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Lungo Viaggio al termine di un…
Notturno Italiano e… oltre…

Foto di Paola Spinelli

La notte è, o almeno io e tantissimi altri crediamo che sia, la dimensione più magica dell’esistenza. La notte, che è un po’ il nostro cavallo alato; “La notte”, che, per l’appunto, come dice Bolaño che disse Breton del grande poeta surrealista della Guyana del Sud detto (inventato?) Régis de Saint-Clair, “è il suo cavallo”. Di notte si sogna, di notte si è più liberi dall’oscenità gridata della luce, si accende invece la fantasia, si vola con lei, ci si sente più protetti dal misterioso silenzio del buio, si può meglio viaggiare furtivi alla scoperta del mondo, lasciarsi prendere e trascinare dalla sua parte più nascosta, più irraggiungibile… L’ho appreso fin da piccolo, nel bar di mio padre, che restava aperto, e pieno di gente, sino all’una e mezza, le due, a volte fino all’alba. A un certo punto mi mandavano a dormire, nella casa a due passi dal bar, ma io meditavo, o sognavo, di scendere, di infilarmi dentro uno dei camion, preferibilmente quello che andava più lontano, e di partire con i camionisti che dopo essersi imbuzzati di panini, sfincioni e litri di caffé si avventuravano per le lande più lontane e sconosciute della Sicilia e addirittura dell’Italia, del ‘continente’, alla scoperta di…

… Di cose da scoprire, del resto, ce n’erano già così tante lì, in quel bar, che alla fin fine, non avendo il coraggio di tramutare in realtà i miei sogni di fuga coi camionisti, mi poteva bastare attardarmi un po’ la sera (magari facendo finta di niente, prima che mio padre mi intimasse di andare a dormire, la mattina c’era da alzarsi presto e andare a scuola!) per farne incetta, per alimentare la mia curiosità, la sete di cose straordinarie, delle cose dei grandi, l’unica scuola, a dirla tutta, che mi interessava…

E i grandi che facevano? Tantissime cose, tantissime scempiaggini, tantissime partite a carte nel retro, tantissimi, accesissimi diverbi di opposte tifoserie, sia calcistisco sportive sia politiche demo/fascio/monarco/comuniste. Ma soprattutto, specie d’estate, ogni sera, quando calava il buio, alzavano il sipario del loro spettacolo più interessante, il più sentito, il più strambo, forse il più necessario.

Si riunivano attorno a un grande tavolo a bere birra in interminabili partite di tocco. Che cos’è il tocco? Si ordinano e si pagano tante bottiglie di birra quanti sono i partecipanti; per ogni bottiglia o gruppo di bottiglie, dopo opportuna conta – per questo si chiama tocco, si ‘tocca’, ossia si fa la conta – dei numeri lanciati a mano aperta dai partecipanti, la ‘sorte’ indica un padrone delle bottiglie, il quale sceglie un sottopadrone: così può cominciare il tocco, con la distribuzione delle bevute tra tutti. Col cazzo! A quel punto comincia il bello! Il padrone è tale per modo di dire, qualsiasi proposta egli faccia, naturalmente attenendosi a prescritte regole e formule, deve essere ‘approvata’ dal sottopadrone! Altrimenti, la birra essendo ‘sua’, se si impunta, se non accetta mediazioni e si mette contro il sottopadrone, non gli resta altro che bersela lui, al limite fino a ingozzarsi a morte! Ero ancora un ragazzino, un adolescente, ma lì capii che assistevo a una straordinaria quanto raccapricciante rappresentazione dei rapporti sociali, come se quel ‘micromondo’ che si esibiva notte dopo notte – con in suoi odii, le sue idiosincrasie, gelosie, vendette, amicizie, tradimenti, spocchia, alleanze, belligeranze estremamente mutevoli, soggette al vento della loro in apparenza inspiegabile volubilità – era, né più e né meno, una replica bastarda, in piccolo, della grande rappresentazione del mondo di fuori, del mondo lontano dove andavano i camionisti, il mondo della generale belligeranza permanente, della ‘conflittualità universale’ di cui percepivo l’eco attraverso la radio o la televisione (i giornali non li leggevo allora, solo Gordon Flash e Tex Willer; e giusto per curiosità, e per stropicciarli a dovere, Bolero film e Grand Hotel, tra i pascoli segreti di mia sorella) e qualche volta addirittura a scuola, dai salesiani.

