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Come polvere di cassetti

La succitata, ulteriore raccolta in versi pubblicata dall’ancor giovane medico-chirurgo Zairo Ferrante consiste in una cinquantina di componimenti dal vario, ed anche se in minima parte, molto diversivo impianto. Versi di buon livello, in perfetta sintonia con le precedenti pubblicazioni. Organizzati, dal punto di vista del linguaggio, della scrittura e finanche della metafora e, più in generale, delle figure estetiche, in maniera chiara e semplice. Versi non per questo banali né scontati, piacevolmente schietti ed agevolmente acquisibili.

L’idea ispiratrice è una doppia religiosità, cosmico-animistica e divina. Dal respiro cristiano, precipuamente. Poiesi coltivata con la consapevolezza di colpire quel bersaglio mobile d’un utente che, per una serie inspiegabile di ragioni, non è mai semplice intercettare, che ha in serbo uno stimolo masochisticamente urticante, fustigatore della pelle ma che artiglia i sentimenti, in grado di smuovere un acconcio stato umorale collimante in un ethos in toto condivisibile, in quanto espressione di superlativi valori, umani e religiosi insieme, innegabile passe-partout del nostro perturbato presente.

D’altronde come negarne quella, non più solamente sedicente bensì ormai acclarata, proposta ‘dinanimista’ che Zairo Ferrante, fantasista ed insieme spiritualista, va seminando, all’insegna d’un’artistica, quanto meno poetica, rivoluzione delle Anime? Solo per dire come, il medesimo, ci tenga, e non poco, agli esistenziali propositi richiamati nei versi. Verrebbe spontaneo azzardare il parallelo che la sua professione medica del chirurgo deputato a sanare egli intenda esercitarla non solo nel corpo ma altresì nell’anima del prossimo. Anche se la sua è un’istigazione alla bontà – mi si passi la similitudine! – la cui rampa di lancio è, prima di tutto, se stesso: lui il primissimo, se non esclusivo, bersaglio.

Diverse sono le composizioni di quest’ultima silloge già fatte arrivare all’attento utente online dal suo sito personale e specialmente dal blog ufficiale del Dinanimismo, epocali e benemeriti strumenti d’etico insegnamento, ambedue. L’autore ce le indica di volta in volta con nota in calce.

Florilegio, questo, nello specifico, i cui fondamentali mattoni, struttura portante della poesia, non sono altro che “pensieri” e “speranze”. Così definisce i suoi versi, con convinta modestia, Zairo. È da qui, da un’umiltà di base, contrapposta ad un’urlata presunzione tipica di tanti, troppi autoproclamati ‘vati’, che, in un intento di defilata implosione, in realtà esplode l’autentico spettacolo pirotecnico della parola. Di quella parola eloquente guardiana del pensiero. La quale si fa schiava dei buoni proponimenti, della bontà, dell’amore… della sottomissione. Non il contrario. «La poesia si confonde con la preghiera e diventa intimo dialogo con gli “angeli”, esseri divini, sempre attenti e vicini alle faccende umane, dispensatori di valori positivi» (dalla 1^ patella). Ed è proprio con tale mentalità che il poeta, inconsapevolmente quanto meritevolmente s’eleva a vate. Vate autentico, non gonfio di presunzione, operatore di fede e di giustizia quindi, parte attiva dell’umanità in «un momento […] in cui si sente il bisogno di aprire i cassetti chiusi da anni e iniziare a sistemare ciò che […], in modo confuso e casuale, era stato riposto. […] Nell’aprire questi cassetti inevitabilmente il passato ritorna alla mente e, insieme alla polvere che si alza dai vecchi e ruvidi diari e dalle foto spiegazzate, nella stanza iniziano a volare punti interrogativi, riflessioni, svariati “se” e tanti “ma”. […] Si pensa a come si poteva fare meglio […]. Si prega e si spera di non commettere più gli stessi errori» (cfr. pp. 13 e 14 in Auto-presentazione). Ancora, In vita, si legge: «Nell’ansia, fobica e / ossessiva di / ricongiungermi al dolore, / resto qui aggrappato, / inesorabile, alla vita. / Malato, forse sì […], / ma soprattutto vivo!», a prescindere dalle occasioni dell’esistenza e dalla naturale evoluzione del fato (In uno stagno, pp. 58 e 59), forzando in tal modo, nell’orizzonte del bene, il libero arbitrio.

La poesia di Ferrante dunque è il giusto tramite, verbo ispirato dal Cosmo, per la ricerca, seria, perentoria dell’Amore, a governo d’un mondo che, nella sua Apparenza (cfr. p. 49), invece sembrerebbe irrimediabilmente condannato all’odio, alla reciproca incomprensione fino alle minime rappresentazioni collettive.

Ne Il mio porto il nostro brav’uomo poeta arriva a metaforizzare la poesia (pp. 33 e 34) come “prezioso pane ammuffito”, prendendo atto cioè del ruolo assolutamente inefficace che essa poesia esplicherebbe per la salvezza dell’umanità. Forse neppure placebo per lo stesso poeta.

Mi pare, giunti a tal punto, che il doppio titolo del libro, Come polvere di cassetti. Mentre gli Angeli danzano per l’universo, si sia disvelato in tutta la sua metafora e realtà di pensiero. Non c’è bisogno di esose aggiunte.

