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Paternò in retrospettiva

Ho sempre desiderato ritornare nella mia città natale Paternò come a Potenza, la città della prima infanzia, non dimenticando Catania dove ho vissuto, la giovane vita, nella serenità del tempo di pace e nelle tribolazioni della Seconda guerra mondiale, sotto i bombardamenti dei primi tre anni di conflitto bellico fino allo sbarco delle truppe straniere di occupazione nel luglio del 1943.

A Paternò sono legato per il fascino particolare che la sua terra emana e seduce, indipendentemente dagli avvenimenti sociopolitici che l’attraversano, e per le ricorrenti frequentazioni nella casa dei nonni e degli zii materni. Ciò ha comportato una sorta di spinta a visitare il suo territorio prescindendo dalle insufficienze di natura sociale che potrebbero essergli attribuiti. Tale incessante e inesauribile sano stato interiore, spiega questo mio insistente vagare per vie e per piazze della cittadina, da adulto e da nonno, come se tra quelle piazze severe, case vetuste, quei vicoli e vecchi stradoni cercassi me stesso giovinetto, incuriosito di tutto e chiacchierino nella mia parlata naturalmente ‘continentale’.

A me, l’antico e vetusto paese dei nonni, sembrava la scoperta di un libro di vecchie stampe, da sfogliare lentamente per fermare ‘a l’istante’ i personaggi in transito che dal vivo muovevano la vita per ricomporla fantasticamente nella mia coscienza di cittadino paternese. Lì, vedevo una quotidianità operosa costruita su gesti e fatti naturali dove tutto si amalgamava e si omogeneizzava in una popolazione fortemente legata alla terra e ai valori della famiglia.

Il mio girovagare svagato, curioso, sognante ma anche intrappolato dai ricordi del tempo passato, si concentrava spesso nell’area della piazza Sant’Antonio, a sud della città dove si apriva lo stradone che conduceva verso il Simeto, verso ‘la piana’ ritenuta il granaio di Sicilia, ma anche verso i ‘giardini’ di agrumi dai colori smaglianti dal verde al rosarosso dei mandarini, dal giallo vivo dei limoni per non parlare degli aranceti ‘sanguinelli’, di un rossosangue, varietà ora scomparsa per privilegiare il ‘tarocco’.

Detta piazza, ora denominata ‘Vittorio Veneto’, è a me legata dalle visite alla Pasticceria Caserta in compagnia dei miei cugini e alla mia meraviglia nel vedere sul marciapiedi davanti al "Pastificio S. Antonio dei fratelli Gennaro,lunghe file di spaghetti freschi distesi su "trispiti e canne"un ingegnoso quanto semplice sistema di stenditoi per farli asciugare e ventilare all’aria aperta. Nella stessa piazza, accampato nei locali della allora ’G.I.L’, negli anni successivi conoscerò le spartane esperienze di un campo paramilitare.

Ecco lo stradone che conduce verso ‘il comune’, ora via G. Verga, in cui aprivano le loro botteghe-laboratori gli artigiani del carretto, dei carri agricoli e delle ‘domatrici’, eleganti e svelte carrozze a due posti per signori e professionisti: raffinati esecutori di un’arte nobile e difficile tra l’ascia e i differenti scalpelli che lavoravano il legno per farne vera opera d’arte che diverrà scuola di costruzione e modello di eleganza e di stile del trasporto agricolo su ruota. In tale strada aprivano bottega i miei zii materni: i ‘Fratelli Astuti’, veri ‘maestri’ del ‘carretto artistico decorato’ con specializzazioni particolari per la fattura di parti importanti del manufatto che, oltre a rispondere ai canoni della robustezza e resistenza per le condizioni delle strade del tempo, doveva essere elegante nell’allestimento decorativo, armonioso a vedersi e bene istoriato con il meglio del ciclo dei Paladini di Francia. Presentato a turno ad altri artigiani, sellai, fabbriferrai, maniscalchi, ero divenuto in modo educato e discreto il ‘curioso’ dello stradone e con la simpatia accordatami dagli artigiani che visitavo, mi godevo le novità dei lavori facendo tesoro della loro arte e degli accorgimenti pratici adottati per la riuscita del loro ‘capolavoro’.

Un’altra strada attirava la mia attenzione, quella che saliva stretta e tortuosa dalla biforcazione del lato sinistro di via G.Verga che da ‘u chianu o jovi’, dove ricordo lo splendido abbeveratoio ora rimosso e mortificato in fondo alla predetta via G.Verga,e che conduce verso Piano Cesarea. Sul primo tratto di strada mi sono fermato parecchie volte a contemplare le facciate dei vecchi nobili, anche se modesti, fabbricati prima di giungere alla Chiesa di Maria SS. delle Grazie dove si venera una tela raffigurante San Giuseppe, festività marzolina seguita con fervore dalla popolazione e già sottolineata da una rinomata ‘fiera’ tra quelle importanti legate alle feste cittadine.

Mi soffermavo perché in uno di quei ‘palazzi’ del tempo, attaccato allo 'stazzuni' dei fratelli Impallomeni. mia madre mi dette alla luce e mi ha raccontato che i festeggiamenti per il mio Battesimo durarono parecchi giorni e il contado venne invitato a parteciparvi. Ma i miei ricordi vanno oltre e abbracciano un poco, a scacchiera, molti rioni della città per cui i ricordi percorrono vie ed episodi frammentari di cui diremo in altre occasioni.

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