Fatto sta che quel gioco, il tocco, entrò nel mio immaginario come una specie di porta della conoscenza, intesa anche come ‘fantasia’, ‘maraviglia’, sull’essere, i suoi piaceri, i suoi dolori, i suoi imperscrutabili destini. E tale è rimasto negli anni e nei decenni successivi: acquattato zitto zitto dentro di me come il primo e più resistente tra gli scrigni segreti della mia magica età infantile a ricordarmi, a mettermi di fronte a nefandezze, orrori, ingiustizie, violenze, soprusi, infamità, ai più viscerali e idioti e arcaici e gioiosi e truci e crudeli godimenti/comportamenti dei nostri simili, senza distinzioni degne di essere segnalate, sotto tutte le latitudini.

Col Tempo, ovviamente, agli scrigni primigenii (come quando, fino agli 11,12 anni, per sentito dire, amavo tanto le partite di pallone che m’ero convinto fossero così importanti da durare giornate intere, sicuramente più delle interminabili partite nel campetto dell’oratorio che giocavamo senza smettere, fino allo sfinimento, o a che non si vedeva più il pallone; o quando, fino ai 14, 15 anni sognavo, avendone la certezza!, di diventare il nuovo Coppi, vincere Giri e Tour come lui, e, naturalmente, battere il record dell’ora; o come i mille innamoramenti sicuri al mille per mille, le Rite, le Rose, le Agatine, le Ines, le Lucille… non corrisposti al cento per cento!) di allora nel magazzino, invero ben capiente, del mio immaginario ne vennero aggiunti e stipati tanti altri. E così sono andato avanti per decenni di immaginario in immaginario lasciando che si accumulassero, si succedessero, si moltiplicassero, vivendo e, in definitiva, anch’io moltiplicandomi…

Col rischio, è chiaro come il sole e al tempo stesso oscuro come la notte, di tralasciarne o dimenticarne qualcuno man mano che dovevo dare udienza ai nuovi arrivati, più o meno previsti o prevedibili, ma quasi sempre, al postutto, ‘evocati’ da me stesso, dai miei comportamenti, dalle mie sterzate umorali e amorali, dalle mie storie, dallo spirito d’avventura, dall’infinita curiosità sulla caledoscopica poeticità impoetica dell’esistenza, dall’essere rimasto un eterno fanciullo sospeso nell’indeterminatezza e nella ferocia dei casi umani, facile vittima di ogni predazione etcetera…

Ad esempio, per completare il discorso sugli scrigni primigenii delle fantasie sportive e amorose, ben presto furono ridimensionate. Per le prime, quelle ‘sportive’, quanto al ciclismo, di fronte all’evidenza che i risultati – m’ero addirittura iscritto tra gli esordienti all’Uvi, Unione velocipedistica italiana –, sommo scacco!, non arrivavano, soprattutto in salita; quanto al calcio, allorché mi portarono a vedere la prima partita vera giocata al Cibali, che fino a quel pomeriggio apparentavo al mitico Maracanà alla stregua di paradisi del pallone in cui ci si poteva beatamente abbandonare a vita, se non per l’eternità, e con mia enorme, indicibile delusione, finì, per di più zero a zero, che ancora non avevo mangiato il terzo dei sei panini portati da casa, che il sole splendeva ancora alto, troppo alto, sull’orizzonte, l’orizzonte del mio sogno che sfumava tristissimamente.

Per le seconde, i turbamenti amorosi, successe il contrario, il sogno un certo giorno si avverò, quando Maddalena, già zinnata di brutto, alla soglia dei nostri 13 anni, mi portò nel gabinetto della maestra dove andavamo a doposcuola e ci baciammo e limonammo da pazzi e tutta lei emanava quell’odore e quel sapore umorali di corpo non lavato, selvaggio, mai più dimenticato, finché non bussarono e si scatenarono allarmatissimi, la maestra, incazzata nera, l’intera classe, ripartita cinquanta e cinquanta tra invidie e risolini… Ovviamente, come volevasi dimostrare, le passioni assolute per il calcio (… prova ne sia che un paio d’anni dopo, al termine della ‘meravigliosa’ partita tra il Catania e l’ ex grande Ungheria sfuggita al regime del suo paese e in tournèe negli stadi di mezza Europa, mi infilai con la prepotenza ossuta dei miei quindici anni di mingherlino come una sardina dentro il pullman della squadra parcheggiato nel piazzale all’esterno del Cibali e letteralmente strappai a un attonito e divertito, immenso Ferenc Puskas un autografo che mi tenni e tengo stretto, e debitamente ‘incorniciato’, come una reliquia o un amuleto donatomi, per interposta persona, dall’inaccessibile dio del pallone… ), per il ciclismo e per l’amore-amore, al netto delle immancabili delusioni, non sono più cessate e ancorché sotterraneamente, quasi a soccorrere discrete ma presentissime nei momenti peggiori, continuano imperterrite, più di altri immaginarii, a restare tra le maggiormente battute…

