IX nominò presidente del Consiglio dei ministri il modernista Pellegrino Rossi, ma questi fu ucciso dalla folla perché tentava di restaurare l’autorità pontificia; e Pio IX durante i disordini si trasferì in incognito a Gaeta. Allora a Roma fu eletta una Giunta Suprema col compito d’indire le elezioni per un’Assemblea Costituente Nazionale. Giunto il Mazzini, il 9 Febbraio venne dichiarato decaduto il potere temporale del papa (al quale però si riconosceva la massima libertà di espletamento del potere religioso) e si formò un triumvirato che comprendeva oltre al Mazzini stesso Carlo Armellini e Aurelio Saffi.

A questo punto, mentre Emilia e Romagna venivano occupate dagli austriaci, su Roma piombarono le truppe francesi accorse in difesa del papa. Il generale Oudinot, che guidava tali truppe, pensava di conquistare Roma bombardandola dal Gianicolo, ma qui trovò la resistenza di Garibaldi e poté avere la meglio solo dopo lunghi e furiosi combattimenti che procurarono numerose vittime in luoghi memorabili come Villa Pamphili, Villa Corsini, Vascello, Porta San Pancrazio.

Il 3 giugno il Mameli era al Vascello e, mentre a cavallo prendeva parte ad una carica alla baionetta, ricevette una ferita d’arma da fuoco al terzo superiore della gamba sinistra, con interessamento anche della tibia. Curato in ritardo e male (fra i medici ci fu Agostino Bertani che visitò il ferito dopo 16 giorni), subì l’amputazione della gamba per cancrena e quindi, dopo indescrivibili sofferenze, morì cristianamente all’ospedale della Trinità dei Pellegrini il 6 Luglio 1849, a 22 anni, invocando l’Italia e recitando i versi del proprio famoso inno. Era assistito dalla sua giovane innamorata veneziana Adele Baroffio, bionda e vivace, ma non aveva dimenticato Geromina Ferretto, sua innamorata all’età di 18 anni, costretta a sposare un vecchio marchese. Vivo interessamento per la sua sorte avevano dimostrato Mazzini, Garibaldi e la contessa Cristina Belgioioso, che pure lo assistè e — a quanto scrive lo storico inglese George Macaulay Trevelyan — nelle ultime notti, alla fioca luce d’una candela, gli leggeva pagine di Dickens. Insomma, lo compiangevano quanti vedevano in lui un alfiere dell’unità, della libertà e dell’indipendenza italiana.

Fu sepolto a Roma, inizialmente nella chiesa delle Stimmate, nel 1892 in un apposito monumento funebre erettogli nel cimitero del Verano e nel 1941 in un sacrario sul Gianicolo insieme agli altri garibaldini morti nella difesa di Roma.

Nel 1850 uscì, con prefazione di Giuseppe Mazzini, la prima edizione delle sue poesie, che piacquero molto anche al Carducci (fra l’altro incaricato poi di commemorare ufficialmente tutti insieme i giovani patrioti morti nella difesa di Roma). Sicché Goffredo Mameli passò alla storia come poeta e patriota, cospiratore e combattente, martire del Risorgimento italiano; e il suo nome figura giustamente nella toponomastica nazionale di grandi e piccole località.

Qui è opportuno ricordare che chi voleva togliere Roma al papa non lo faceva soltanto per desiderio d’una Italia democratica, ma anche perché credeva nella distinzione dei poteri (il religioso e il politico) e nella laicità dello Stato. Di questo problema s’era occupato già nel Trecento Dante Alighieri nella Divina Commedia, ed in particolare nei canti VI e XVI del Purgatorio, attribuendo alla confusione dei due poteri la causa della corruzione del mondo. E Dante certamente non era un ateo o un eretico, ma un fervente cattolico, il quale addusse come esempio il fatto che i Leviti, dovendo esercitare il sacerdozio, erano stati esclusi dal possesso della Terra Promessa (Numeri XVIII 20-21), perché chi esercita il sacerdozio dev’essere privo di beni territoriali e quindi totalmente alieno da interessi materiali: e ciò, anche in riferimento al precetto evangelico “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Matteo, XXII 21). Insomma, Dante seppe dimostrarsi sorprendentemente moderno nell’affermare la laicità dello Stato: un principio oggi pacifico e che anche la Chiesa — magari facendo di necessità virtù — ha accettato, ma che nei secoli e fino quasi ad ieri, specialmente in Italia, è costato sangue e scomuniche a patrioti, eroi e politici.

