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Il pollice smaltato

Essere nel proprio tempo e nel nostro Bel Paese. «Quel Bel Paese da cartolina | || cime innevate colli rigogliosi | laghi specchi azzurrini mari puliti corallo | torrenti puri tortuosi fiumi solenni | chiese superbe palazzi sontuosi | monumenti eterni»: vederlo con occhi non velati da retorica, indagarlo, metterlo in poesia, nell’ironia su momenti e personaggi pubblici tanto innominabili quanto grotteschi (e riconoscibili per i sorrisi a «quaranta ganasce» e i capelli stinti/tinti/ritinti), le situazioni così ridicole da essere tragiche, la terra violentata. E su chi c’era a segnare la presenza e non c’è più. E su chi pensava di poterci essere e ne è stato impedito, tagliato nelle sue speranze. E su chi c’è ancora, con le idee, con le parole.

Essere nel proprio tempo ma avanzandolo, nei versi, a cominciare dalle scelte stilistiche, in cui l’andamento (sperimentale per così dire) non elude chiarezza, né la rifugge.

Il pollice smaltato di Gemma Forti, una prova che non smentisce il suo cercare, nei giorni di vuoto, il senso di una possibile ragione contro l’irrazionalità diffusa, è un viaggio dentro una selva oscura: con toni sfiorati da sarcasmo, quasi che sia impossibile, nell’emergere della disperazione, “non scrivere satira” (Giovenale); con il gioco linguistico – divertito e scattante – del dire per evidenziare e per significare uno stallo, uno stravolgimento, una fine («Verso la fine di ogni storia || vuoti d’aria | di respiro | di memoria»).

La selva oscura, dantesca, faceva intravedere un sole alle spalle della montagna. Qui, la selva oscura, diffusa, resta tale. Vi si incontrano la speculazione e il denaro, la precarietà, il plauso prima e, subito dopo, il reclamo, lo spendere e il pensare a sé, l’ira impotente, ecc. «…una scrittura – scrive Gualtiero De Santi – che vuol investire e anzi aggredire il presente». Lo fa non concedendo consolanti alibi sentimentali e snidando responsabilità.

Un/il metaforico Re mette al bando i libri, ordina solo schermi giganti, mette fuori campo l’essere e ogni etica politica e sociale salvando l’apparire come modus vivendi.

Dalla età ormai ventennale, o giù di lì, spalmata su corpi e coscienze, smaltata, appunto, sui pollici, sul pollice. E, poi, però? «…in fondo | nel profondo | l’inconsapevole auspicio di una rinascita | singola | civile | nazionale»: versi distribuiti a mo’ d’epigrafe, quasi scolpiti, per gli agonisti di questo tempo inclemente e terribile per volontà di chi ha le redini, peraltro e a volte laccate di stupidità, di ignoranza.

Su cui non si deve né si può tacere. Così la poesia diviene veicolo di denuncia, relegando il “pianto” ad un momento tutto privato, mentre si inarca il rifiuto della presentità, dei mala tempora, degli anni del dio minore. Ecc. (Che, nelle immagini di Bruno Conte, sforano in surrealtà possibile).

Esiste un rimedio a tutto questo sfacelo, già concentrato nei titoli delle poesie? La poesia che non tace può costituirne il fondamento. In essa, nei suoi meandri è da esplorare – dall’exergo fino alla clausola di questo libro –, ciò che rallenta e mette in nero l’umanità e, di converso, ciò che la rende ancora probabile. Da trarre come positivo dal negativo. Per esempio: se la mondezza (reale e metaforica) sale, sarà la nettezza a dover essere difesa, seguita, inseguita, variata se già oggetto di espropriazione.

Da ogni contro (il degrado) canto del Pollice smaltato emerge il rovescio che farebbe vivere (in assoluto: e, dunque, non solo nella formula “al meglio”). In questo Gemma Forti rivela la sua weltanshauung e, di più, il suo desiderio per un mondo, una terra, fatti, ma in sintonia e in chiarità di intenti reciproci a tornaconto di esseri animati e inanimati, da chi li abita per chi li abita, li ha abitati, li abiterà. Con umana, condivisibile nell’allontanamento di globalizzazioni al ribasso, cognizione di causa

Recensione
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