… Finché, un po’ alla volta, senza fretta, imparai anche l’italiano, la mia seconda lingua. E a leggere. Di tutto. E specialmente andare al cinema, non solo gli Stanlio e Ollio domenicali dei salesiani. Anche due film al giorno. Nei cinema di terza categoria li proiettavano a due alla volta con un biglietto unico : nella mia affollata agendina di precocissimo archivista di ‘sogni’ del solo ’51 spiccavano per presenze, leggi film con loro come protagonisti, Errol Flynn 10, Burt Lancaster 11, Viveca Lindfors 7, Tyrone Power 9, Mel Ferrer 5, Rita Hayworth 7, Cary Grant 10, Humphrey Bogart 9, Lauren Bacall 6, Clark Gable 4, Spencer Tracy 4, Frank Sinatra 6, James Stewart 5, Lana Turner 5, Edward G. Robinson 4, Gary Cooper 6, Kirk Douglas 6, Ava Gardner 11… volete che continui?… E il mondo s’apriva su infiniti panorami, mentre continuavo a fare i conti con lo squallore, le miserie, il degrado, eppure la inoppugnabile teatralità degli orizzonti più vicini, la strada, il quartiere, i vinai, il bar di mio padre, i muri scoscesi, le aule freddissime della scuola elementare Luigi Capuana, la feroce presenza, la potenza sfacciata del sole, che in me suscitava e suscita sentimenti sempre spurii, di odi et amo, che imponeva su tutti e tutto la sua forza livellatrice, come se tutto, ma proprio tutto, dovesse splendere, sempre!, a dispetto di ogni cosa, di ogni disgrazia, di ogni pianto, di ogni grido, di ogni risata!

Finché mi ritrovai, quasi senza volerlo, a scrivere, per il giornaletto del liceo Cutelli.

E il mio immaginario timidamente provò a misurarsi con il giallo. La mia rubrica mensile, contenente un raccontino, si intitolava ‘ Indovinala, giallo!’

Finché, dopo la maturità, mi ritrovai – grazie alle entrature nell’ambiente di un mezzo cugino di mio padre che dirigeva la sede Sisal locale del totocalcio e bazzicava nelle redazioni dei giornali – a tu per tu con Pippo Fava, caporedattore della cronaca (oltre che straordinaria persona, generosa, ludica, solare, inarrestabile, buona, carismatica, trascinatrice) del pomeridiano Espresso Sera. Per più di quattro anni sotto la sua ferma guida, tra fraterna e paterna, io allora avevo 18 anni e lui 33 o 34, mi occupai di cronaca nera e giudiziaria: tutti i giorni tra ospedali, commissariati, mattinale dei carabinieri, palazzo di giustizia e poi di corsa al giornale a ‘scrivere il pezzo’, a volte scompisciandoci dalle risate, perché io, sempre in ritardo, spesso, per guadagnare tempo, ero costretto a leggergli ad alta voce quello che stavo scrivendo: e quella volta che gridai “ la povera vittima fu costretta a subire un coito anale e poi un coito orale e infine un coito vaginale” e lui mi interruppe ridanciano: Ragazzo mio! Quante volte te lo devo dire! Tu mi vuoi fare licenziare! Chi lo sente il direttore! In questo giornale non si può fare… pornografia! Non siamo ancora pronti per scrivere la parola coito! Metti, che so, ripetuti atti sessuali, cazzo!

Finché quelle prime, forsennate, multiformi fantasticherie, quelle cavalcate di vita, in certo senso una pacchia fumogena ed euforica al limite della surrealtà o dell’irrealtà, col suo illusorio corredo di garantita irresponsabilità e la sicumera giovane di immortalità felice, di futuri radiosi, quando non di ‘volontà di potenza’ andarono a sbattere contro un camion della Coca Cola, di quelli alti a due piani come corazzate che trasportavano migliaia di bottiglie…