2. Odi e inni per la patria

Una delle prime poesie del nostro ragazzo-eroe fu Un’idea, che in endecasillabi sciolti presenta una solenne meditazione sull’amore e sulla bellezza, rivelando anche la notevole capacità d’espressione lirica dell’autore. In effetti i suoi esordi sono stati genericamente romantici, cioè sentimentali: l’autore era portato ad un forte lirismo, non disgiunto da considerazioni etiche e religiose. Dopo i fatti del ’48, però, agì di più in lui l’atteggiamento politico del concittadino Giuseppe Mazzini; e il Mameli passò da una visione un po’ pigra e — si direbbe — contemplativa della poesia ad una visione più attiva. Perciò la sua lirica rispecchia l’attivismo del Mazzini con una tendenza all’interpretazione dell’anima del popolo; poesia come azione e poeta come apostolo e vate.

Da questa nuova visione della vita scaturiscono le migliori e più popolari liriche del Mameli, in cui patriottismo e religiosità, irruenza e capacità espressiva hanno fatto sì che esse si diffondessero fra tutti gli strati della popolazione e diventassero esempio di poesia nelle scuole. È il caso dell’ode A Roma del 1846 in cui il poeta afferma decisamente che “hanno un sol campo i popoli / ed un sol campo i re”; oppure dell’inno che il Mameli intitolò Per l’illuminazione del X dicembre a Genova e che altri intitolarono Balilla o semplicemente Dio e popolo assumendo il titolo dall’omonimo principio mazziniano che qui è in maniera evidente sviluppato.

Il suddetto inno fu scritto e recitato per le strade nel 1847, in occasione della festa per l’anniversario della liberazione di Genova dagli austriaci (1746). Esso è quasi una romanza, avendo un contenuto storico-fantastico; e in semplici e scorrevoli ottonari, che insieme a senari e settenari erano i versi più usati per conseguire popolarità, il poeta ci racconta il leggendario episodio di Giovanni Battista Perasso, detto Balilla, il ragazzo che lanciò un sasso contro gli austriaci: “parve un ciottolo incantato, / ché le case vomitarono / sassi e fiamme da ogni lato”. (E per questo durante il fascismo i ragazzi italiani furono chiamati “balilla” e fu istituita l’Opera Nazionale Balilla: ciò poi diede luogo anche alla produzione d’una popolare automobile della Fiat detta essa pure “Balilla”.) La rivolta popolare dà al poeta lo spunto per celebrare non solo il valore del popolo ma anche quello del principio che ripetutamente enuncia, quasi a ben imprimerlo nelle coscienze e a sottolineare la giustezza del movimento risorgimentale:

Quando il popolo si desta,
Dio combatte alla sua testa,
la sua folgore gli dà.

Questi versi, che sono diventati proverbiali e fra i più significativi della nostra letteratura romantico-risorgimentale, esprimono un concetto che, martellante, — sia pure con qualche leggera variante introduttiva — ritorna alla fine d’ogni strofa del breve componimento; insomma sono un ritornello, come in ogni buona canzone popolare. La continua ripetizione non solo non infastidisce, ma anzi caratterizza l’inno stesso in quanto che nasce spontanea dalle affermazioni contenute in ogni singola strofa e conferisce un’impronta musicale e fiabesca, propria dei componimenti popolari. Non mancano poi quei riferimenti religiosi cari alle idealità mazziniane (Dio, Apostoli, Ebrei che camminarono sopra l’alveo miracolosamente asciutto del mar Rosso, ecc.).

3. L’inno di Mameli-Novaro

E veniamo all’inno Fratelli d’Italia, che, passando attraverso svariati momenti storici e situazioni politiche, non solo è arrivato fino a noi, ma — come dicevamo — è riuscito a diventare l’inno nazionale ufficiale della Repubblica Italiana, anche se negli ultimi tempi ha subìto qualche contestazione. Esso ha le parole di Goffredo Mameli e la musica di Michele Novaro.

