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Scritture d'attore. Rifrazioni artaudiane nel teatro italiano

Sull’influenza esercitata dal teatro di Artaud è incentrato questo saggio di Alessandro Dessì che ricostruisce la poetica, all’insegna della costellazione odio/furore/violenza/crudeltà, di questo Autore originale e provocatorio, spesso frainteso.

Lungi dal tradursi nel trionfo dell’improvvisazione e del mero sfogo, il “teatro senza organi” di Artaud sancisce, da un lato, il superamento del dualismo spirito/corpo, dall’altro la teatralizzazione della scrittura, pensata come parola in azione.

La parte centrale del testo analizza il percorso artistico di coloro (Carmelo Bene, Rino Sudano e la Socìetas Raffaello Sanzio) che, nell’accogliere la lezione del Maestro, lo hanno riproposto in modo non letterale, senza tradurlo in forme di dinamismo fisico come la danza e il balletto.

Sono proprio questi tre personaggi del secondo Novecento ad aver compreso in pieno, pur “tradendolo”, Artaud. È il caso di Carmelo Bene che, nell’esorcizzare il doppio e prevenire la paura scaturita dall’incontro con l’inconscio, è approdato alla nozione di Autospavento, su cui è fondata la sua poetica del burattinismo attoriale.

In Sudano la lontananza dell’attore dal pubblico e viceversa è estremizzata con il sottrarre il corpo al campo della scena, nella Socìetas Raffaello Sanzio si approda al teatro mobile.

In chiusura, Dessì si sofferma sul corpo come fantasma – da cui la formulazione del “corpo senza organi” – nel teatro artaudiano, definito della crudeltà perché frutto del rovesciamento della violenza della vita su sé stessi.

La complessità del testo è da attribuirsi alle intriganti proposte di lettura offerte da Dessì, che prendono la forma non di discorsi ma di tracce di ascolto. D’altra parte sono proprio gli spettacoli degli Autori citati a non consentire un approccio tradizionale: in Artaud e nei suoi epigoni, infatti, il teatro lo si “scrive”, servendosi del corpo quasi come se fosse inchiostro, e non lo si fa.

Recensione
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