Me lo ricordo venirmi incontro e contro con tutta la sua, quella sì!, potenza ed enormità, io giù, sotto, alla guida di una Giulietta sprint rossa che avrebbe potuto infilarsi in mezzo alle ruote per quanto era bassa, e l’improvvisa sterzata a sinistra, puntando a buttarmi fuori strada, e l’impatto pieno con il copertone della ruota destra del mostro, e il rinculo e i giri della macchina su se stessa, e il sangue che scorreva a fiotti dal mio collo, rosso sul maglione rosso appena comprato, e i dolori al petto e alle costole, e le grida della ragazza che era con me, illesa ma in stato di choc, isterica, con i dolcissimi occhi che l’avevano trasformata in una deforme, orribile erinni e il mio primo pensiero, ora che m’invento da raccontare a mio padre (da sempre contrario che comprassi quella macchina di seconda mano ancorché coi soldi guadagnati lavorando al giornale), e la corsa di un soccorritore all’ospedale di Taormina, e soprattutto quel centimetro, o due, discosto dalla giugulare sinistra, grazie al quale ero ancora in vita… E l’addio al giornalismo. Quei giorni, in quell’ospedale, il giornalista in pectore – ormai saturo e francamente schifato da tutto quel viavai di sparatorie, morti ammazzati, feriti, incidenti, stupri, puttane, magnaccia, ospedali, commissariati, squadre della buon costume, tribunale, corte d’assise, requisitorie, arringhe, sentenze, corruzione, giudici spesso compiacenti, delitti impuniti, come se non gli appartenessero più, come fosse stato semplicemente un mero apprendistato neutro alla macchina da scrivere o l’esercizio narcisistico di un’autogratificazione da provinciale –, si tramutò in uno scrittore. Nelle lunghe settimane di degenza nacque la voglia, il bisogno di raccontare quella storia, elaborare quel trauma terribile: l’aver visto in faccia la morte mi fece scoprire che la vita è anche altra, non sogni, non parco di divertimenti, ma violenza, disfacimento, che la scrittura poteva servire a trasmettere tutto questo, a trasfigurarlo, magari per rimarginare ferite profonde, o a disvelarlo, magari per condividerlo con altri.

Così nacque ‘Storie parallele’ (il mio primo romanzo, tuttora inedito, sta da qualche parte, nel fondo di un cassetto, narra di due coppie di giovani innamorati che a distanza di pochi mesi l’una dall’altra muoiono in incidenti automobilistici pressoché identici, nella stessa curva della strada nazionale ionica e… della vita), così i miei orizzonti, in un sol colpo, si aprirono, anzi si spalancarono. Sul momento non avevo la più pallida idea di come e dove, però seppi che s’erano spalancati: e con essi, e alla stessa indefinita maniera e con stessa provinciale vaghezza circa eccellenze, ambiti e luoghi, si allargarono i miei compulsivi ‘immaginari’. Correva l’anno ’64. Mi informai. Mandai il dattiloscritto tra gli altri a Niccolò Gallo (all’epoca la ‘mente’ della Mondadori) e a Geno Pampaloni (il guru della Vallecchi). Mi risposerò tutti e due. Mi convocarono per un incontro: diretto: così si usava allora, che tempi!

Cominciò il mio ‘giro d’Italia’: prima tappa, Firenze, sede della Vallecchi; seconda tappa, Roma, il domicilio di Niccolò Gallo a Piazza Ungheria. Erano entrambi entusiasti e furono prodighi di consigli, di suggerimenti, di sollecitazioni, di cure (specie Gallo, sensibile, squisito, coltissimo; mi avrebbe ricordato, più tardi, altri cari amici/consiglieri come Angelo Ripellino o Giorgio Melchiori).

Tutte cose di cui avrei dovuto tener conto per poi ritornare dall’uno e dall’altro, beninteso ignari, e procedere alla pubblicazione. Non feci nulla. Non riuscii a cambiare un rigo. Non per sgarbo nei loro confronti. Mi avevano ‘gratificato’, mi avevano ‘aperto’ l’accesso a un mondo, mi avevano ‘illuminato’ su me stesso, li avevo ‘adorati’. Solo che l’idea di rimettere mano, riandare a quanto già scritto mi faceva star male. Fu più forte di me: era come stravolgere pezzi o parti del mio corpo, qualcosa che apparteneva solo a me. Non feci nulla. Per mesi, invece, mi trastullai pensando e fantasticando solo di Roma e di Firenze e dell’aria e della ‘libertà’ che vi avevo respirato… e del mio futuro…

