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Un campo di stelle il mio riposo. Libretto in memoria di fra’ Pacifico da Amora al secolo Vincenzo Carrara

In Memoria di frati minori cappuccini
i familiari ricordano loro congiunti

Mi fa piacere annotare alcuni pensieri dopo aver letto le pubblicazioni – agili e dense di richiami e documenti d’archivio – compiute dai familiari di frati cappuccini, perché è importante che si sia sentito il bisogno da parte loro di ravvivare la memoria dei quei congiunti i quali, lasciata la casa paterna, si sono dedicati alla vita consacrata in conventi cappuccini.

È importante, perché è segno dell’interesse del mondo secolare nei confronti della vita religiosa, nei confronti della realtà conventuale, in particolare se si tratta della vita di fratelli laici francescani. E proprio con un libretto alla memoria di un fratello laico cappuccino mi piace iniziare questa presentazione di due piccoli libri, redatti e pubblicati a cura dei rispettivi familiari di due frati cappuccini.

È bene infatti ricordare che la famiglia francescana, così come l’ha ideata san Francesco stesso, fondamentalmente – benché non esclusivamente – è costituita da frati laici, anche se, ancora vivente l’Assisiate e con la sua personale adesione, fin dalle origini si annoverano frati che erano anche chierici dell’ordine presbiterale, quali Pietro Cattani e poi Antonio da Padova.

Una pubblicazione è dedicata a fra Pacifico da Amora, al secolo Vincenzo Carrara, e presenta – come recita il titolo – “la vita, le testimonianze, i luoghi, il riposo” del frate, in un “libretto in memoria”, per l’appunto, a firma di Aurora Cantini, per le Edizioni Villadiseriane. L’Autrice del libretto ha riesumato – come per caso, ma provvidenzialmente – tra le “cose vecchie” riposte in solaio, nella casa di famiglia, un manoscritto proprio di fra Pacifico da Amora. Egli vi si racconta, parla di sé, tra dati anagrafici – “sono nato in una assolata giornata d’estate, il 12 agosto del 1883” – e sguardi interiori ed esteriori. E proprio questi ultimi mi sorprendono: gioiosamente. Dico sul serio: sono rimasto stupito. Dico stupito, perché mi sono sentito ammaliato. Per questo ho detto: “stupito”. Non mi aspettavo tanta una prosa così bella. Mi son detto che è un grande scrittore, un fine narratore; ma di primo acchito – così, senza riflettere – mi è sembrato avere un quadro davanti agli occhi.

Leggete. È l’inizio, assoluto:

“Sono fermo ai lati della pista e osservo la gente che passa frettolosa. Dietro di me lo sciacquio del lago d’Iseo mormora piano le sue storie”.

Non è finita: subito la prosa continua, ancora più narrativamente pittorica:

“Mi fanno compagnia i cespugli di mirto e biancospino nel loro stormire leggero, un brusio che mi culla e rasserena le mie ore disperse. Come tetto un antico ippocastano […]. Unica coperta la distesa d’erba […].

Se anche tu transiti da queste parti, fammi un cenno, riconosci il mio sguardo, afferra la mia voce e portala con te”.

Come si può dare torto all’Autrice, che è andata proprio lì, in quei posti, per incontrarlo; lì, anche se egli non c’era, perché – come appunto continua fra Pacifico – “non mi vedrai, perché io sono solo vento e brezza leggera […]. Ma ti racconterò la mia storia”.

La storia, appunto, si diparte dalla famiglia d’origine del frate – che si autoracconta -, nel suo contesto territoriale, nella sua vita di casa, anche negli aspetti struggenti (“Vedevo mia madre Anna Maria invecchiare sotto il peso degli affanni e del poco cibo”), fino al suo sogno, quello in cui, una volta lasciato questo mondo terreno, egli (ossia “Io, Fra Pacifico di Amora”) si rivive ancora nel ricordo di coloro cui ha donato il profumo di una buona parola, di un sorriso, di un gesto di sincerità.

A me questo sogno – o meglio, questa speranza interiore, dolcissima, soave – ha suscitato una impressione di viva umanità: è l’immagine già evocata dal Foscolo, di restare, cioè, vivo nell’animo di chi ci ha conosciuti, di chi ci ricorda con affetto: in questo caso, nel caso del Nostro Frate Pacifico, con lo sguardo rivolto all’“Amore grande” – come lo definisce frate Pacifico stesso -, che è Dio.

Il libretto poi contiene tutto ciò che occorre per completare la presentazione di Fra Pacifico da Amora, dalla commemorazione redatta dal P. Leandro Spadacini M. da Malegno, superiore del Seminario Serafico – la quale registra soprattutto i tempi dell’ultima fase della vita terrena del Nostro frate Pacifico, quella prossima a Sorella morte -, alle testimonianze di confratelli che conobbero frate Pacifico e che ne ricordano, direi con venerazione, la vita semplice, umile, devota, un’esistenza condotta, per buona parte della giornata, a volte, con le spalle sotto il peso della bisaccia.

Chi è, in effetti, Fra Pacifico da Amora, piccolo paesino montano del Bergamasco? Un frate “questuante”, uno di quei frati cappuccini che vanno a fare la questua, vanno a ricevere elemosine – in natura, generalmente – per provvedere alle necessità di approvvigionamento del convento, girando tutto il giorno per le case di campagna o del paese – come il fra Galdino di manzoniana memoria.

L’ho riportata come ultima notizia, non perché la cosa non sia importante, ma proprio perché mi riconduce alla mia prima impressione, quella in cui ho iniziato questo ricordo. Infatti, proprio perché sapevo che il frate questuante, quello cioè della “cerca”, è – così risulta normalmente – povero di istruzione, mi sono sorpreso, e meravigliosamente stupito, leggendo le sue righe. Ma ho ricordato alla fine questa notizia, anche perché la figura del Nostro frate avalla una teoria o idea molto radicata in tutti i saggi spiriti e in tanti sapienti confratelli: non sono le argomentazioni, non sono le belle parole, magari messe bene in fila, a edificare, ma sono le poche parole dette col cuore e sostenute – direi: sopraffatte! – dai fatti e dall’esempio pratico, materiale, concreto.

E con ciò finisco, rifacendomi a quanti hanno scritto come frate Pacifico abbia “operato in mezzo a noi […] cogli esempi della sua vita di sacrifici, di disagi sempre da lui dissimulati e nascosti […]” (Bollettino Parrocchiale di Sarnico), facendo “del vero apostolato col suo esempio” (Fra Alipio M., Vicario Apostolico dell’Eritrea).

Entro questo quadro così felice e gaudioso – poiché gli spiriti di profonda vita interiore illuminano l’umana famiglia – credo coerente anche la ricostruzione genealogica del casato cui appartenne fra Pacifico Carrara, compilato con perfetta chiarezza dall’Autrice del presente libretto, grazie anche alla collaborazione della Signora Angioletta Dentella, dell’Ufficio comunale di Aviatico, di Ornella Carrara, già impiegata presso il medesimo Ufficio, e – per l’insieme dell’opera, sul piano archivistico – grazie alla dedizione di Padre Costanzo Cargnoni, responsabile dell’Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi e della Biblioteca Francescano-cappuccina provinciale di Milano.

Aurora Cantini, Un campo di stelle il mio riposo. Libretto in memoria di fra’ Pacifico da Amora al secolo Vincenzo Carrara. La vita, le testimonianze, i luoghi, il riposo, [Villa di Serio], Edizioni Villadiseriane, [2014].

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