Il musicista Michele Novaro, anch’egli di Genova (1822-1885), era un noto liberale, che mise a disposizione della causa italiana la sua arte, musicando numerosi canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di contributi finanziari utili alle imprese garibaldine. La sua modestia gl’impedì di avere alcun vantaggio economico dalla realizzazione musicale del Canto nazionale degli Italiani, anche dopo l’unità d’Italia: infatti morì in povertà. Fu sepolto a Genova, vicino alla tomba del Mazzini, dove poi gli fu eretto un monumento a cura dei suoi allievi.

Il Novaro ebbe occasione di leggere questi versi a Torino, in casa del letterato e patriota piemontese Lorenzo Valerio, dove il pittore Ulisse Borzino, anch’egli piemontese e patriota, gli consegnò il manoscritto da parte del Mameli; e subito dopo la lettura decise di metterli in musica. Com’ebbe a dichiarare successivamente, il musicista man mano che leggeva sentiva dentro di sé qualcosa di straordinario: “So che piansi, che ero agitato e non sapevo star fermo. Mi posi al cembalo coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo con le dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’Inno, mettendo giù frasi melodiche, l’una sull’altra, ma lungi le mille miglia dal pensare che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai, scontento di me.” Il musicista riferì anche di aver più volte messo mano a quella composizione durante la notte, sempre più agitato, tanto che ad un certo punto versò l’olio della lampada sul foglio, rischiando un incendio o quanto meno la distruzione del lavoro fino ad allora fatto. E quando ebbe la convinzione che il lavoro potesse dirsi compiuto, corse al caffè della Lega Nazionale per chiamare gli amici in attesa, fare ascoltare l’inno ed avere la loro approvazione. Fu così che dopo quella convulsa notte di composizione musicale l’inno, detto “la Marsigliese degli Italiani”, si diffuse rapidamente a Torino, nel Piemonte e in Italia, e fu cantato nelle sommosse del 1848 a Napoli (gennaio), a Palermo (febbraio), a Milano e Venezia (marzo); e nel 1862 fu scelto da Giuseppe Verdi, invece della marcia reale sabauda, a rappresentare l’Italia nel suo Inno delle Nazioni.

Alcuni hanno trovato quest’inno retorico e falso; eppure non è così: o almeno non lo è per chi conosce bene la vita e la morte del suo autore. Infatti egli, che aveva studiato poeti storico-romantici e passionali come Aleardo Aleardi, Giovanni Berchet, Giuseppe Giusti e George Byron, fornì con quest’inno una specie di testo politico ricco di riferimenti letterari, storici e culturali in genere. Il Mameli non fu come il Leopardi, nella cui canzone All’Italia si possono notare chiari segni di retorica per una improbabilità d’azione patriottica dello stesso: egli i suoi versi li scrisse non solo con la penna, ma anche col sangue versato per la libertà e l’indipendenza, offrendo la sua giovanissima vita di ragazzo eccitato dai suoi entusiasmi patriottici. Perciò, quando si giudica quest’inno, si dimentichino il disinteresse, l’abulia, la mollezza, la mancanza di valori che caratterizzano la nostra epoca: retorici o no, questi sono versi che hanno commosso l’Italia e continuano a commuovere quanti hanno creduto e credono in quegl’ ideali, che si sono nutriti d’essi, che sperano nella loro rivalutazione.

L’inno Fratelli d’Italia ha cinque strofe, ciascuna conclusa da un ritornello, e brevemente lo esaminiamo:

Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Già la prima parola dell’inno richiama ad un concetto di fratellanza proprio nel nome dell’Italia, concetto che è anche riconoscimento delle peculiarità nazionali. Ma tutta la prima strofa ha una di quelle aperture che rendono maestosa e solenne la poesia. Il nome dell’Italia vi risuona due volte nei primi due versi, a brevissima distanza, non per semplice allitterazione e quindi per artificio poetico, ma per mettere in evidenza il concetto principale; e in tutto l’inno questo nome è scritto nove volte, che è un numero sacro, quasi a consacrare il nome stesso. Quella dell’Italia che si desta dal suo torpore, dalla sua condizione di sudditanza, e indossa l’elmo di uno dei più grandi guerrieri romani e quella della Vittoria trascinata per i capelli come una schiava da Roma dominatrice del mondo (i capelli simboleggiano la libertà dell’individuo qui conculcata) sono due immagini icastiche che sembrano due tavole di Achille Beltrame (1871-1945) sulla “Domenica del Corriere”.