La dedizione, che all’autore proviene dal parossismo d’un cuore della dimensione dei Titani, straripa fin dal primo nascere del libro. Nell’incipit-esergo a piena pagina (p. 11), tra citazioni del calibro d’autori quali Gibram, Poe, Quoist, il nostro poeta, tra l’altro, esprime i suoi sentimenti materni (A mia madre). Sentimenti che, successivamente (cfr. 18 agosto 2013, p. 65) amplifica, sciogliendosi a tutto tondo: ad altre creature, siano loro esseri umani o esseri meramente di spirito. Assieme alla madre ed Erika (altra persona portata altrimenti nel cuore: cfr. ad es. Fohn, p. 55) ecco il pensiero farsi più propriamente preghiera rivolgendosi agli angeli. In un primo tempo, subito dopo le due donne del citato esergo, con un perentorio Ai miei Angeli. Ed in seguito, a chiusura di pagina, con la saggia determinazione del vero Cristiano, ammonisce: «Non cercare di voler vedere gli Angeli a tutti i costi. / Essi esistono proprio grazie al loro non poter essere visti, / quindi ringraziaLi e basta».

Dedicate sono molte altre poesie del contesto. Quasi sempre, nel riporto a margine, a sottotitolo, si nota la seguente chiusura: «… con tutto quello che sono». Grandioso atto di sottomissione del poeta al dedicatario, chiunque egli/ella sia. Espressione più unica che rara nella poesia, a mio modo di vedere degna e pregna della profondità d’affetti vissuta, talora sofferta talora goduta, nell’ispirazione dell’artista. Non v’è dubbio che il database della poetica di Zairo Ferrante coordini il tutto nell’univoca nonché salvifica matrice etica ed estetica de L’umiltà (cfr. p. 79). Preclara virtù, molto ma molto difficile da coltivarsi, specialmente in questi tempi. Il salvadanaio del vero esistere.

È altresì palese, considerato il carattere dedicatorio nei confronti degli angeli (oltre al titolo lo si evince dalla stragrande maggioranza delle strofe, in maniera pervasiva), come questa performance poetica esplichi, nella sua proiezione teleologica (la quale certamente, almeno in questo specifico frangente, ha coincidenza teologica), il concetto d’un’Anima Mundi per molteplici aspetti, non riflesso, bensì diretta identità della Divina Onnipotenza (leggasi soprattutto Tutt’uno, p. 18 e Oggi ho visto Dio, pp. 22 e 23).

In Liberamente penso (cfr. p. 19) la metafora del già connotato libero arbitrio apre la via a quella temporalità che fa da naturale contenitore alla vita umana. Il concetto è più esplicito nelle due pagine successive, in, appunto, Il tempo. Ma la conclusione in pienezza di contenuto è registrata alle pp. 38 e 39, negli icastici versi de La contro-ballata dell’uomo-robot: «// Vola l’uomo-robot / tra aurore siderali, / porte temporali e / ruscelli radiopachi / d’intelligenze neocreate. // […] // E si dispera l’uomo-robot / per la sua anima che ha perduto, / per la ricchezza vanificata, / ché solo un robot – e non un uomo – / all’eterno ha consegnato». Ancora s’ode l’eco d’un Tempo costruttore di ‘maschere’ e di ‘apparenze’ (si ritorni mentalmente a p. 49, Apparenza). V’è in ciò il richiamo al mitico Kronos divoratore del tempo, distruttore e continuo ricostruttore dei tempi umani che, per ogni individuo, si fanno potenzialmente infiniti.

Per di più mi sento d’affermare che in questi ultimi versi, rimbalzanti nel cosmico etere, si possa intendere la convinzione ‘teo-astrale’ propria d’uno dei proclamati fondatori della poesia cosmica, il ferrarese Guido Tagliati, da pochi anni scomparso.

L’opera è suddivisa in tre parti al di là della prima, critica (Prefazione e Auto-presentazione).

Di queste tre è la prima sezione, La polvere, i ricordi e le pagine (alcune) ingiallite dal tempo (pp. 15-66), praticamente la più significativa per completezza, ad esplicare il percorso finora osservato, nei rilievi e nelle citazioni suesposte.

La seconda parte, La riflessione, “gli errori”, le conclusioni. Se semplicemente fossi… forse, di due paginette appena, a parte il titolo (totalmente pp. 67-69), non per questo è meno incisiva. Qui veramente la «poesia si confonde con la preghiera e diventa intimo dialogo con gli “angeli”» (1^ patella), assumendo la struttura della prosa. Le insistite reiterazioni («Se semplicemente fossi […] un bambino […] come gli Animali […] come il cuore di una Madre»), che assommano una lunghissima, riecheggiante premessa, incentrano, in un accorato atto di proponimento, il ‘cambiamento’. L’auspicato transito! Quella ‘metamorfosi’ comportamentale capace finalmente di rendere l’uomo-bestia in Uomo-Angelo («forse… sarei migliore»).

La porzione finale, Appendice di speranze e di preghiere (quasi o forse) utopiche (pp. 71-97), imposta i versi sul polivalente paradigma delle Virtù, aspirazione ultima del cammino riabilitativo che l’autore vuole conchiudere (La simbiosi, Il rispetto, L’amore, L’umiltà, La giustizia, La calma, Il coraggio, La pietà, La pace, L’amicizia). Ed il cerchio è ormai completato.

Voglio però lasciare un’ulteriore dettaglio. Ebbene, altra piacevole amenità estetica la si nota nella composizione Gli amici des amis (cfr. p. 28). Un modus, questo, d’insinuare il francese nell’italiano (ma potrebbe anche essere un mix d’altre e più lingue). Non da ritenere originale in assoluto ma comunque aperto ad una letteratura poliglotta, finalizzata a favorire l’incremento dell’interscambio culturale tra i vari utenti della parola, elevando il libro a più efficace mezzo d’interlocuzione.

Recensione
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