Che in effetti, lo sapevo bene, rimandavo la fuga verso altri lidi di mese in mese, era già segnato fin dal giorno in cui avevo parlato, un intero pomeriggio, con Niccolò Gallo (poi gli telefonai più volte per scusarmi della mia colpevole indolenza, adducendo le mie ragioni che lui con notevole tatto e sensibilità capì e recepì, dimostrando oltretutto una non comune consapevolezza etica, antiutilitaristica, rispetto al suo lavoro e al suo ruolo di uomo di cultura). E che metteva Roma al primo posto nelle orbite quanto mai effervescenti e pure un tantino surrettizie dei miei potenziali ‘immaginari’ di allora: non proprio la città ideale, ma sicuramente un grande laboratorio in atto sul presente, su quel presente che sembrava finalmente risvegliarsi mettendosi alle spalle un dopoguerra lento e faticoso. Questo un po’ l’avevo capito. E così, stando al centro dello stivale, per la prima volta, da emigrante di lusso, mi sentii Italiano! Ero uscito da un’isola: entravo in una penisola, in una terra più ferma. In realtà fu una specie di terremoto, di frenesia a tutto campo. Non sapevo nulla, non ero mai stato a teatro, tranne alle farse della parrocchia o del teatro dialettale, al varietà di certi cineteatri che te li raccomando e al teatro dell’Opera di Catania, dove avevo fatto anche la comparsa alla Traviata; sapevo qualcosa dei sunti del Readers Digest, qualcosa di Steinbeck, qualcosa di Brancati, avevo letto Le parrocchie di Regalpetra e Gli zii di Sicilia di Sciascia e naturalmente Verga e Manzoni e Leopardi e Dante e i poeti delle antologie per via del liceo. In poche parole, e in definitiva, infarinature. In men che non si dica conobbi Carmelo Bene, mi tollerò generosamente, mi informò su se stesso e (invero poco) su quanto stava succedendo, mi parlò dell’imminente convegno di Ivrea sul ‘nuovo teatro’; fui assiduo della mitica Feltrinelli di via del Babuino, divorai l’almanacco Feltrinelli, credo del ’65, come fosse una piccola bibbia, cominciai a leggere ogni sorta di libri, saggi, racconti, romanzi, a frequentare le gallerie d’arte, le mostre, andare agli incontri, ai dibattiti, con Arbasino, Moravia, Pasolini a portata di mano, che gli potevi parlare, li potevi toccare, potevi intervenire; fui al teatro di via Belsiana, all’Eliseo, a vedere Il gioco delle parti, I sei personaggi (scoprii Pirandello, a Roma!), Metti una sera a cena di Patroni Griffi, in seguito finii persino, con Prandino Visconti e altri scalmanati, nella sua terrazza la notte della radiocronaca dell’incontro di boxe tra Benvenuti e Griffith per il titolo mondiale dei pesi medi; e poi piazza del Popolo e piazza Navona e Via del Corso e Via Ripetta e via Margutta e via Veneto… Troppo! Dai, dai e dai, gira volta e rigira questa favola folle, questa girandola interminabile da un certo punto in poi, dopo un paio d’anni, anziché accumulare acriticamente ogni azione o esperienza o scoperta cominciò a espellerle, il suo turbinio non cessò, ma rallentò e si fece selettivo, più consapevole: fu allora (nel frattempo, oltre a Carmelo, che pretendeva non andassi a vedere nulla, tranne, casomai!, lui, avevo visto il Living, delle performances o installazioni in gallerie d’arte) che scelsi da che parte stare e cercai e trovai la mia ‘casa’, il Teatro La fede di via Portuense, un luogo periferico, un locale freddissimo, lungo e stretto, a forma di tunnel, buono come deposito o bottega artigianale, lontano dal centro, che presi a frequentare assiduamente. Lì vidi delle cose straordinarie, vidi delle interessanti serate su Duchamp, che già conoscevo, era sulla bocca di tutti nel milieu dei pittori di Piazza del Popolo ; lì vidi uno spettacolo intensissimo di soli corpi in movimento del Poor Theatre, un gruppo americano di passaggio; lì entrai nel gruppo di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann e ci rimasi per un paio d’anni facendo l’attore in un teatro di pura azione e invenzione scenica piuttosto che di rappresentazione di testi drammaturgici… E dire che, una volta chiusa la parentesi con Gallo e Pampaloni e messe da parte forse un po’ precipitosamente le velleità di romanziere, avevo quasi deciso, subornato da tutto quel caos, quel ‘gran teatro’ che vorticava attorno a me, che avrei fatto il ‘drammaturgo’, mi sarei messo a ‘scrivere’ testi per il teatro!

In pochi mesi quell’idea malsana andò in polvere. Capii che il vero teatro, quello che stavo scegliendo di fare, nasce non a tavolino, seduti davanti a una scrivania, ma sulle tavole del palcoscenico, come risultato di un laboratorio non basato su testo e recitazione tradizionali, che elimini o sostituisca il testo drammaturgico con azioni, gesti, suoni, movimenti. musica dei corpi, ricerca e montaggi sperimentali per dar luogo e forma a una inedita e originale scrittura scenica.