La citazione dell’“elmo di Scipio” si giustifica col fatto che il richiamo della romanità era abituale in tutti i moti rivoluzionari di quel tempo, a partire dalla rivoluzione francese, e si estrinsecava in simboli e lingua. Nella 2^ guerra punica Publio Cornelio Scipione aveva combattuto contro i cartaginesi in Italia (Canne, 216 a. C.) e con successo in Spagna (211-206 a. C.) e in Africa (204-202 a. C.), divenendo per questa vittoria africana “l’Africano”: perciò il giovane poeta ricorda agl’italiani e anzitutto a sé stesso che essi discendono da quest’eroe e devono imitarne le gesta.

Il ritornello, che si ripete dopo ogni strofa, ha la funzione nel contempo di carezzare e scuotere l’anima popolare:

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Le coorti erano reparti (decima parte) della legione romana e comprendevano da 300 a 600 soldati. Il termine era frequente nel Settecento e Ottocento, divenendo attuale dal 1813-1814 con la suddivisione in coorti della Guardia Nazionale francese e venendo ad assumere il significato di truppe volontarie. Durante il fascismo, poi, le coorti furono reparti delle legioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

La seconda strofa esalta insieme l’unità d’Italia, ancora divisa in sette Stati, e il tricolore:

Noi siamo* da secoli [*variazione attuale: Noi fummo]
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme,
di fonderci insieme
già l’ora suonò.

L’unitarismo del Mameli è di stampo prettamente mazziniano, quindi contrario al federalismo del Cattaneo e al neoguelfismo del Gioberti. L’idea di nazione è sempre presente in quest’inno: nella terza strofa il poeta vuole che sia eliminata la divisione, auspica l’unità e l’amore sotto un’unica bandiera, convinto — come dice il proverbio — che l’unione fa la forza, specialmente se si è uniti per Dio, che nell’espressione francese par Dieu significa “da Dio”:

Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Nella quarta strofa il poeta traccia delle pennellate storiche, non senza un piglio profetico, ripercorrendo ben sette secoli di storia e di lotta italiana contro la dominazione di stranieri:

Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque è Legnano:
ogn’uom di Ferrucci
ha il core, ha la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i vespri suonò.

L’Italia — dice il nostro ragazzo, poeta ed eroe — va dall’Alpe alla Sicilia e per essa, ad ogni appello di campana, si batterono contro l’imperatore tedesco Federico Barbarossa i cittadini della Lega Lombarda intorno al Carroccio a Legnano nel 1176, combattè l’eroe Francesco Ferrucci contro gli spagnoli di Carlo V e contro il traditore Maramaldo a Firenze, Volterra e Gavinana nel 1529-1530, scagliò sassi il monello Balilla contro gli austriaci a Genova nel 1746, scoppiarono i Vespri Siciliani contro i francesi di Carlo I d’Angiò a Palermo nel 1282: episodi rimasti nella memoria popolare, grazie alla storiografia (con I Vespri Siciliani di Michele Amari), alla letteratura (con La Lega Lombarda di Massimo D’Azeglio e L’assedio di Firenze di Domenico Guerrazzi), alla musica (con La battaglia di Legnano e I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi) e all’arte figurativa (con I Vespri Siciliani di Francesco Hayez e La battaglia di Gavinana dello stesso D’Azeglio); e si noti come questi atti indipendentistici coinvolgano nord e sud dell’Italia, dalla Lombardia alla Toscana, alla Liguria, alla Sicilia.

Nella quinta strofa egli fa chiari riferimenti all’esercito austriaco (formato da mercenari deboli come giunchi), che dopo la Restaurazione, in unione con quello russo, sparse sangue italiano e polacco nelle repressioni contro gl’insorti, ma questo sangue si trasforma in tossico che brucia il cuore dell’aquila asburgica, le fa perdere le penne e la indebolisce:

Son giunchi che piegano
le spade vendute;
già l’Aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
bevé col Cosacco,
ma il cor le bruciò.

