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Dopo l'estate (La vita e la morte strette con benigna ragione)

C'è un legame tra attività medica e produzione letteraria. Rapporto che ripropone nomi di tutto rispetto, che vanno da Carlo Levi a Giuseppe Bonaviri, Corrado Tumiati, Mario Tobino, Giulio Bedeschi, Marco Vitali, Antonio Spagnuolo, etc. (per citarne alcuni).

Un rapporto che fonde vita morte, con influssi a un'umanità non solo immaginata ma vissuta con effetti di genere e sostanza. Il medico scruta la sorte del paziente che, oltre ad essere umana, è ciclica, di una oggettività da svincolo da formulari esclusivi.

Quello del clinico riguarda riferimenti scientifici, oltre ai quali non può essere sottratta la ragione, per cui non puoi non innamorarti (anche del ragno). E ogni ricerca rievoca il rumore dei trattori che svecchiano la terra per renderla amica, come dovrebbe diventare la stessa morte. E per percepire l'idea o il rispetto di essa, invoca la necessaria lentezza e la possibile nostalgia per accostarla alla terra nostra madre terrena. Per purificare la quale si dovrebbe decimare tutto ciò che comprende, a livello di pus che beatifica gli apparati corrotti e negativi. La terra non è solo magma di sterco e sporcizie, essendo nostra origine. L'uomo, a volte, prova gusto a immalsanirla, grazie a poteri che non badano alla cura, ma alla diffusione di mali ancestrali, nostri beati surrogati che certo potere rafforza e condivide.

E ogni cura, spesso, diviene illusione di superamento di tare giovevoli alla malsanità legalizzata. Il limite del medico è la consapevolezza di chiedere perdono per tante rilassatezze contrapposte ai perfezionismi divini. Massima martellante del suo operato: “...io sono soltanto un uomo / eccepibile e fragile / pressato da ogni desiderio / ...”.

Questo il limite del curatore dei corpi “risoluto ma impotente / di conoscere ciò che voglio / verità che m'appartiene / ma che non è mia / ...”.

Cosa accade quando una ricerca appare pubblica e privata autoanalisi? Da qui sorgono verifiche: pioggia sporca (renderà opachi / i nostri cristalli inutili...” e dalle sporcizie della natura si arriva all'equivoco della presenza di padroni del mondo che intossicano l'albero della vita. I despoti “sanno cosa si deve fare / si insiste sulla terra di tutti ma / in giro non si vede un animale / ... E la nostra disaffezione ci porta ad ammettere che non c'è valore al di fuori di ciò che non ci fa comodo...”. (Pretese di piccolo borghesi che intossicano il mondo), “onestamente non ci fu il tempo di controllare la sicerità / del nostro amore”.

Ma le constatazioni di Bettelli divengono spietate quando da spettatore ricorre al realismo. Avviene in Fuori / strada, L'amore perso, Mala educazione. E le spietatezze ricordano come” s'è fatto troppo lontano il cielo /. E nell'insieme le riserve non hanno un tono moralista, derivando da rilievi di chi non può ignorare effetti di abbandoni e disamore.

I poeti sottolineano, anche se non incidono a migliorare il mondo e la vita. La scienza propone innovazioni, ma se il contorno è amorfo ogni influsso sarà vano.

Quella di Marcello Bettelli in “Dopo l'estate” sembra la rievocazione di un'avventura umana che sta andando verso declini da ripensare. Gli interrogativi sono tanti, ma l'autore non propone rimedi, mettendo dita su piaghe che riguardano chi si abbandona all'inganno dal sogno, verificando come sui fiori del mandorlo cade sempre la neve, restando almeno l'illusione del sorriso “dei tuoi occhi”.

E la cura fisica determina la convinzione che “che a nulla vale la promessa di scovare la lepre”.

C'è un rimedio spesso sottovalutato, quello della poesia che “che non ha menzogna”, Il rimedio è cercare la chiarezza per mezzo dei versi “...solo, davanti alla pagina bianca / so che avrò tutto quanto mi spetta”.

Tre garanti di tale ricerca: Epicuro Lucrezio Leopardi. Triade del legame tra vita e morte “strette con benigna ragione”.

Recensione
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