Questo passaggio, che poteva sembrare uno dei tanti, è diventato invece cruciale nella mia vita di artista (e di uomo, di persona, le due cose per me sono inscindibili). Cruciale per almeno tre motivi, o esiti, peraltro tra di loro interconnessi, quasi a comporre un’istanza unica, il mio metodo, o la mia ideologia, di pratica e poetica artistica. Prima di tutto perché coincise con il ’68 e gli anni seguenti. Che non si possono liquidare come anni di grandi illusioni, di ribellione, di rivolta giovanile. Perché furono, per tantissimi, anni di crescita assoluta, di consapevolezza matura del mondo, di tutte le sue enormi magagne, di tutte le sue responsabilità, e specialmente di abbattimento di tutti i confini mentali imposti, di raggiungimento di visioni più alte e poetiche e libere della società e dell’umanità, della sua storia e della sua arte. In quella temperie, mentre il mio sacro fuoco artistico veniva alimentato e si coniugava saldamente a un’ ideologia antitetica, apertamente oppositiva, la mia dimensione umana, di persona, di cittadino si aprì a orizzonti qualche anno prima inimmaginabili: altro che italiano!

Presi piena coscienza, a tutti gli effetti e con tutte le conseguenti implicazioni possibili e impossibili, di essere, anche e soprattutto in quanto artista, un libero ‘cittadino del mondo’! Che si inoltrava con autentica passione, una qualche lucidità e una vena di follia e (libero) arbitrio in un’esplorazione a tutto campo dell’universo mondo, convogliando in un unico abbraccio, in una sola alchimia o istanza storie, geografie, narrazioni e la svariata galassia delle arti. Provando a tenere viva – al ritmo di un danza! danza! danza!, come dice Rimbaud – la primeva moltiplicazione euforica dei suoi immaginari!

In secondo luogo, per la paradossalità di questo lunghissimo tuffo (… o viaggio al termine della lunga notte…)… nel teatro… e in questo genere di teatro, di pura sperimentazione, di continua ricerca, dove non si da nulla per scontato, pre-scritto, che è andato avanti per… cinquant’anni.

Perché per un verso, col tempo, si è rivelato, è stato, una gabbia dorata, per un altro verso, al tempo stesso e proprio per la sua energia interna, centripeta, implosiva si è configurato come una specie di mostro a cento teste capace di inghiottire, incamerare e veicolare un’incredibile quantità di altri passaggi, o ‘immaginari’ (musica, mi sono ‘inverato’ come gran musicologo, arti visive, fotografia, videoarte, cinema, che è stato cardine della mia drammaturgia scenica, ginnastiche del cuore, della mente e del corpo ecc…) o se si vuole di variazioni o declinazioni di un unico, ininterrotto, flusso ‘immaginario’.

Infine, terza ma non ultima ragione, perché ha finito, indirettamente, col salvaguardare, difendere, ibernare la letteratura: in certo senso rimasta incubata in me: che, tramite il teatro, mi sono servito e abbeverato alla fonte dei massimi scrittori, della grande letteratura altrui!

Il 50 per cento del mio teatro sperimentale ha trovato motivazione, ispirazione e realizzazione massime nei romanzi, nelle atmosfere e nelle magmaticità letterarie più estreme, nelle pieghe delle esistenze degli autori, scavando cunicoli nel pozzo nero delle loro biografie, alla ricerca ‘scenica’ della loro temperatura più autentica.

Sì che la sostanza profonda della mia parabola teatrale, al netto del confronto e dell’attenzione dedicati e dovuti alla grande tradizione della drammaturgia universale, al canone occidentale (Shakespeare, Cechov, Ibsen, Pirandello, Beckett ecc.), è stata debitrice di innamoramenti e riferimenti più o meno radicali quasi esclusivamente con scrittori, letterati – oltre che con protagonisti delle arti visive e performative: tra cui devo almeno accennare all’incommensurabile, duraturo, ‘incarnato’ debito nei confronti di Marcel Duchamp, su cui ho costruito una vera e propria tetralogia teatrale e che si può dire successivamente ha permeato in maniera diretta o indiretta, subliminale, tutto il mio itinerario teatrale.