E alla fine c’è una sesta strofa, ma è una ripresa della prima:

Evviva l’Italia,
dal sonno s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Come si nota, l’ultima parola d’ogni strofa e del ritornello è tronca: creò, chiamò, suonò, può, suonò, bruciò, creò. Questo produce come una serie di frustate necessarie a fissare concetti e a spronare il popolo.

Purtroppo quest’inno, sebbene sia quello nazionale, non si studia nelle scuole: tutti ne conosciamo la musica, ma pochi le parole. Quanti elevati insegnamenti se ne potrebbero ricavare, anche se certe espressioni possono apparire viete, obsolete, retoriche! Bisognerebbe studiarlo tutto, impararlo a memoria, recitarlo, cantarlo; e non solo la prima strofa e il ritornello, in coincidenza con l’esecuzione musicale. Ci lamentiamo dei giovani d’oggi che non hanno ideali, ma responsabile di ciò è chi non sa inculcarne... E quest’inno è una miniera di preziosi ideali, specialmente in una contingenza storica in cui, con leggerezza e dissacrazione iconoclastica, da parte di alcuni si rinnega il passato, si calpestano gl’ideali che hanno nutrito generazioni, s’infanga il sacrificio di coloro che morirono per fare l’Italia libera e indipendente, una e indivisibile.

Solo se ci si mette nello spirito d’un secolo e mezzo fa si possono capire e apprezzare questi versi del ritornello, che quanto meno meritano rispetto per la sincerità che li produsse. Infatti, davvero il Mameli si strinse a coorte, fu pronto alla morte, ascoltò le invocazioni dell’Italia, lasciando la vita per essa, per noi, a soli 22 anni. Un ragazzo, insomma, come tanti ragazzi d’oggi per età, ma con una grande formazione mazziniana di sinistra, un grande sentimento in petto e un grande progetto in mente; degno di essere conosciuto, amato e perché no? — imitato dalla nostra distratta gioventù... È capace un ragazzo d’oggi di scrivere queste cose a 20 anni e immolarsi a 22 per essere fedele ad esse?

Circa la genesi dell’inno, Leonardo Paganelli, dell’università di Genova, recentemente ha sostenuto (Solomòs e l’inno di Mameli, in “Il sodalizio letterario”, Rimini, ott. 1998) che il nostro inno può avere un antecedente nell’inno Alla Libertà del poeta nazionale greco Dionyssios Solomòs (Zante 1798- Corfù 1857), che dal 1808 al 1818 col nome italianizzato di Dionigi Salamoni risiedette a Cremona, dove si era anche iscritto alla carboneria. Il Paganelli osserva che sono parecchi gli elementi in comune; anzitutto il fatto che entrambi gl’inni furono scritti di getto, nel giro d’un mese: il greco nel 1823 e l’italiano nel 1847. Sembra che l’inno greco sia stato di base per quello italiano: ad esempio, come in quello italiano c’è la personificazione bellicosa dell’Italia e della Vittoria, in quello greco c’era quella della Libertà:

Ti riconosco dal fendente
terribile della spada,
ti riconosco dallo sguardo

che con forza misura la terra.

Secondo il Paganelli, il patriota italiano sentì il bisogno d’evocare i trionfi dell’Impero Romano che aveva unificato l’Europa perché anche il Solomòs aveva fatto altrettanto, additando all’imitazione episodi gloriosi e condottieri greci, romani e bizantini:

O risorta dalle sacre
ossa degli Elleni,
e valorosa come in antico,
salve, o salve, Libertà!

È chiaro che le sacre ossa degli Elleni sono quelle di personaggi come Omero, Pericle, Socrate, Platone e dei condottieri bizantini che difesero la Grecia da barbari orientali e occidentali e dalle quali può rinascere l’Eleftherìa, cioè quell’Albero della Libertà che era il mistico simbolo della carboneria.

Il patriota greco era un ammiratore dell’Italia e di Dante, tanto che al suo inno aveva posto come epigrafe i versi 71-72 del canto I del Purgatorio, nei quali però aveva sostituito “cercando” con “cantando”:

Libertà vo cantando ch’è si cara
come sa chi per lei vita rifiuta.

Inoltre il Solomòs nel suo inno aveva menzionato il triste stato dell’Italia oppressa dall’Austria:

anche l’occhio dell’Aquila,
che nutre ali ed artigli
con le viscere dell’Italiano,

e — come abbiamo visto — la figura dell’aquila asburgica era stata ripresa dal nostro.

Se l’inno greco nel 1823 associava la situazione della Grecia a quella dell’Italia, l’una oppressa dai turchi e l’altra dagli austriaci, il nostro nel 1847 non poteva ricambiare la solidarietà in quanto che la Grecia fortunatamente aveva avuto l’indipendenza nel 1830; tuttavia entrambi gl’inni fanno appello al mondo civile. Quello greco fu subito divulgato in Inghilterra, in Francia e ovviamente in Italia. E il Paganelli conclude affermando che in entrambi gl’inni quell’esaltazione di Roma, che a noi può sembrare retorica o preludio del fascismo, in realtà rispecchia i sentimenti dei patrioti greci e italiani del Risorgimento, per i quali l’Impero Romano era simbolo di riscossa nazionale, di lotta per la libertà e l’indipendenza dallo straniero e di vittoria sui barbari: e in questa visione non era incompatibile con l’internazionalistico ideale di fratellanza e solidarietà dei popoli oppressi.

L’Italia può dunque vantarsi d’avere un inno nazionale scaturito da così nobile tensione e forte passione, simbolo di sofferenza e testimonianza (= martirio) eccezionali, di spasmodico anelito per un sogno che alla fine si è realizzato e che mai bisognerà infrangere: tutte cose che, al di là dell’appariscenza della musica più o meno marziale, sono insite nelle solenni parole di Goffredo Mameli e che come un patrimonio vanno tramandate alla nazione perché sappia essere fedele alla propria storia e degna di essa.

Che poi il nostro inno debba essere preso a pernacchie, come folcloristicamente ha detto Dario Fo in una manifestazione che pur voleva difendere l’unità d’Italia, è un grave giudizio che squalifica anzitutto chi l’ha pronunciato: il quale non sa o ha dimenticato che altri inni nazionali presentano affermazioni di superiorità del proprio popolo sugli altri, incitano alla guerra e magari difendono qualche casa regnante poi vilipesa; inoltre egli non ha capito che il lessico è quello tipico dell’esaltazione del mito di Roma, posto a base del risorgimento italiano e cantato in poesia dall’età augustea fino alla triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio. Invece, accettando quest’inno così com’è, in pratica si accetta ed esalta il clima risorgimentale che portò a quell’unità tanto sospirata e poi finalmente raggiunta.

Insomma, Fratelli d’Italia va conservato così come ci è pervenuto, anche per rispetto a quei sentimenti che lo ispirarono e lo permearono e che tuttora riescono a commuovere chi, conoscendo la storia, sinceramente ama la patria.

E una prova della validità dell’inno anche ai nostri giorni viene dall’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, la quale ha deliberato all’unanimità che tutte le sedute dei consigli comunali si aprano con l’inno di Mameli-Novaro. “L’unanimità con cui è stata accolta la nostra proposta — ha dichiarato il proponente Pinuccio Caputo — testimonia che tutti i Consigli Comunali hanno riconosciuto l’alto valore unificante dell’inno nazionale, che in questo momento rappresenta un ulteriore elemento di unificazione nazionale nel segno del federalismo più nobile.”

4. L’inno di Mameli-Verdi

Nel 1996 è stato reso noto l’inno di Mameli-Verdi, scoperto da alcuni studenti nell’archivio del Conservatorio di Milano ed eseguito per la RAI dal Civico Coro della stessa città. L’inno, che comincia con le parole Suona la tromba, composto dal Mameli nel 1848, fu chiesto dal Mazzini, il quale poi non lo gradì per l’esplicito riferimento all’Austria contenuto nel secondo verso, in quanto che il governo austriaco non era l’unico oppressore dell’Italia. Dalla lettera autografa del Mazzini risulta che questi si aspettava una “marsigliese italiana”; ma la musica, anch’essa solenne, è priva di marzialità (e ciò rientra nello stile del Verdi).