Sì che, limitandomi alla letteratura, sono passati nel mio ‘antro nero’, come diceva Quadri, o nei miei ‘romanzi teatrali’, come diceva Bartolucci, Huxley, Wilde, il grande ‘mistero’ Lautréamont, Merimèe/Bizet, Hawthorne, Sartre, il ribelle Genet, il geniale creatore di labirinti Borges, il neoavanguardista sulfureo Handke, l’immenso Joyce, il miei amici maestri di lucidità o travestimenti barocchi o provocazioni avanguardistiche Milanese, Bufalino e Sanguineti, il mio amico Cortàzar, disseminato a profusione per stagioni, il gigante Gadda, il re degli iconoclasti T. Bernhard, Valery, Enzensberger, l’universale Kafka, Conrad, il mio Poe, l’immaginifico,superbo, catacombale Manganelli, l’esploratore di geografie Matvejevic, Rulfo, l’autore di un solo libro, ma perfetto, Pedro Paramo, il cantore della Sicilia Vittorini, Dotto/Bene in memoriam di Carmelo, Collodi/Pinocchio, Glenn Gould, Mandel’stam, Canetti e… Bolaño… forse il più grande di tutti, per me una folgorazione, l’ultimo dei grandi, colui che mi ha fatto riavvicinare alla letteratura, mi ha fatto ridiventare scrittore, mi ha quasi costretto a ritornare alle origini, a quelle origini da dove non erano mai stati espulsi, erano soltanto rimasti in sonno, i primi contagi da ‘immaginario’, nello specifico il mai dimenticato ‘tocco’ di birra della mia adolescenza.

Insomma, di immaginario in immaginario ero arrivato a lui, a Roberto Bolaño, tra il 2004, data in cui seppi e lessi di lui, e il 2009, in cui lo misi in scena ripetutamente per 4 o 5 anni, fino all’altro ieri, si può dire; eleggendolo a mio ‘faro’ indiscusso: come Joyce, Duchamp, Lautréamont, Kafka e altra compagnia bella… … E così il cerchio si chiuse, qui scattò la scintilla di riprendere a scrivere di… letteratura.

(Di e sul teatro non avevo mai cessato di scrivere: se non ci fosse altro, basterebbero le note di regia! Ma questo era un dettaglio, in fondo. La vera questione, più profonda, era la seguente: che senso dare a questa svolta, a questa decisione, a questa ennesima ‘metamorfosi’ – apicale, visto che arrivava a più di cinquanta anni da ‘Storie parallele’, il mio romanzo giovanile, per così dire. Il senso,un senso, forse, me lo diede il caso. Proprio nei mesi in cui la decisione maturò, mi fu inopinatamente – in ritardo, era stata pubblicata non so quanti anni prima – regalata l’autobiografia di Luis Buñuel, un altro dei miei grandi ‘innamoramenti’. Appena l’ebbi in mano, sfogliai a caso il libro, intitolato “Dei miei sospiri estremi”, e sulla pagina c’era scritto, parola più parola meno, non lo ritrovo nel marasma della mia libreria, forse l’ho perduto:… Per tutta la vita mi sono speso come un ossesso per il cinema, senza tregua, spesso annoiandomi, o arrabbiandomi, alle prese con decine e decine di persone, a volte anche odiose, e “non ho fatto l’unica cosa che avrei voluto veramente fare, che ho sempre desiderato di fare con tutte le mie forze, che mi avrebbe reso felice: chiudermi in casa, in totale solitudine, e scrivere storie, romanzi”…)

Ma scrivere che cosa? Partire da che cosa? Un racconto breve – una fantasia su un tocco di birra notturno, con un personaggio, soprannominato il Sindaco per la presunta eleganza nel vestire, dalle caratteristiche molto bolañiane, che, da ‘padrone’, muore ammazzato all’alba, dopo avere ingozzato litri e litri di birra per non darla vinta al ‘sottopadrone’ – che aveva fato capolino più volte negli anni, si prese per così dire la ribalta. Mi misi al lavoro. Pensavo a qualcosa di secco, stringato, trenta, quaranta cartelle. Il titolo che gli avevo dato era diretto, chiaro, senza accorgimenti, si sapeva come sarebbe andata a finire: La morte del Sindaco. E in realtà li scrissi. Usando, come in tanto Bolaño, la prima persona, che mi sembrava la più efficace.