Quest’inno, pubblicato nel 1849, quando gli eventi storici erano precipitati e nel frattempo s’era diffuso l’inno di Mameli-Novaro, presto cadde nel dimenticatoio, anche per la sopraggiunta morte del Mameli.

Poiché qui ci occupiamo di letteratura, noi possiamo far rilevare gli elementi comuni alla produzione mameliana: il militaresco-epico, il religioso caro al Mazzini, la chiara idea di nazione italiana, il senso del sacrificio foriero di libertà e indipendenza.

L’inno si compone di tre strofe, ognuna conclusa da un ritornello, formate da settenari. Si nota di più in quest’inno una certa retorica, riscontrabile anche nella punteggiatura (ripetuti puntini e punti esclamativi); ma questa va spiegata nel senso che dicevamo a proposito di Fratelli d’Italia: a parte il fatto che in componimenti del genere la retorica era un ingrediente d’uso e che, se ne notiamo un po’ troppa, questo dipende dal non avere familiarità con un inno che non abbiamo mai sentito e che all’improvviso ci risulta estraneo alla tradizione e ingiustificato ai nostri giorni:

Suona la tromba, ondeggiano
le insegne gialle e nere...
Fuoco per Dio sui barbari,
sulle vendute schiere!
[...]

Le parole che il poeta usa in apertura nei confronti dell’Austria, col riferimento alle sue insegne gialle e nere, sono piuttosto pesanti: definisce “barbari” e “vendute schiere” i suoi soldati. Le strofe successive riprendono i concetti già noti. Il verso “l’Italia è già risorta” si può collegare all’altro “l’Italia s’è desta” di Fratelli d’Italia. Nella terza strofa, oltre alla corrente esclamazione “Viva l’Italia”, si esalta la bandiera tricolore come simbolo d’unità e di riscossa, ma nel contempo si ricordano i patiboli in cui perivano i patrioti:

Viva l’Italia, or vendica
la gloria sua primiera,
segno ai redenti popoli
la tricolor bandiera.
[...]

A sua volta il ritornello insiste sull’Italia una e indipendente:

Né deporrem la spada
finché sia schiavo un angolo
dell’Itala contrada,
finché non sia l’Italia
una, dall’Alpi al mar!

In questo ritornello (motivo ripetuto e quindi dominante dell’intero inno) emerge ancora una volta la grande italianità del Mameli, il quale sentiva forte il bisogno che fosse libero ogni angolo di quella che lui definisce “Itala contrada” e di cui indica — certamente non primo in ciò — i confini “dall’Alpi al mar”.

Per tutto ciò anche quest’inno si qualifica come una delle più grandi testimonianze del nostro Risorgimento. Tuttavia le nostre preferenze, come inno nazionale, vanno senza esitazione all’inno di Mameli-Novaro attualmente in vigore: a parte il fatto non secondario che Fratelli d’Italia appartiene alla nostra vita quotidiana, date le solenni circostanze in cui viene abitualmente eseguito. La familiarità lo ha reso sacro, almeno a quanti amano la patria, a prescindere dalla solennità e maestosità delle cerimonie.

5. In memoriam

A conclusione, rammentando che Garibaldi nelle sue Memorie definì il Mameli “vate guerriero”, è opportuno riportare il primo brano di una lettera di Giuseppe Mazzini alla bambina Sidney Milner Gibson, scritta a Londra il 19 marzo 1856: “Cara Sidney, Mi fa tanto piacere che tu abbia compreso e che ti sia tanto piaciuta la storia del giovine eroe Goffredo Mameli, che amavo come un fratello, anzi come un figlio. Era così bello e così entusiasta di tutte le cose grandi e belle! Quando sarai più innanzi nell’età, ti farò dono di un volume manoscritto delle sue poesie e dei suoi canti, quelle soffuse di malinconia e questi vibranti di eroismo e di patriottismo. Certo ti esalterai pel giovine bardo, che morì così prematuramente per la difesa di Roma, come io mi esaltava per i canti di Ossian. Se sapessi, cara Sidney, come vorrei che tu assistessi alle lezioni che i miei amici Ashurst e il signor Taylor e la buona signorina Martineau fanno ai bimbi della Scuola Italiana. Tu comprendi abbastanza l’italiano per intendere ogni cosa, e conosceresti così meglio la storia di tutte le sofferenze del mio paese e degli eroismi di tanti giovani e giovanetti italiani che vanno alla morte fieri col canto sulle labbra, perché muoiono per la patria loro oppressa.”

E per completezza è doveroso citare qui anche alcuni versi esaltanti che grandi poeti posteriori hanno dedicato a Goffredo Mameli.

• Carducci, Juvenilia (“Il plebiscito”, vv. 65-68, rivolgendosi allo straniero invasore):

A' varchi infidi cacciano
I tuoi destrieri aneli
Poerio con Mameli
Manara e Rossarol.

• Carducci, Levia gravia (“Dopo Aspromonte”, vv. 87-88, riferendosi a Napoleone III):

“ Sii maledetto” gridingli
Mameli e Morosini.

• Carducci, Giambi ed Epodi (“Avanti! Avanti!”, vv. 55-63, commossa e commovente rievocazione che è anche una meravigliosa apoteosi del martire):

Tu cadevi, o Mameli,
Con la pupilla cerula fisa agli aperti cieli
Tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior
Ti rideva da l’anima la fede allor che il bello
E biondo capo languido chinavi, e te, fratello,
Copria l’ombra siderea di Roma e i tre color,
Ed al fuggir de l’anima su la pallida faccia
Protendea la repubblica santa le aperte braccia
Diritta in fra i romulei colli e l’occiduo sol.

• Pascoli, Odi e Inni (“Inno a Mazzini”, 3, vv. 34-39):

Dea Gioventù! Là eri con Mameli,
là rimanesti con l'eroe poeta.
Tu sollevato l’hai con te nei cieli
molle di sangue quasi di rugiada;
e nella luce dentro cui lo celi
brilla ancor la sua lira e la sua spada.

• D'Annunzio, Elettra (“La notte di Caprera”, vv. 16.58-62):

il fabro d'inni Mameli, il vate
soave come Simonide ceo, ma
più puro che l’ospite di Tessaglia,
guerreggiatore laureato, sul franto
ginocchio cade sorridendo;

• D’Annunzio, Merope (“Canzone di Mario Bianco”, vv. 223-225):

Ave, Giovine. Gloria a te nei cieli,
gloria a te nei mari, gloria su la terra!
Combatti e canta come il pio Mameli.

Perciò nell’opinione corrente, come nelle parole del Mazzini e dei poeti, Goffredo Mameli rimane la più alta espressione dell’idealismo romantico, cioè di quel periodo storico di sogni e di sentimenti, d’eroismi e di tormenti, spinti fino al sacrificio della vita; e come tale va rispettato, amato e additato alla gioventù.

Appendice

Inno di Mameli-Novaro

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma

Iddio la creò.
Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Noi siamo* da secoli [*variazione attuale: Noi fummo]
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme,
di fonderci insieme
già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque è Legnano:
ogn’uom di Ferrucci
ha il core, ha la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i vespri suonò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
le spade vendute;
già l’Aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
bevé col Cosacco,
ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.:

Evviva l’Italia, dal sonno s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Inno di Mameli-Verdi

Suona la tromba, ondeggiano
le insegne gialle e nere...
fuoco per Dio sui barbari
sulle vendute schiere!
Già ferve la battaglia...
al Dio dei forti osanna!!!
Le baionette in canna
E’ l’ora del pugnar!!

Né deporrem la spada
finché sia schiavo un angolo
dell’Itala contrada
Finché non sia l’Italia
una, dall’Alpi al mar!

Di guerra i canti echeggiano
l’Italia è alfin risorta.
Se mille forti muoiono
in orrida ritorta
Se a mille a mille cadono
trafitti i suoi campioni
Siam 26 milioni
e tutti lo giurar

Né deporrem la spada
finché sia schiavo un angolo
dell’Itala contrada
Finché non sia l’Italia
una, dall’Alpi al mar!

Viva l’Italia, or vendica
la gloria sua primiera,
segno ai redenti popoli
la tricolor bandiera.
Che nata tra i patiboli
terribile discende
Tra le guerresche tende
dei prodi che giurar...

Né deporrem la spada
finché sia schiavo un angolo
dell’Itala contrada
Finché non sia l’Italia
una, dall’Alpi al mar!


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