Subito però i nodi vennero al pettine. Bolaño o non Bolaño, il montaggio e l’assemblaggio e la disposizione ‘liquidi’ sulla pagina delle parole e dei capitoli possono risultare ben più complicati e complessi e al tempo stesso delicati che la costruzione ‘concreta’ di azioni teatrali sulla scena. Il protagonista, il Sindaco, era uno spazzino di cinquanta/sessanta anni, un uomo all’antica, un ignorante in un consesso di ignoranti, la maggior parte analfabeti che parlavano solo in dialetto. Egli non poteva raccontare la sua storia in buon italiano – ancorché magari, per dire, alla Camilleri, che oltretutto sarebbe stato quanto di più lontano immaginabile e accettabile da Bolaño –, senza contare che non poteva raccontare la sua morte! Tutto da rifare: la prima stesura de ‘La morte del Sindaco’ poteva essere, al massimo, un canovaccio. Occorreva un altro personaggio che potesse fungere da io narrante. Un personaggio possibilmente più giovane, certamente più istruito, più ‘sgamato’, come dicono a Roma, più moderno, per non dire contemporaneo. E certo non potevo trovarlo nel… 2015, visto che la vicenda andava collocata, era successa!, nei primi anni ’60. Dovevo cercarlo in un tempo coerente, successivo quanto bastava al tempo della storia. Scelsi l’anno 1975, l’anno in cui finì la guerra del Vietnam. L’io narrante non poteva essere che un sessantottino movimentista e anti-amerikano, se possibile già laureato, esistenzialmente di estrazione popolare, abbastanza confuso, abbastanza morto di fame e nella merda, non che aspirante poeta o scrittore (più o meno come Bolaño a quell’età!). Roma, negli anni ’70, era piena, pullulava di gente così! Avevo l’imbarazzo della scelta. Cadde su un Testaccino. Romanista, come tutta la sua sbrindellata famiglia. Non restava che fare incontrare questo testaccino ‘rivoluzionario’ con un personaggio vicino o amico del Sindaco che avesse vissuto in prima persona la notte del tocco e la morte del Sindaco e che di confidenza in confidenza la narrasse al giovane testaccino: il quale, promosso a io narrante, l’avrebbe messa per iscritto. L’incontro tra i due e il racconto dell’amico del Sindaco al giovane romano sarebbe avvenuto a Roma, durante una lunghissima notte che avrebbe fatto da simbolico pendant con la lontana notte del tocco e dell’assassinio, a Catania. Ben presto, pian piano, la storia mi prese la mano, o ci presi gusto, e, pagina dopo pagina, l’intreccio prese una sua strada, anzi parecchie, decisamente imprevista. Gli incontri e le notti si moltiplicarono, da una diventarono quattro, e soprattutto si creò una specie di strana amicizia tra i due che finirono per raccontarsi, spesso su piani inclinati di paradossalità, assurdità e surrealtà assortite, oltre la storia del Sindaco, anche le loro vite, la storia delle loro vite, peraltro agli antipodi! Il libro, che cresceva di giorno in giorno, a quel punto, un paio d’anni dall’inizio della prima stesura, aveva per titolo ‘Notturno Italiano’. Ma attenzione: non solo perché tutti gli incontri e gran parte delle vicende narrate avvenivano di notte e in Italia, nella sua capitale: no: bensì per un debito e un omaggio subliminale a Roberto Bolaño e al suo romanzo Notturno cileno, per me uno dei suoi più belli, più tosti.

(L’omaggio, sia detto tra parentesi, è subliminale nel senso anche di effettuale, dato che l’incipit e la chiusa del mio libro sono uguali a quelli del suo libro, e sono, rispettivamente… “Adesso muoio,… ” e “… una tempesta di merda”. Noto, en passant, che Bolaño avrebbe fortemente voluto intitolare quel libro con le parole della chiusa, fu il suo editore a pregarlo e a dissuaderlo, modificandolo in Notturno cileno).

Anche questa sorta di indebita commistione e ingerenza tuttavia si rivelò inadeguata, insoddisfacente. Anche ‘Notturno italiano’ stava stretto al libro. Che nel frattempo era cresciuto ulteriormente, a dismisura, c’era un universo, c’erano più universi, forse troppi, c’era la Sicilia, c’era l’Italia, ma c’era anche l’Europa, c’era tutto un mondo ‘picaresco’ di derelitti, di paria, di bordelli, di puttane, di reietti, di vite spezzate… E così quella ‘tempesta di merda’ con cui il libro si chiudeva, e si chiude, giunto alla terza stesura, agli inizi del 2019, si saldò col titolo di uno dei miei spettacoli su e da Bolaño: 2066: La linea spezzata della tempesta, che diventò – leggermente modificato, tolto il riferimento assolutamente improprio a una data tremenda, fatidica, e messo al plurale, riportato a persone, o personaggi, più che a situazioni –, al termine di un lungo viaggio… Linee spezzate nella tempesta.

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